Frate Francesco, un intramontabile
Francesco d’Assisi, un intramontabile, un catalizzatore, un «trainatore», un fascinoso? Immaginatevi a Catanzaro Lido, presso la chiesa «Sacro Cuore», attorno a cui ruota la «galassia francescana»: OFS, Gi.Fra., MI. È impensabile che non gli corrono indietro, come l’amato frate Masseo, suo follower fin dagli inizi (cfr. Fior 10: FF 1838)? Tutti o soltanto qualcuno? Al Circolo Culturale San Francesco che venerdì 5
ottobre 2018 gli ha dedicato un’altra Serata dal titolo: «Il profilo di frate Francesco d’Assisi e dei suoi ‘follower’» – ideata nell’ambito della 7ª edizione del WikiCircolo il cui filo conduttore è: «Negli spazi abitati dai giovani», collocata nel solco dell’anno dei giovani e ispirata all’Instrumentum laboris della 15ª assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi in corso dal 3 ottobre – non hanno esitazioni: Francesco, per i fan del Circolo, continua ad essere una chiara e brillante stella che illumina e trascina verso l’alto e gli altri, sempre e ovunque, e malgrado il maltempo, il temporale, l’allerta rossa o arancione. «Laudato si’, Signore…», per chi si è lasciato trascinare e correre indietro a frate Francesco nel Circolo: Clarissa e Valentina, Luigi, Ghenadi e Olga, Angela Anna Rita e Luigi Albano, Maria e Roberto, p. Lawrence e fr. Alessandro, Pinuccio e Leo, Lina, Antonella e Carmelina…
Così suonava la nota pubblicata il giorno dopo l’evento, insieme ad un video, su Facebook del Circolo. A distanza di due settimane vogliamo restituire ai nostri amici e ai lettori di questo portale alcuni contenuti dei due interventi (il terzo, purtroppo, è ‘saltato’, per il temporale): quello del sottoscritto e quello di Angela Anna Rita Serramazza, ritrovando in essi una stretta comunanza con il sentire delle nuove generazioni.
Il primo intervento. Come presentare ai giovani 2.0 il «profilo» di frate Francesco e dei suoi primi «follower»? Come essi sono riusciti a trasformare la società di allora, crudele, violenta e avida, in una società di benessere, di pace e di fraternità per tutti? E come ritrovare quel movimento di rinnovamento delle persone e delle istituzioni, che hanno innescato, e rifondare la nostra società, pasto di lupi famelici? Il
sottoscritto ha tentato di affrontare queste e simili domande, partendo dal video «Forza, venite gente». È un musical teatrale, fresco, intenso, galvanizzante, più di 30 anni sulle scene, ma sempre attuale, richiesto ovunque e rappresentato fino in Polonia, Austria e Messico, ormai ben presente nella letteratura artistica del nostro tempo. La storia del Poverello d’Assisi portata in scena da Michele Paulicelli, Piero Palumbo e Mario e Piero Castellacci, alternando momenti di tenera comicità ad altri di profonda commozione, che traduce in termini attuali il conflitto eterno tra padri e figli, tra ragione e fede, tra meschina prudenza e generoso coraggio. Un grande successo che ha il potere di suscitare una miriade di emozioni e spunti di riflessione. La parte musicale mette in risalto gli stili di vita dell’Assisiate: semplicità, povertà, perfetta letizia, affidamento alla ‘sorella’ Provvidenza, e gli eventi che hanno caratterizzato il corso della sua vita. È fantastica la prima scena in cui egli si spoglia dei suoi abiti borghesi, davanti al padre, Pietro Bernardone, per indossare il saio, e la seconda in cui i suoi amici sono rattristati dalla sua scelta (Stanotte, ragazzi) che, stando a quanto viene detto nella canzone, il loro amico era una colonna portante nella comitiva. Ecco il primo «profilo» di Francesco e dei suoi «follower» (Sorella Provvidenza). E l’ultimo? Nella Laudato si’, nel Cantico delle creature. Man mano che la canzone scorre compaiono sulla scena tutti i personaggi e le comparse del musical, ad eccezione di Pietro di Bernardone che entra in scena verso la fine del Cantico dal fondo della platea, portando in alto una pagnotta – simbolo dell’Eucaristia – e consegnandola al figlio, abbracciandolo.
Francesco – è doveroso precisare – partì però dalle rovine. Una voce divina gli chiedeva di restaurare la chiesa ed egli pensava che fosse la cadente chiesetta di S. Damiano ad Assisi. In seguito capì che la chiesa da ricostruire era la Chiesa con la C maiuscola, ridotta a macerie religiose e morali: papi, vescovi, abati che a suon di soldi si compravano le cariche e a suon di spade detenevano e aumentavano il proprio potere. Non era da meno la situazione politica e sociale: guerre, incendi, massacri e vendette erano l’esperienza quotidiana delle famiglie, delle fazioni cittadine, delle città in lotta. Imperatore, re, baroni, principi, papi, vescovi: tutti contro tutti, avidamente, cinicamente, crudelmente. «Lo schifo era tale – afferma Claudio Bernardi, docente di storia del teatro al DAMS di Brescia – che i veri seguaci di Cristo preferivano fuggire non solo dal mondo, ma anche dagli stessi monasteri. Preferivano gli eremi, lontano da tutti, nell’ombra delle selve, nel silenzio dei monti. Solo lì si poteva incontrare Dio e soprattutto riuscire a non fare del male agli altri, a non sporcarsi». Anche il giovane Francesco pensò di ritirarsi dal mondo, ma quella era una fuga e non un impegno per ricostruire la Chiesa e la società. Che cosa si doveva allora fare? Semplice. In tutto occorreva seguire Cristo, il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Così Francesco portò, con i suoi primi «follower», una rivoluzione culturale, religiosa e sociale. Predicò e praticò valori opposti a quelli dominanti della società feudale e comunale: contro l’odio e la guerra dei violenti, l’amore e la pace; contro l’avidità e la ricchezza dei mercanti, la povertà e la generosità; contro la volontà di godere e possedere, la perfetta letizia della libertà e dell’espressività; contro l’ascetismo e rifiuto del mondo, la bellezza dell’universo, opera di Dio, e la significazione della sua bontà. Tutto il creato era per lui un canto d’amore da sentire e da vivere in profondità.
Non è facile comunque stabilire la serie dei suoi primi «follower». Nei Fioretti si parla di dodici (così nei racconti del viaggio a Roma dal Papa, per la prima approvazione della Regola), ma sembra più un numero simbolico per fare il parallelo con i dodici apostoli. Infatti, non si
riesce a dare un nome a questi dodici «follower» (cfr. anche nota 3 a FF 1826). Di alcuni, tra i primi, le Fonti francescane danno, oltre il nome, una breve narrazione della “chiamata” (ad es. Bernardo, Pietro, Egidio, Silvestro), ma di altri si ha solo il nome: Giovanni da San Costanzo, Barbaro, Bernardo di Vigilante e Angelo Tancredi (1 Cel 31: FF 371, nota 58), Sabbatino, Morico, Giovanni de Capella (3 Comp 35: FF 1438). Ci sono poi altri «follower» che, pur non essendo tra questi primi, furono però molto vicini a frate Francesco, ad es. Leone, Rufino, Angelo, che si autodefiniscono «noi che siamo vissuti più a lungo insieme con lui». A loro, ovviamente, si aggiunge sorella Chiara. In ogni modo, con loro egli proponeva la partecipazione di tutti – uomini e donne, sposati e non, ricchi e poveri, santi e peccatori, chierici e laici – al rinnovamento radicale delle persone, delle istituzioni, della società. Fu l’avvento della democrazia solidale, della fraternità universale, della responsabilità individuale, della lingua in volgare, della pittura italiana, delle scienze umane, del movimento non violento, del dialogo tra culture, popoli e religioni diverse, del non conformismo e di mille altre cose nuove.
Un Francesco folle, scandaloso, trasgressivo e antimoderno, sia pur «ante litteram». Infatti, «quando si parla della “povertà francescana”», si dimentica che la sua povertà è esattamente in linea con il discorso delle beatitudini di Gesù: non già «puro e limitato rifiuto della ricchezza materiale», ma «totale e radicale rinunzia a qualunque tipo di “volontà di potenza” individuale, a partire dalla sapienza e dalla cultura, a loro volta forme fondamentali di ricchezza e di potere». Ecco perché il modello e l’esempio di Francesco e dei suoi primi «follower» colpiscono al cuore la radice stessa della postmodernità che «in ultima analisi – afferma il medievista Franco Cardini nel suo blog – è il culto sfrenato e unilaterale di qualunque forma di individualismo e di “volontà di potenza”». Il suo “farsi pusillo”, “piccino”, povero ed umile, il proclamarsi ultimo, il mettersi al servizio degli scartati, «configura non solo una teologia, ma soprattutto un’antropologia» che si pone «in totale, assoluto e insanabile contrasto con quanto è prevalso in Occidente nell’ultimo mezzo secolo e con quanto il travolgente e prepotente revival liberal-liberistico postmoderno va proclamando da alcuni anni a questa parte».
Frate Francesco va comunque di moda: gli si dedicano romanzi, film, fiction televisive, ma va di moda in una società che «di fatto ne disattende, ne offende e ne calpesta di continuo il modello e l’esempio». Lo storico Cardini ne è convinto: «La [post]modernità è antifrancescana, e come tale anticristiana», in quanto «sostituisce sistematicamente il fiat voluntas Tua [sia la Tua volontà] del Pater noster con un blasfemo fiat voluntas mea [sia la mia volontà]». Oltre che il più affascinante, Francesco sarà anche il più amato dei santi, «ma resta anche il più disatteso, il più tradito, il più inascoltato», anche tra i suoi «follower» di oggi. Se lo si capisce, «da qui deve cominciare la rivoluzione», per mettere fine al declino, scongiurare il rischio della barbarie postmoderna e ricostruire una civiltà dignitosa. Al padre, ricco e avido di prestigio, di successo, di onori e soldi, come tutti noi, egli aveva ridato tutto quello che aveva ricevuto, perfino i vestiti. Aveva capito che chi ha tutto, è nulla come uomo: ricco fuori, ma vuoto dentro. Chi invece non ha nulla e non vuole nulla, è l’uomo più ricco al mondo: ricco di spirito, di gioia, di passione, di amore, e l’amore è tutto, perché «solo l’amore è creativo». Il problema è averlo.
Il secondo intervento. A precederlo è stato il videoclip «Massimiliano Kolbe: solo l’amore crea», pubblicato il 13 settembre 2016 sul portale web «Bibbia Francescana». Massimiliano è stato chiamato anche «Francesco del XX secolo», perché si è incamminato sui suoi passi, intraprendendo il percorso che lo ha portato ad amare Cristo, sua Madre Immacolata e gli altri in modo sempre più totalizzante, generando
meravigliose imprese apostoliche. È noto per la sua geniale e innovativa opera nel campo dei mezzi di comunicazione. Ha usato in modo preponderante la stampa per diffondere i valori evangelici, ma non si è fermato ad essa. Ha evangelizzato anche attraverso il «nascente» mezzo radiofonico. In concreto, ha fondato molte riviste in Polonia e in Giappone e, in quei medesimi luoghi, le due Città dell’Immacolata (Niepokalanòw e Mugenzai No Sono), grandi strutture conventuali che si dedicavano e si dedicano tuttora a una missione d’avanguardia. Un «fiume» d’amore che scorreva tra le colonne dei suoi giornali e dalle sue creazioni. Una vita nel segno dell’amore, inteso come dono di sé, il cui vertice più alto si compì, ad appena 47 anni di vita, il 14 agosto 1941, ad Auschwitz. Un santo quindi poliedrico: patrono del movimento per la vita, delle famiglie, dei giornalisti, dei carcerati, dei tossicodipendenti. Ed anche dei giovani 2.0? Può essere per loro un modello? A queste domande ha cercato di rispondere, con grazia, dolcezza ed eleganza, Angela Anna Rita Serramazza, già responsabile regionale della Milizia dell’Immacolata.
«L’amore – ha rimarcato in un batter d’occhio – è l’elemento dominante della sua spiritualità». Non un amore che viene dal basso, dall’uomo, da una filantropia umana, da una pietas emotiva e sentimentale. Il suo luminoso motto: «Soltanto l’amore crea», è linguaggio che può venire solo dall’alto, dall’amore smisurato di Dio: l’amore sorgivo e donante del Padre, l’amore accogliente e oblativo del Figlio, l’amore
comunione e dono dello Spirito. Di questo amore-agàpe Massimiliano, «martire della carità», ha dato prove in ogni campo. Un vero folle di quell’amore divino che crea, libera e redime, gratifica e ricompensa. «Quando il fuoco dell’amore si accende – scrisse – non può trovare posto nei limiti del cuore, ma divampa al di fuori e incendia, divora, assorbe altri cuori» (SK 1325). I ragazzi 2.0, che vivono sovente in un contesto carente di amore, hanno bisogno di sapere che è possibile amare, come lui, in modo divino. Ecco perché egli può essere anche per loro un modello splendido, ma ciò accadrà se la capacità di amare sarà «allenata» ogni giorno da piccoli gesti di amore che, passo dopo passo, li prepareranno ad essere portatori della cultura dell’amore e costruttori di un mondo più bello, relazionale, solidale, inclusivo, opposto a quello grondante di feticci, di simulacri, di trucco, di plastica, di pura rappresentazione. È proprio dei giovani l’essere sulla strada dei sogni, dei progetti, dei desideri, dell’amore. A noi l’essere all’altezza dei loro sogni, «ponendoci accanto a loro, perdendo tempo con loro, infiammando i loro cuori» (…), senza dimenticare che essi cercano anche l’accompagnamento dei loro coetanei, in un’ottica di condivisione delle esperienze peer-to-peer», cioè da pari a pari (Sinodo dei Vescovi, 10 ottobre). E se noi non vogliamo muoverci tra le ‘splendide’ rovine della grande crisi della postmodernità, come turisti o parvenu, stringendo rapporti liquidi con i nostri ragazzi e con le cose, dobbiamo sapere a che «profili» e modelli votarci: Francesco, Chiara, Massimiliano, appunto… Buona memoria, allora. Ognuno di loro è bellezza, ma anche… «Tu sei bellezza».
Piotr Anzulewicz OFMConv
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La 3ª Serata conviviale [136ª], focalizzata sul tema: «Storiche agenzie educative dei giovani: famiglia, scuola, amici, Chiesa», e ideata all’interno della 7ª edizione del WikiCircolo dal «file rouge»: «Negli spazi abitati dai giovani…», ha regalato venerdì 19 ottobre 2018 un «surplus» di emozioni, sorprese e contrattempi. Alla piccola tavola rotonda sono mancate, per il contrattempo, le due relatrici: dott.ssa Vanessa Aprile e maestra Ester Talarico. Il «team» con maestria è riuscito a ridisegnare il
Il tema centrale della Serata è stato reso fortissimamente attrattivo e stimolante da due talentuose protagoniste: Clarissa Errigo e Valentina Gullì. C’era in esse la grinta, lo slancio, il cuore e la mente, e la notevole ricchezza contenutistica: 1. Le finalità del sistema formativo nella società contemporanea e l’educazione permanente, 2. La famiglia come agenzia formativa e i nuovi modelli di famiglia, 4. La scuola e la sua “crisi”, 5. Il gruppo di pari e l’associazionismo educativo (Il gruppo a scuola: Peer-tutoring, Peer-education e Cooperative Learning), 6. Il “villaggio globale” dei media (Web 2.0, “nativi digitali” e scuola), 7. La Lettera di Benedetto XVI sull’educazione e un’intervista al card. Zenon Grocholewski, già prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica.
Il dibattito, moderato dalla segretaria Teresa Cona, ha reso la Serata ulteriormente gradevole. Maria Rainone, Nunzio Familiari e Luigi Cimino interagivano entusiasticamente e a lungo con le due ‘icone’ della Serata, facendo saltare addirittura i tre videoclip previsti nel programma: «













Nel programma, 9 Serate conviviali, dal 21 settembre 2018 al 18 gennaio 2019, tutte gratuite e aperte a tutti, vicini e lontani, introdotte da un brano musicale o/e video, intervallate da una pausa di condivisione e concluse con un «aperitivo». A configurarle in dettaglio e a scegliere, per la piccola tavola rotonda, i relatori di rilievo sarà lo Staff dell’edizione: Clarissa Errigo, Valentina Gulli e Teresa Cona, in collaborazione con Alex Scicchitano e Luigi Cimino. Il Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», presso la sede del Circolo situata al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido, sarà il luogo degli incontri che si terranno un venerdì sì e un venerdì no, alternandosi con il ciclo cinematografico.

























C’è il pericolo che le cosiddette Fonti francescane (Scritti e biografie di s. Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di s. Chiara d’Assisi. Testi normativi dell’Ordine Francescano Secolare, Padova 2004) – quella miniera agiografica in cui si può trovare di tutto e il contrario di tutto – siano trattabili in modo omologo, addirittura alla stregua dei testi biblici. Nello specifico, c’è un pregiudizio diffuso che agisce e condiziona la vita o, meglio, l’uso rapsodico e combinatorio della vita di frate Francesco. Così l’Assisiate si colora delle più svariate tinte, diventando un santo decontestualizzato, svirilizzato e proiettato nell’universo dell’immaginario individuale e collettivo: Francesco rosso, anticapitalista e antimperialista; Francesco rosa, femminile e femminista; Francesco nero, nazionalista e fascista, definito «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi»! Si dà per acquisito che le Fonti riproducano fedelmente le varie tappe di quella vita e che ogni momento, ricordato in esse, abbia la stessa autorità testimoniale. Le cose non stanno assolutamente così, tant’è che il lettore attento non sfugge a incongruenze e contraddizioni quando non miscela e non integra avvenimenti diversi, realtà, mistificazione e fantasia. È indispensabile allora fornire ulteriori spunti di conoscenza e di riflessione, anche in modo sintetico e rapido, a partire dagli Scritti dello stesso frate Francesco. Rispettarli e studiarli richiede fatica intelligente, oltre che assunzione consapevole e dolorosa delle proprie responsabilità qui e ora, anche nei confronti dell’intera ‘galassia’ francescana che ruota attorno ai frati (Gi.Fra., OFS, MI).
La Serata, che doveva essere animata e contrassegnata anche dai francescani secolari di solido percorso formativo, portava con sé altresì la domanda: Come comunicare e trasferire ai giovani francescani, nei canali prediletti da loro, dunque soprattutto quelli digitali, il «know how», il saper essere e il saper fare, francescanamente, in questa «inquieta età secolare» e, più in particolare, nel mondo che non è più dicotomico (reale o virtuale), ma unico, con le due dimensioni (reale e virtuale), che a volte co-esistono e a volte si sovrappongono e/o si sostituiscono?
quasi felicemente ovvio, alla fine, con molta e attesa “aria di casa”» (Le reti di Francesco, Padova 2015, 96). Tra tutte le virtù brilla inattesa l’ultima: l’inquietudine, quella che meno ci attenderemmo, quella più fastidiosa, mai messa sugli altari prima di frate Francesco, attribuita per di più a frate Lucido, che, in tutte le Fonti francescane, compare con il suo nome luminoso soltanto nello Specchio di perfezione, un’opera illuminante di scrittore anonimo, scritta intorno al 1318 (cfr. Spec 85: FF 1782). La santa inquietudine che come pedagoga pungente e amorevole si pone a nostro servizio, in cerca della verità di noi stessi e di Dio. «Forse essa è il vero motore di ricerca vitale – scrive ancora Floretta – che dovrebbe accomunare e accompagnare credenti, non credenti e increduli. Forse la scopriremo cortese nel prendere per mano noi e i nostri dubbi, il nostro piccolo o grande ateo che ci abita e si sforza di ricominciare a credere […]. Forse ne apprezzeremo il suo umile servizio al pensare che non si arrende di fronte all’assenza, alla mancanza o anche all’abbandono di Dio. Forse, ancora, ne potremo stimare la sana incontentabilità rispetto a soluzioni o consolazioni a buon mercato. Una sorella, insomma, certo un po’ scomoda, talvolta pure molesta e imbarazzante, che ci mantiene tutti, credenti e no, sulla soglia delle domande vere che ci fanno pensare la tragicità del vivere per portarvi o riconoscervi senso e bellezza» (Le reti…», 











































In ogni scelta non dobbiamo mai lasciarci guidare dalla logica della violenza, e neppure da quella del taglione, cioè dell’«occhio per occhio» e «dente per dente». Non ne hanno avuto dubbi i presenti alla
Guardando l’intenso film di Sollima – uno spaccato di realtà che getta una luce cruda su un mondo in cui oppressori ed oppressi, carnefici e vittime, si scambiano rapidamente i ruoli e vengono osservati da un punto di vista che esclude pregiudizi e stereotipi, scandagliando in profondità la psiche dei protagonisti e le problematiche di una società orfana di regole e abbandonata all’insicurezza e all’anarchia − per certi versi ci siamo sentiti posti sul banco degli imputati. Spessissime volte anche noi siamo oppressivi e persecutori. Eppure professiamo un Dio uno e trino, antidoto alla violenza e causa di riconciliazione, manifestazione in Cristo di un amore che non cerca il dominio, ma rende per sempre contraddittoria la violenza tra gli uomini. Crediamo in un Dio che è comunione, unione, amore. Pace e nonviolenza sono parte integrante e decisiva del nostro credo cristiano. Fortunatamente sono rari i cattolici che vorrebbero armarsi contro un nemico. C’è tuttavia una violenza più sottile e più diffusa, quella fatta di parole, di atteggiamenti, di modi di relazionarsi. È quella a cui fa riferimento Papa Francesco quando dice di evitare il proselitismo, l’ingerenza spirituale, la costruzione di muri di risentimento, di odio e di vendetta…



































































Che cosa si può dire della
Il cristianesimo fu introdotto in Giappone nel 1549 con l’arrivo del gesuita spagnolo Francesco Saverio († 1552), anche se sarà il gesuita italiano Alessandro Valignano († 1606) il vero artefice della missione nel Paese del Sol Levante. Purtroppo, dopo un promettente inizio, alla fine del 1614 viene pubblicato un editto di espulsione di tutti i missionari, accusati di essere venuti in Giappone «con il desiderio di diffondere una legge malvagia, (…) al fine di mutare il governo del Paese e prender possesso della terra» (C. R. BOXER, The Christian Century in Japan, 1549-1650, Berkeley 1951, 318). In quel momento si contavano in Giappone circa 300 mila fedeli, insieme a seminari, scuole, ospedali e un crescente clero locale. La repressione fu violenta e le torture inflitte a sacerdoti e cristiani furono disumane, cruente, efferate. Fra tutte, «la tortura della fossa» si rivelò uno strumento efficace per costringere i fedeli all’abiura: sospesi e legati a testa in giù, veniva loro praticato un taglio superficiale dietro le orecchie o sulla fronte perché morissero lentamente, a meno di abiurare. In tutto questo, di fronte all’agonia di molti cristiani c’è solo il silenzio. Il silenzio di Dio, «la
sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata − afferma Endō − Dio rimane silenzioso, a braccia conserte» (
Rodrigues viene messo alle strette, non gli resta che calpestare il volto di Cristo. E quel volto che aveva «considerato la cosa più bella della sua vita», improvvisamente torna a parlagli, non più immaginato dietro le palpebre chiuse, ma vivo più che mai, reale, supplice: «Calpesta! Calpesta! […] Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini!». «Il prete posò il piede sul fumie [immagine in bassorilievo che raffigurava Cristo]. L’alba proruppe. E lontano il gallo cantò» (ivi, 203).
indegno dopo l’abiura. Kichijiro però incalza: «Lei può ancora ascoltarmi in confessione!» (ivi, 221), «La prego, ascolti la mia confessione». Entrambi avevano abiurato, entrambi avevano calpestato l’effige di Cristo, entrambi cercavano il perdono perché ancora credevano e amavano. «Poiché in questo Paese non c’è adesso nessun altro che possa ascoltare la tua confessione, lo farò io. […] Dirai le preghiere dopo la confessione. […] Và in pace!». In questo atto finale p. Rodrigues viene confermato nel suo sacerdozio, nonostante l’abiura. Riconosce di amare Cristo «in modo diverso da prima. Tutto quello che era accaduto fino a quel momento era stato necessario per portarlo a questo amore. “Persino ora – confida – sono l’ultimo prete in questa terra, ma Nostro Signore non ha taciuto. Anche se avesse taciuto, la mia vita fino a questo giorno avrebbe parlato di lui”» (ivi, 223). E «se i cristiani e il clero guardano a me come a una macchia nella storia della missione, non mi importa più» (ivi, 218). «La mia lotta – conclude – era con il cristianesimo, all’interno del mio stesso cuore» (ivi, 219).
Il regista Scorsese coglie del romanzo il nocciolo dei dilemmi che lo coinvolgono da sempre. Fino a che punto − torna a chiedersi − è lecito seguire Cristo, l’Amore incarnato di Dio, se così facendo noi rechiamo la sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia, che in fondo è il supremo comandamento trasmesso da Cristo ai suoi discepoli (Ama il prossimo tuo come te stesso), o la fedeltà alla sua Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? «La questione non è solo teologica − afferma onestamente Gianluca Arnone nella sua recensione − perché tocca qualsiasi credo e ideologia». In più, è molto moderna, perché in filigrana evoca i principali nodi della Chiesa di Papa Francesco, tormentata al
suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinale (divorzio, eutanasia, aborto…). Questi giapponesi, che torturano e combattono i cristiani venuti dall’Europa, erano solo carnefici o piuttosto difendevano la loro identità culturale? Non è forse lo stesso problema sentito oggi in Occidente, nei rapporti tra le comunità autoctone e l’islam? Non basta continuare solo a invocare il multiculturalismo come panacea di tutti i mali. Silence è molto netto da questo punto di vista. C’è una scena emblematica in cui dei soldati giapponesi invitano i cristiani a sputare sul crocifisso e a dichiarare che la Beata Vergine Maria era una sgualdrina fino a calpestarne la sacra effige senza troppe cerimonie, ricordando loro che si tratta soltanto di immagine e non di quello che custodiscono dentro. Non comprendono però che per un cristiano quella effige non è solo un’immagine, così come l’Ostia non è soltanto un derivato del frumento. Per un cristiano Cristo è vivente, è persona, è quell’immagine, è quell’Ostia.
C’è una componente materiale nella religione cristiana che un orientale di osservanza buddista non capirà mai. Per questo una mediazione, che passi dal confinamento del cristianesimo in una sfera privata, intima, nascosta, pone seri interrogativi sulla sua consistenza. Assume allora un significato ambiguo quel silenzio perorato dal titolo: è la voce dell’abbandono di Dio, la dimensione dell’ascolto interiore, oppure il destino della cristianità in terra d’Oriente? «E’ positivo − scrive Arnone − che al cospetto di un discorso così interrogativo, scettico ed esistenziale, Scorsese mantenga un tono distaccato, algido, controllatissimo, senza le solite carrellate, le classiche zenitali e le proverbiali gimcane della mdp [cinepresa], senza cercare mai la scorciatoia, l’empatia, lo spettacolo, senza prendere per mano lo spettatore (che si ritrova così nella medesima situazione del gesuita “abbandonato” dal Signore). Silence non è un film immediato. Va meditato».








