Edu-care nell’era digitale…

«I giovani: categoria ‘a rischio’ in una società plurale» è stato il tema della 1ª Serata conviviale con «aperitivo» della 6ª edizione del WikiCircolo dal motto: «I giovani con la ‘sorella’-‘madre’ Terra», ispirata al documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», ma anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco, ed aperta gratuitamente a tutti: soci, sostenitori, amici. La Serata – 109ª di seguito, con decorrenza dal 10 gennaio 2014 – è sfociata venerdì 12 gennaio 2018, nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido.

E’ ora di tornare a questa Serata di debutto, “pensante”, ma non pesante, che si è impressa nella nostra mente e ci ha permesso di tracciare il profilo dei giovani ‘a rischio’, sullo sfondo della società ormai plurale, complessa, ‘liquida’, in costante mutamento, e ascoltare il loro SOS (ingl. «Save Our Souls» = «Salvate le nostre anime»). Ad aprirla, l’inno ufficiale della 34ª Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) che si terrà a Panamá dal 22 al 27 gennaio 2019, scritto e composto con i ritmi tipici della cultura panamense da Abdiel Jiménez, catechista e salmista della parrocchia «Cristo Risuscitato» di San Miguelito, autore di vari componimenti liturgici e membro di diversi cori che fanno capo alla Facoltà di Scienze Religiose dell’Università Cattolica «Santa María La Antigua».

Dopo le parole di benvenuto e la presentazione del programma da parte di Teresa Cona, segretaria del Circolo e curatrice dell’edizione insieme a Alex Scicchitano e Luigi Cimino, il sottoscritto, a mo’ di preludio, ha pensato di polarizzare l’attenzione dei presenti sulle recenti problematiche derivate dalla «full immersion» dei ragazzi nella «rete» dei nuovi media che sono esplosi in questi ultimi tempi, diventando essi stessi gli “educatori sottotraccia”, in aperta concorrenza con i principali “titolari” della formazione: genitori, insegnanti, operatori parrocchiali… Partendo dall’attuale situazione, in cui i preadolescenti manifestano grandi competenze sul piano tecnologico, abbinate a un preoccupante analfabetismo sugli effetti collaterali dei moderni «device», di cui sono profondamente innamorati, ha offerto alcune indicazioni dal risvolto educativo.

In un mondo di galoppante evoluzione, dominato dal web, che esalta ogni giorno di più il potere fascinoso dei social, rilasciando l’illusione di una facile e vasta popolarità e visibilità a colpi di selfielikefollower, video di YouTube sul tablet, chat, messaggi, i ragazzi hanno bisogno di una intelligente contro-proposta educativa, fatta di relazioni vere, reali, amicali empatiche. I «nativi digitali» (è una espressione che viene applicata ai ragazzi che sono cresciuti con le tecnologie digitali come Internet, telefoni cellulari e mp3), quando usano un social network per comunicare, sono fermamente convinti di avere dall’altra parte dei veri amici, e non degli amici virtuali, di cui fidarsi ciecamente. Compito dei «migranti digitali» (i genitori e coloro che sono cresciuti prima delle tecnologie digitali e le hanno adottate in un secondo tempo) «non è quello di negare la validità di questo nuovo modo di relazionarsi o addirittura proibirla quanto, senza giudicare né demonizzare gli strumenti in uso oggi, aiutare i nativi a non trascurare l’importanza degli altri codici di comunicazione. […] Sarebbe utile rispettare una sorta di “contratto” al proprio figlio, nel quale ci si accorda sul tempo da dedicare al computer, stimolando in lui la consapevolezza delle tante ore trascorse davanti allo schermo. Porre dei chiari limiti è utile perché può aiutare l’adolescente a quantificare il tempo che dedica a queste attività, e conseguentemente aiutarlo a percepirne, egli stesso, gli eccessi. Le regole circa l’utilizzo di Internet dovrebbero essere oggetto di dialogo e negoziazione e rappresentare occasioni per parlare e discutere con i figli. Possiamo così confrontarci con loro anche sui Siti che è opportuno visitare e su quelli a cui invece non devono accedere» (A. Ricci−Z. Formella, Educare insieme nell’era digitale, Torino 2018, 20-21). Secondo gli autori del libro appena citato [il primo è psicologo-psicoterapeuta, analista transazionale, professore invitato presso l’Istituto di Psicologia dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma e docente della Scuola Superiore di specializzazione in psicologia clinica presso il medesimo ateneo; l’altro è sacerdote salesiano, vice-decano della Facoltà di Scienze delle’Educazione della stessa Università, dove è professore ordinario della cattedra di psicologia dell’educazione, da anni impegnato in attività di formazione nel campo della psicologia dell’educazione, con particolare attenzione agli aspetti di prevenzione del disagio giovanile e della promozione del benessere socio-relazionale), «l’ideale sarebbe non concedere il cellulare personale prima dei 12 anni e fino ai 14 anni lasciarlo usare solo in caso di necessità […]. Vietarne assolutamente l’uso mentre fanno i compiti e farlo spegnere durante la notte. […] Crescere ed educare i figli vuol dire fornire un conteso favorevole, fatto di relazioni affettive e regolative capaci di sostenere e accompagnare il cambiamento e lo sviluppo dei figli. Più promuoviamo intorno al bambino un ambiente sano, più avremo a che fare con un bambino sano» (ivi, 24-25).

Alla tavola rotonda sono intervenuti: don Vincenzo Agosto e Alex Scicchitano. Il primo, esperto in psicologia e pedagogia, ha tenuto un brillantissimo intervento sui principi base dell’educazione che parte dalla famiglia, spiegando come sia funzionale un sistema educativo di tipo piramidale, ponendo alla base l’importanza di quelle che sono le priorità fondamentali al fine di una corretta crescita del bambino, che si proiettano in quelle che diverranno in seguito le giuste scelte dell’adolescente e plasmeranno positivamente e/o negativamente la sua vita. «Potremmo paragonare − ha detto − la crescita di un individuo, dal punto di vista psicologico, alla costruzione di un edificio: sono necessarie anzitutto le fondamenta (bisogno d’amore nei primi mesi), poi i pilastri (bisogno di competenza, di affetto, di sicurezza, di libertà, di piacere nei primi anni) e infine le mura portanti (valori e modelli di riferimento a partire dall’adolescenza). Oggi spesso possono mancare alcuni di questi elementi. Soprattutto l’assenza di valori e modelli credibili o il fatto che non ci sia una gerarchia fra di essi (e dunque sono tutti sullo stesso piano, strumentali a qualcos’altro), può portare l’individuo a crescere con grandi carenze, che spesso vengono colmate in modo compensatorio prendendo altre vie. Risulta importante sul piano pedagogico essere presenti positivamente nella vita dei bambini, venendo incontro a tutti i loro bisogni fondamentali, educandoli con dolcezza e fermezza assieme, dedicando loro del tempo adeguato, offrendo regole (che sono come gli argini di un fiume) – poche, chiare, motivate, alla portata dell’età, incarnate dai genitori ed educatori e con conseguenze in caso di non osservanza – e presentando valori di riferimento incarnati in modelli credibili e alla loro portata». Il secondo, studente in sociologia, ha prestato attenzione agli studi e alle ricerche che filosofi e sociologi hanno condotto a partire da tempi remoti fino ad arrivare a nostri giorni, esponendo importanti cambiamenti che hanno caratterizzato l’educazione giovanile, portando a volte ‘i giovani’, appunto, alla perdita d’identità, sfociando in depressioni, colmate nel peggiore dei casi con assurde dipendenze, che li allontanano sempre di più dalla speranza che c’è una possibilità nel cambiamento personale, per raggiungere quegli obbiettivi, che anche un’istituzione sbagliata vuole soffocare.

Siamo tutti, e in modo particolare i nostri ragazzi, immersi nel mondo che non è più dicotomico (reale o virtuale), ma unico con le due dimensioni (reale e virtuale) che a volte co-esistono e a volte si sovrappongono e/o si sostituiscono. Tanti sono i vantaggi e le nuove opportunità che scaturiscono dal fatto di potersi connettere con il mondo virtuale. Tanti sono anche gli svantaggi e i rischi che scaturiscono dall’uso abusivo o eccessivo della rete.

Bohdan T. Woronowicz, psichiatra polacco, elenca alcuni: di tipo fisico (difetti della spina dorsale, mancanza di esercizio fisico e di riposo attivo, sovrappeso ecc.); di tipo psichico (scaricare le tensioni in modo innaturale, aggressività, esposizione alla violenza, accesso alle “informazioni non-sane”, abuso/dipendenza); di tipo sociale (perdita dei legami familiari, trascuratezza dello studio, confusione del confine tra realtà e finzione, isolamento, diminuzione dei contatti, impoverimento del linguaggio, dimostrazione di comportamenti non etici, immunizzazione al male) (cfr. Testy i kwestionariusze wykorzystywane w diagnozowaniu problemowego korzystania z komputera/Internetu [consultato: 4.04.2018]).

Sonia Livingstone, professoressa di psicologia sociale a Londra, segnala invece la seguente lista dei rischi che si possono incontrare nella rete: contenuti illegali, pedofilia, adescamento da parte di sconosciuti, contenuti violenti o sessualmente disturbanti, contenuti offensivi e dannosi, materiali a sfondo razzista, pubblicità e marketing occulto, disinformazione o informazione tendenziosa, abuso di informazioni e dati personali, bullismo/molestie sessuali, gioco d’azzardo, truffe, phishing, autolesionismo (suicidio, anoressia), invasione della privacy, attività illegali (hacking, violazione del copyright) (cfr. Ragazzi online. Crescere con Internet nella società digitale, Milano 2009).

L’essere genitori 2.0, ed educatori, nell’era digitale e nel mondo plurale, è un’impresa ardua, ma possibile. In fin dei conti, «l’educazione è cosa di cuore» (don G. Bosco). Se dividiamo in due il termine «edu-care», vi troviamo la parola inglese «care» che vuol dire prendersi cura, avere a cuore, appassionarsi all’altro, favorirne il suo ben-esserci, consentire all’altro di mostrarci le sue esigenze, accogliere quello che dice di sé, dare una forma migliore al suo essere, interpretare le sue necessità, senza mai assecondare un bisogno non buono. Sono azioni che hanno a che fare con la funzione genitoriale che è quella di tirar fuori (e-ducere) ciò che si ha di unico ed irripetibile dentro di sé, cioè portare a maturazione ciò che è iscritto nella personale umanità di ciascuno per dare ad esso sviluppo e portare a maturazione, garantendo al contempo quella presenza rassicurante e amorevole di cui si ha bisogno per sentirsi accettato e guidato. In effetti, l’amore genitoriale che educa è volto a far sì che l’altro diventi il meglio di ciò che può diventare.

Temi “caldi”, incalzanti e cari anche a questa edizione del Wiki– e CineCircolo, per un pensare plurale e pausato. Rappresentano però una zona di vere e proprie sabbie mobili sulle quali non è facile muoversi senza “piloti”. Insieme però possiamo avventurarsi e opportunamente affrontarli in cerca di una terra “ferma” abitata da amici autentici e da adulti validi, più ricca di senso, più libera, più buona, bella e vera, più attraente e umanizzante, senza essere imposta, pretesa o predicata a vuoto.

La Serata si è conclusa con la recita della Preghiera per i giovani di Papa Francesco, seguita dal video musicale: «Bienaventurados los misericordiosos…» (Inno della GMG Cracovia 2016), dalla foto di gruppo e dal consueto «aperitivo», e… con l’umile e generoso coraggio nell’ospitare non soltanto i nostri naufragi e i nostri dubbi che, se accolti, ci impediscono di barricarci dietro certezze autistiche, ma anche i tanti «briganti di Monte Casale» (cfr. I Fioretti, 26: FF 1858) che girano per il web e le tante periferie esistenziali che brancolano per la rete, nello stile di frate Francesco che, riconciliato in un laboratorio interiore, tutto offline, faceva rete con tutti: dalle creature, “photoshoppate” a modo suo, con i filtri del suo cuore, al Creatore.

Piotr Anzulewicz OFMConv

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Per una pedagogia del desiderio…

Una vivace Serata culturale, quella conviviale con «aperitivo», la 5ª della 6ª edizione del WikiCircolo che si è svolta il 16 marzo 2018 a Catanzaro Lido attorno a «I giovani: pedagogia del desiderio e del consumo». Tema vitale, dibattito fecondo, staff cordiale, pizza eccezionale…

La società ci vuole “formattati” in base alle sue proposte e aspettative, interessi e fini. Ci presenta una proposta di vita e di senso preconfezionata, lasciando poco spazio alla ‘novità’, creatività e discernimento. Questo riguarda certamente e in primo luogo il progetto di vita dei giovani che per definizione sono diversi, originali, ‘nuovi’. La società sembra dimenticarlo. Non riuscendo ad approfittare delle loro energie e risorse, li ‘taglia fuori’. E’ anche questa una forma di ‘cultura dello scarto’. Ciò può valere anche all’interno delle nostre comunità civili ed ecclesiali. La creatività pedagogica è l’architrave del cambiamento. Non si tratta di riempire il sacco di qualcuno, ma di far emergere ciò che è nel suo DNA: il desiderio primordiale dell’altro e del totalmente Altro. L’uomo porta in sé un misterioso desiderio di Dio. In modo molto significativo, il Catechismo della Chiesa cattolica si apre proprio con la seguente considerazione: «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa» (n. 27).

A tal fine sarebbe di grande utilità − ha auspicato Benedetto XVI il 7 novembre 2012 nella sua catechesi del mercoledì durante l’Udienza generale − «promuovere una sorta di pedagogia del desiderio», una pedagogia che comprenda almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita. «Non tutte le soddisfazioni − ha detto − producono in noi lo stesso effetto: alcune lasciano una traccia positiva, sono capaci di pacificare l’animo, ci rendono più attivi e generosi. Altre invece, dopo la luce iniziale, sembrano deludere le attese che avevano suscitato e talora lasciano dietro di sé amarezza, insoddisfazione o un senso di vuoto. Educare sin dalla tenera età ad assaporare le gioie vere, in tutti gli ambiti dell’esistenzala famiglia, l’amicizia, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per servire l’altro, l’amore per la conoscenza, per l’arte, per le bellezze della natura –, tutto ciò significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi. Anche gli adulti hanno bisogno di riscoprire queste gioie, di desiderare realtà autentiche, purificandosi dalla mediocrità nella quale possono trovarsi invischiati. Diventerà allora più facile lasciar cadere o respingere tutto ciò che, pur apparentemente attrattivo, si rivela invece insipido, fonte di assuefazione e non di libertà. E ciò farà emergere quel desiderio di Dio di cui stiamo parlando».

E’ un’opera di plasmazione che punti a forgiare le potenzialità che siano all’interno di noi stessi. Perché possiamo crescere in questa prospettiva occorre che non cadiamo nella rigidità delle strutture, come abiti da indossare in ogni situazione, ma entriamo nella prospettiva della creatività e prendiamo in consegna noi stessi ed anche gli altri.

Secondo Clarissa Errigo, che è’intervenuta alla tavola rotonda, insieme ad Alex Scicchitano, gli elementi che compongono “quest’architrave” sono: plasmare e articolare… Una prospettiva che non vuole tanto valutare l’aspetto morale di ogni singolo punto dell’esistenza di un individuo, ma si ferma su un’educazione che guarda allo stile di vita nel complesso della sua articolazione. Nel momento in cui la persona è divisa e frazionata, la struttura di questa architrave si indebolisce. In quest’ottica si inserisce la pedagogia della compagnia, altro elemento dell’architrave, che vuol dire accettare tutta la realtà e saper dialogare nella notte o nella luce di un passaggio storico. E, infine, la pedagogia dell’accoglienza, intesa come apertura all’inconosciuto e all’estraneo.

Asse portante dell’architrave è però l’amore, esperienza che nella nostra epoca è più facilmente percepita come momento di estasi e di uscita da sé, come luogo in cui l’uomo avverte di essere attraversato da un desiderio che lo supera. Attraverso l’amore, l’uomo e la donna sperimentano in modo nuovo, l’uno grazie all’altro, la grandezza e la bellezza della vita e del reale. «Se ciò che sperimento non è una semplice illusione, se davvero voglio il bene dell’altro come via anche al mio bene, allora devo essere disposto a de-centrarmi e a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso». La risposta alla questione sul senso dell’esperienza dell’amore passa quindi attraverso la purificazione e la guarigione dei desideri finiti, richiesta dal bene stesso che si vuole all’altro. Ci si deve esercitare, allenare ed anche correggere, affinché il desiderio primordiale che è nel nostro cuore sia “scongelato”, slegato e liberato, e raggiunga la sua vera altezza. Altrimenti rimaniamo in balia dei desideri finiti, mimetici, imitativi, che nella società dei consumi variano all’infinito, ci spiazzano e ci depistano. Si prendono gioco di noi e, alla fine, il consumismo ci consuma.

Frate Francesco d’Assisi ha molto da offrirci in questo senso: è l’opposto della società dei consumi. Si svuotò di sé, all’età di 25 anni, al momento della sua conversione: fu un capolavoro la sceneggiata della sua spogliazione, di fronte alla Chiesa e al Comune di Assisi. In questo gesto altamente drammatico e pubblico egli sciolse il suo desiderio primordiale e se ne impadronì. «E di poi egli stette un poco» e «uscì dal secolo» (Testamento, v. 3), e iniziò a pronunciare parole pericolose: «Credo, voglio, faccio!». Smise di adorare se stesso, di contemplarsi, di essere narcisista, «uomo di paglia», amante del divertimento, della danza e dei canti, per porsi sotto l’assoluta signoria di Dio, che non è un Dio-Padrone, ma Dio-Padre. E questo è il secondo gesto fatto da s. Francesco, in forte contraddizione con la mentalità del mondo, della Chiesa e della famiglia di allora, trasformandosi in un uomo nuovo, inedito, inaudito. Si rivestì di Cristo, cioè indossò la sua mentalità e il suo cuore, gettò via le opere delle tenebre e divenne il «nuovo Oriente» all’interno della Chiesa -istituzione del suo tempo e per la Chiesa cattolica, in totale, espressa, ferma e quasi ostinata comunione con essa, «sempre sottomesso e soggetto ai suoi piedi» (Rb 12,5: FF 109), senza accenti critici e senza riserve disponibile all’obbedienza all’autorità papale, episcopale e presbiteriale

Ecco che cosa è di capitale importanza: il nostro amore inteso nel senso del dono di sé per l’altro, per il prossimo e per il bene comune. E’ una questione di vita o di morte.

Piotr Anzulewicz OFMConv

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