Sfida educativa in un mondo di emergenze planetarie

L’emergenza innescata dalla pandemia di Covid-19, con distanze spaziali, abbracci negati e appuntamenti annullati, ha costretto lo Staff del Circolo a rimandare all’autunno la 9ª edizione del Wiki- e CineCircolo. A questa edizione guarda tuttavia con fiducia, nella speranza che, una volta passato questo tempo di prova, di sconcerto e di restrizione, sarà ancora più bello potersi incontrare faccia a faccia, condividere valori, scambiarsi idee, stringersi in un abbraccio.

Anche noi, «habitués» del Circolo, “restiamo a casa”, ma non ci fermiamo: continuiamo a sognare, a progettare, a capire il presente ed immaginare il futuro, ad arricchirci di nuove consapevolezze e sensibilità, orientando il nostro pensiero e il nostro spirito per cercare di andare oltre la «porta chiusa», «con la creatività dell’amore», empatia e calore, di proteggere i minori e curare gli anziani, di esercitare solidarietà e carità del «farsi prossimi», di tener desto lo slancio di pace globale e di fratellanza universale.

Per questo vi inviamo il «fil rouge» delle due nuove edizioni, scelto già in dicembre 2019, e vi proponiamo di costruirle insieme: «Sfida educativa in un mondo di emergenze planetarie/per immagini», moltiplicando l’impegno, integrando i temi, coinvolgendo altre voci e sensibilità, organizzando serate ed eventi, nelle forme possibili.

Nel frattempo ci facciamo tutti più vicini, in particolare a quanti portano sul volto i segni del servizio prestato a chi – per poter vivere – dipende dal dono di sé, ai più bisognosi, vulnerabili, fragili, svantaggiati, isolati ed «invisibili», ai provati e stretti nella morsa di sofferenza, dolore e lutto, e ci affidiamo a s. Francesco, fratello universale, perché insieme a lui possiamo dire: ‘Andrà tutto bene!’. Ci alzeremo e ripartiremo. Insieme faremo piccole e grandi cose per il bene di tutti. Incontrarsi sarà davvero ancora più bello, per noi e per gli altri che ora più di ieri attendono un mondo nuovo, inclusivo, equo e sostenibile, a misura di uomo.

Arrivederci nel «Tempo del Creato», il 2 ottobre, festa dei nonni e degli angeli custodi.

(pa)

 




Ad ogni venerdì dell’8ª edizione!

Venerdì 8 marzo, nella Giornata Internazionale della Donna, alle ore 19, il Circolo Culturale San Francesco inaugura l’8ª edizione del WikiCircolo, con la 1ª Serata conviviale in omaggio alle donne dal tema: «Donne impegnate a battersi contro le violenze e gli abusi fisici e psicologici», e venerdì 15 marzo quella del CineCircolo, con la proiezione del film «E ora dove andiamo?» di Nadine Labaki, la conversazione «La via femminile per la pace» e il «cocktail», la 151ª di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014.

Entrambe le edizioni hanno il motto «A servizio della pace e della fratellanza» e si ispirano al Messaggio «La buona politica è al servizio della pace» di Papa Francesco per la celebrazione della 52ª Giornata Mondiale della Pace, al «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e Grande Imam di al-Azhar Aḥmad al-Ṭayyib (4.02.2019) e alla preghiera-poesia Cantico delle creature di frate Francesco d’Assisi.

In tal modo la nuova edizione ci invita ad essere «portatori della pace» e «costruttori della fratellanza», in un mondo lacerato da scontri, odi, barriere e divisioni e abbruttito da logiche di potere, egoismi e nazionalismi. La partecipazione e la presenza reale – ed anche virtuale, tramite il Sito Web e la Pagina social del Circolo – alle Serate di ogni venerdì saranno motivo di sostegno a osare tale missione e tenere aperta ad ogni fratello la propria mente e il proprio cuore. Tutti insieme possiamo essere segno e lievito di una nuova società, costruita sulla pace e sulla fraternità. I dépliant, ritirati dalla Tipografia il 4 marzo, sono a disposizione di tutti, nella segreteria del Circolo. (pa)

WikiCircolo 2019

 

 

 




Profilo dei giovani 2.0

Il Circolo Culturale San Francesco, dopo la pausa estiva, ha riaperto i battenti, e lo ha fatto regalando una pregnante Serata conviviale con «aperitivo», la 132ª di seguito, tra quelle conviviali e quelle cinematografiche. Venerdì 21 settembre 2018, con il tema «Il profilo dei giovani 2.0», ha avviato la 7ª edizione del WikiCircolo: 9 Serate ‘immerse’ «negli spazi abitati dai giovani», tutte gratuite e aperte a tutti: soci, sostenitori, amici, credenti e «laici», vicini e lontani, introdotte da un brano musicale o un videoclip, intervallate da un momento di condivisione e concluse con un «aperitivo», ispirate all’Instrumentum laboris della 15ª assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale (3-28 ottobre 2018), al Messaggio «”Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio” (Lc 1,30)» di Papa Francesco per la 33ª GMG 2018 e alla preghiera-poesia Cantico delle creature di frate Francesco. A configurarle in dettaglio e a scegliere i relatori di rilievo per la piccola tavola rotonda, i componenti del nuovo «team», ringiovanito e rinvigorito: Clarissa Errigo, Valentina Gullì e Teresa Cona, in collaborazione con Alex Scicchitano e Luigi Cimino, tutti innamorati dell’ideale del Circolo e pronti a fare i ‘salti mortali’ per tenerlo in alto, vivo ed attraente. Il Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», presso la sede del Circolo, al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido, è il luogo abituale degli incontri che si tengono un venerdì sì e un venerdì no, alternandosi con il ciclo cinematografico.

Ad aprire la 1ª Serata, alla vigilia del viaggio apostolico di Papa Francesco in Lituania, Lettonia ed Estonia, nel 25° anniversario della visita di Giovanni Paolo II, è stato il video hardcore 2.0 «I giovani di una volta» della storica band torinese COV, tornata nel 2015 sulla scena con l’intento di fare nuova musica, intesa come atto creativo, con nuove consapevolezze e nuove sensibilità, ma con la stessa forza e lo stesso spirito di sempre, narrando la vita, l’amore, i cambiamenti, la società, ma anche i moti dell’anima che erano lo specchio delle storie e delle sensazioni vissute dai giovani dei quartieri popolari della Torino di un tempo.

A presentare l’edizione e il programma della Serata, la segretaria del Circolo, Teresa Cona. «Il fil rouge dell’edizione e il tema della Serata sono scottanti – ha detto –, ed è importante che esista un’edizione che vuole introdurci negli spazi abitati dai giovani», ritrovare i «link» tra loro, gli adulti e gli anziani, tra ieri e oggi, e unirci tutti in una grande famiglia. Incontrarsi, comunicare, dialogare «vis-à-vis» è un dovere. È l’alternativa alla frammentazione delle società occidentali e alla nascita di tanti «ghetti», «grumi» e mini-aggregazioni, favoriti dal web di cose incrociate, sfaccettate, mescolate, come Facebook, forum e chat settoriali, tv «on-demand», l’opposto dell’«agorà» (= piazza, spazio aperto frequentato dal popolo, luogo di relazioni interpersonali), dove cittadini di ogni estrazione e idea si riunivano per discutere e decidere del futuro della «polis» (=città). Il frequentatore-tipo di ogni piccolo «ghetto» non fa che rinforzare le proprie idee, e spesso i propri pregiudizi, senza metterle mai alla prova del confronto, colpendo al cuore quella che è l’idea stessa di democrazia: il dibattito. Queste enclavi del pensiero, impermeabili alle idee esterne, auto-rinforzano le convinzioni dei propri affiliati in una sfrenata corsa all’inevitabile «redde rationem» (=resa dei conti). Un giorno usciranno dai propri «ghetti» e si troveranno nell’«agorà», non per discutere, ma per spaccarsi le teste, dando luogo ad una non-società, sempre più polverizzata e, quindi, pronta all’esplosione. A noi non scoraggiarsi, ma «prendere il largo», come il giovane Pietro con la sua barca, trascinando nell’avventura gli altri, «gettare le reti» (Lc 5,4) e ‘spacciare’, con la nuova linfa, i valori alti, evangelici, sanfrancescani, trapiantandoli nei cuori di tutti.

Magistrale è stata la tavola rotonda, con interventi di carattere sociologico, pedagogico e giuridico sull’identità del #giovane 2.0 tutto web, touch screen, chat, blog, twitter, social forum (Clarissa Errigo, Valentina Gullì e Vanessa Aprile) e con video («Don Tonino Bello – Freedom», «Santità 2.0: Storie belle di giovani» e «Catechesi ‘Giovani 2.0’»).

Clarissa, aprendola, ha ricordato che l’uomo è un essere più debole del mondo, perché appena nato ha bisogno delle cure e degli affetti di un altro essere. A volte questo bisogno se lo porta dietro per tutta la sua vita. È necessario ri-nascere, il più presto possibile, come individuo autonomo ed indipendente. Vanessa ha spiegato come si sviluppa la coscienza del sé ripercorrendo le varie età della crescita. Valentina invece ha sottolineato l’importanza del passaggio dall’identità personale all’identità digitale, aprendo una panoramica sui rischi connessi al mondo virtuale ed elencando le maggiori precauzioni da adoperare, in una fase preventiva, per non incorrere nei numerosi e variegati reati informatici che stanno dilagandosi «on-line».

Si è parlato quindi di ciò che riguarda la vita dei giovani 2.0, cresciuti in ambiente tecnocognitivo e quindi abili nel gestire flussi informativi tecnomediati, in multitasking con una miriade di altre attività parallele, e nel combinare comunicazione face to face e virtuale. Proprio loro sono chiamati a non piangere sulla propria situazione, ma a fare la loro parte: coltivare (↬ cultura) e sviluppare in pieno, con responsabilità, i talenti seminati nella loro vita. Certo, ci sono situazioni e contesti che più li favoriscono e altri che li ostacolano, ma in ogni giovane c’è sempre un punto positivo su cui si può far leva per crescere questi talenti. Papa Francesco spesso ricorda ai giovani di non farsi ‘rubare’ la speranza. I ‘ladri’ sono esterni per cui i giovani devono custodire e fruttificare il proprio estro, genio, bernoccolo. In questa dinamica devono essere oltremodo responsabilizzati e sensibilizzati. Il futuro dovrebbero costruirselo anche loro, in sinergia con gli altri, sognando la cultura della speranza, della gioia, dell’accoglienza, mai cedendo a fatalismo e alla logica dell’irredimibile.

I genitori sono spesso iperprotettivi. Si sentono più tranquilli e meno ansiosi con i figli immersi nei «social» a casa che fuori immersi nel sociale, esigente, ma vitale per il loro equilibrio psichico e per la costruzione di relazioni reali e durature, non virtualizzabili o cliccabili. Privilegiando solo relazioni virtuali, attraverso i media, si impoverisce, si favorisce il narcisismo e si espone ad una «orfanezza spirituale»: «La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) – constata amaramente Papa Francesco – va cauterizzando i nostri cuori, facendo perdere ad essi la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione. L’orfanezza spirituale ci fa perdere la memoria di quello che significa essere figli, essere nipoti, essere genitori, essere nonni, essere amici, essere credenti. Ci fa perdere la memoria del valore del gioco, del canto, del riso, del risposo, della gratuità» (Omelia alla Messa nella solennità di Maria, Madre di Dio, 1 gennaio 2017).

Infatti, si pensi alle mamme e ai papà travolti dai sensi di colpa e distrutti dal chiedersi: “Se avessi visto, se avessi capito, se avessi fatto…”. Certo, non si può arrivare dappertutto e proteggere a oltranza dai rischi e dalle degenerazioni dei media. I media hanno conquistato la nostra esistenza, scandiscono i ritmi delle nostre giornate, sono i custodi delle chiavi dei nostri spazi. «La loro presenza ci mette, certamente, a disposizione funzioni e opportunità impensabili fino a pochi anni fa, anche se il prezzo da pagare – afferma Dario Edoardo Viganò, assessore del Dicastero vaticano per la comunicazione – è una modifica sostanziale dei lineamenti del nostro profilo», un elevato costo in termini di umanità (Connessi e solitari. Di cosa ci priva la vita online, Bologna 2017, 17-18). Per quanto ci facciano bene, non si può dimenticare quanto essi siano carenti dal punto di vista dell’«educazione ai sentimenti». Per questo occorre che i genitori stiano vicino ai propri figli, sempre, al loro fiano, fin dalla più tenera età, e sappiano ascoltare, dialogare e rispettare i loro spazi e tempi. Insieme si può costruire un mondo e un futuro più bello, più umano, più relazionale, più affettuoso, più rispettoso, più giusto, più equo.

In sintonia con questi rilievi erano, a nostra sorpresa, i tre sintomatici eventi della giornata celebrati ad Assisi e a Bologna:

  1. «Disegni di affettività» per coppie di giovani sposi e di fidanzati, promossi nel Centro Congressi «Casa Leonori» di Assisi dall’Azione Cattolica. «’Life is sweet’: musica e parole, il nostro progetto di amore» è stato il titolo di quel fine settimana di lavori in cui, fino a domenica 23 settembre, i partecipanti da ogni parte d’Italia avevano la possibilità di riflettere sulla bellezza e il significato profondo della propria vocazione. Nella scelta del tema si sono rifatti all’Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia di Papa Francesco (2016), al progetto di voler formare una famiglia come «il coraggio di far parte del sogno di Dio» (n. 321) e alla conseguente capacità della coppia di essere un «pascolo misericordioso», che genera vita, accoglienza ed ospitalità (cfr. nn. 322-324). A fare da filo conduttore dell’evento è stata la musica, con il suo ritmo e i suoi silenzi, tempi e codici, l’immagine perfetta delle relazioni affettive. Ogni coppia è chiamata a generare, come su un pentagramma, il proprio ‘spartito’, aperto al bene, all’accoglienza della vita e alla costruzione di una società più relazionale ed ospitale, contro ogni tentazione disgregativa che si vorrebbe imporre.
  2. «Cortile di Francesco» sul tema «Differenze», con più di 40 i relatori e ben 24 gli incontri, sviluppato dai partecipanti attraverso 6 sezioni: arte e cultura, cinema e teatro, architettura e design, economia, giornalismo ed attualità, l’evento realizzato dal Sacro Convento di Assisi, dalla Conferenza Episcopale Umbra e dall’Associazione «OICOS Riflessioni» e in collaborazione con la Regione Umbria.
  3. Presentazione della 10ª edizione del Festival Francescano sul tema «Tu sei bellezza», in programma dal 26 al 30 settembre a Bologna, con più di 200 iniziative. È stato questo il richiamo forte che i componenti del Comitato scientifico del Festival hanno rivolto a tutti. Il tema della manifestazione, “la bellezza”, ha assunto fin da subito una dimensione relazionale. Il contributo che i francescani si sono sentiti di dare, infatti, è stato quello di riconoscere il totalmente Altro (Dio) e gli altri come “belli”, degni del Suo e del nostro amore. L’esclamazione «Tu sei bellezza» ci arriva dalle Lodi di Dio altissimo: una preghiera che frate Francesco compose sul Monte della Verna nel 1224, quando ricevette le stimmate (FF 261). L’esclamazione è ripetuta due volte per sottolineare l’importanza del concetto di bellezza nel rapporto con Dio, il rapporto che per l’Assisiate passa necessariamente attraverso gli uomini e le altre creature: belli sono il sole, il fuoco, la luna e le stelle, così come bello è il lebbroso, l’emarginato, lo scartato. Di conseguenza il movimento francescano coltiva un atteggiamento positivo nei confronti del mondo: trova bellezza laddove altri trovano scarto. Certo, il concetto di bellezza non è univoco. Bello è qualcosa che attrae, che colpisce, che spinge a soffermare lo sguardo senza reprimere un senso di meraviglia, di stupore, di estasi. Spesso si definisce il bello come qualcosa che è buono e in questo caso si attribuisce alla bellezza una caratteristica utilitaristica, che non è propria del termine. Altre volte una cosa bella è una cosa desiderabile, apprezzata, ma non posseduta, e che proprio per questa mancanza di possesso risulta ancora più ricercata.

Umberto Eco († 2016), semiologo, filosofo, bibliofilo e medievista, dopo aver scritto la Storia della bellezza (Milano 2004), si dedicò alla Storia della bruttezza (Milano 2007). Con la sua raffinata capacità di leggere il presente, scrisse: «Un altro caso in cui si riscontra la dissoluzione dell’opposizione brutto/bello è quello della filosofia cyborg. Se all’inizio l’immagine di un essere umano in cui vari organi sono stati sostituiti da apparati meccanici o elettronici, risultato di una simbiosi tra uomo e macchina, poteva ancora rappresentare un incubo della fantascienza, con l’estetica cyberpunk il vaticinio si è avverato. […] è davvero scomparsa la distinzione netta tra brutto e bello? E se certi comportamenti dei giovani o degli artisti (anche se generano tante discussioni filosofiche) fossero fenomeni marginali praticati da una minoranza (rispetto alla popolazione del Pianeta)? Se cyborg, splatter [zombi] e morti viventi fossero manifestazioni di superficie, enfatizzate dai mass media, attraverso le quali esorcizziamo una bruttezza ben più profonda che ci assedia, ci atterrisce e vorremmo ignorare?».

La risposta francescana, nel Duecento così come oggi, è sempre la stessa: trovare la bellezza tornando alla realtà. E dove sta la realtà? Nei luoghi del sentire e di senso. Cercare il bello significa capire che ci sono cose prive di scopo, ma ricche di senso. Un senso che possiamo solo contemplare e non possedere. La bellezza, dunque, ci porta oltre ai canoni estetici e oltre alla fisicità che ci viene proposta consumisticamente. È una sensazione che nasce dal profondo, ci colpisce e ci educa alla gratuità e alla prossimità.

Forse dovremmo ripensare il tema della prossimità nel contesto digitale, senza demonizzare la rete come luogo distruttivo, e scoprire nuovi modi di stare con gli altri, senza rinunciare alle relazioni dirette, personali, con presenze reali e non esclusivamente virtuali, imparando a contemperare il senso di una stretta di mano con il click dei tasti del pc (cfr. L. Bruni, La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, Trento 2007, 159-163). «La rete – afferma Papa Francesco – è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità» (Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Comunicazione e misericordia: un incontro fecondo, 8 maggio 2016). Il suo appello è quello di «costruire ponti tra gli uomini», di essere inclusivi, di farsi «prossimi dell’umanità ferita ed esclusa, per rendere visibile l’amore di Dio e la gioia del Vangelo», di dialogare en face per essere un gruppo». «Un dialogo per essere un gruppo aperto – ribadisce – deve essere un dialogo con la mente, con il cuore e con le mani» (Discorso ai ragazzi della Diocesi di Viviers, 29 ottobre 2018).

Lo Staff del Circolo è pieno di gratitudine nel vedere che le Serate conviviali e cinematografiche sono un luogo dove, quasi per una misteriosa osmosi, si comunica la positività, il desiderio di dialogo e di comunione, il rispetto delle differenze, la curiosità del conoscere che vince la pigrizia, l’orgoglio e l’indifferenza. È una benevolenza che lo precede e un favore che gli viene anche da frate Francesco, «maestro di reti», da intendersi, nel suo caso, come reti di relazioni e, nel nostro caso, come reti di connessioni, «abitate» dai giovani 2.0.

Piotr Anzulewicz OFMConv/Valentina Gullì/Teresa Cona




Programma completo del WikiCircolo

Amici, è disponibile il programma completo della 7ª edizione del WikiCircolo con il file rouge: «Negli spazi abitati dai giovani…». La nuova edizione s’inserisce nella marcia verso il Sinodo dei Vescovi sul tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» (3-28 ottobre 2018), e verso la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù a Panamá (22-27 gennaio 2019). Per questo si ispira all’Instrumentum laboris della 15ª assemblea generale ordinaria del Sinodo, al Messaggio di papa Francesco per la 33ª GMG 2018 dal titolo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30), ed anche alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco d’Assisi.

Nel programma, 9 Serate conviviali, dal 21 settembre 2018 al 18 gennaio 2019, tutte gratuite e aperte a tutti, vicini e lontani, introdotte da un brano musicale o/e video, intervallate da una pausa di condivisione e concluse con un «aperitivo». A configurarle in dettaglio e a scegliere, per la piccola tavola rotonda, i relatori di rilievo sarà lo Staff dell’edizione: Clarissa Errigo, Valentina Gulli e Teresa Cona, in collaborazione con Alex Scicchitano e Luigi Cimino. Il Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», presso la sede del Circolo situata al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido, sarà il luogo degli incontri che si terranno un venerdì sì e un venerdì no, alternandosi con il ciclo cinematografico.

Non dimenticate di accompagnare la loro preparazione remota e prossima seguendo la pagina Facebook e fate un ‘regalo’ al Circolo: diventate suoi paladini, promotori, collaboratori e sostenitori. Contiamo su di voi. Non ci abbandoni mai la voglia di diffondere l’ideale del Circolo: «la cultura e la cura dell’altro», portando avanti i programmi già attivati e lanciando quelli elaborati, ma mai avviati, per il bene della collettività e di «sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba» (Cant, v. 9: FF 263).

Piotr Anzulewicz OFMConv

a nome del Consiglio direttivo

 

 

 




«Sessanta Jazz»

La Serata «Sessanta Jazz», che si è svolta il 29 giugno 2018 presso la sede del Circolo Culturale San Francesco a Catanzaro Lido, a detta di molti, è riuscita a sprigionare lo charme a 360 gradi. E’ stato proprio il M° Luigi Cimino, con il suo sax, ad emanarlo. Di per sé ha una fiamma dentro di sé. Essa però divampa per un ambito in cui si è “specializzata”: il jazz, quel genere musicale che si distingue per l’uso estensivo dell’improvvisazione, di «blue notes», di poliritmie e di progressioni armoniche insolite, ineguali, elastiche, “saltellanti”, “dondolanti” (ingl. swing). Bastava esserci per provarne attrazione, e non erano pochi, nel corso della performance, a lasciarsi attrarre ed incantare.

Durante il «break», due sorprese: 1. l’ascolto dell’inno «’Siamo Qui!’. Proteggi Tu il mio cammino» dell’incontro dei giovani italiani con Papa Francesco che si svolgerà a Roma l’11 e il 12 agosto, reso noto appena tre giorni fa, scritto dall’Istituto Diocesano di Musica e Liturgia di Reggio Emilia e diretto dal M° Giovanni Mareggini: un’invocazione di protezione verso tutti coloro che attraversano la vita cercando di dirigere al meglio i propri passi; 2. la proiezione delle foto archiviali con Peppino Frontera, saggio consigliere del Circolo e solerte curatore delle Serate del WikiCircolo, che se n’è andato inaspettatamente il 24 gennaio scorso, alla vigilia della 2ª Serata conviviale dedicata a «I ‘ragazzi fantasma’, soli e isolati dalla società».

Una Serata incantevole, splendidamente condotta da Teresa Cona e Clarissa Errigo, a coronamento della 6ª edizione del Wiki– e CineCircolo dal «file rouge»: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra», e conclusasi con una foto comune e la bottiglia di champagne, abbinata ad auguri, ringraziamenti e… proiezioni. (pa)




Evviva la ‘galassia’ francescana, ma…

«Lasciatevi sorprendere dal ‘volto’ dei giovani francescani!». Tale poteva essere lo slogan della Serata conviviale che si è tenuta il 15 giugno 2018 presso la sede del Circolo. Chi ama il Santo d’Assisi e il suo carisma non avrebbe resistito a non accendersi di fronte ai ‘volti’ luminosi dei giovani francescani (Gi.Fra.) accorsi entusiasticamente a questa Serata, 11ª ed ultima della 6ª edizione del WikiCircolo creata apposta per loro e per tutta la ‘galassia’ francescana ex-giovanile (OFS), che ‘ruota’ intorno alle chiese francescane, e in particolare a quella del «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido, e resa nota già il 26 dicembre scorso sul sito web e sulla pagina social del Circolo, con la pubblicazione del dépliant. Un’opportunità straordinaria di presentare a tutto il mondo, con poche “pennellate”, il ‘volto’ dei gifrini, araldini e francescani secolari, anche per valorizzare il fascino di frate Francesco e «ricuperare l’alleanza inter– e intragenerazionale, universale e cosmica, praticata da lui e promossa da Papa Francesco, e, attraverso lo scambio di idee e il confronto delle voci dei giovani con le istituzioni, le comunità, gli educatori e i pastori, progettare insieme un possibile avvenire, unendo creatività, energia, forza e saggezza per il bene della comunità religiosa e civile, della società, dell’umanità e della ‘sorella’-’madre’ Terra. Un’opportunità singolare di dialogo, di proposte, di iniziative… e un momento in cui «tessere relazioni improntate alla fiducia, alla condivisione, all’apertura fino ai confini del mondo». Un’occasione eccezionale che, purtroppo, non è stata colta… Lo Staff delle Serate, indirizzate a tutti: soci, sostenitori, amici, credenti e «laici», vicini e lontani, ha contato moltissimo sul loro entusiastico coinvolgimento nella preparazione remota e prossima e sulla loro appassionata presenza all’evento, insieme ai loro assistenti… In prossimità di questa Serata, la 129ª di seguito, ha stilato il programma, con i videoclip avvincenti e trainanti, e ad alcuni di loro ha inviato le lettere-inviti speciali…

Grazie immense a chi ne ha accolte: a p. Pio Marotti, assistente custodiale dell’OFS che a volo ha reimpostato i suoi impegni ed era presente con l’intervento di grande interesse. Grazie ad Anna D’Alta, viceministra della Fraternità «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore», per la sua testimonianza. Grazie all’unico gifrino, Giuseppe Panariello, che suppliva l’assenza di Emmanuele Rotundo, responsabile del gruppo della gioventù francescana marinota. Il loro exploit ha reso meno acuta l’emblematica assenza ‘francescana’ a una delle edizioni più accurate, laboriose e diligenti. Grazie anche a p. Mauro De Filippis Delfico, assistente nazionale della Milizia dell’Immacolata, e a Margherita Perchinelli, presidente nazionale di questo straordinario ‘sogno’ di s. Massimiliano Kolbe, frate francescano e martire di Auschwitz, per la loro presenza, anche se soltanto per alcuni minuti.

La sfida di fronte ai giovani ed ex-giovani francescani, con i loro responsabili ed assistenti spirituali, è immensa. Il Circolo ha lanciato nella parrocchia «Sacro Cuore» un’edizione che poteva essere il fiore all’occhiello dei loro incontri formativi settimanali o bisettimanali. Non ci voleva molto per capire che essa aveva grandi potenzialità. È ormai chiaro a tutti che non c’è futuro senza cultura. Non coltivarla o, peggio, accantonarla, è lo sbaglio più grosso che si possa fare. Per tornare a crescere, essere significativi ed offrire al mondo «amato e tormentato» il tesoro ricevuto gratuitamente, la ‘galassia’ francescana ha urgente bisogno di riappropriarsi delle intuizioni e del carisma di frate Francesco, intesi l’une e l’altro non in senso astratto e sistematizzante, ma dinamico e contestuale. Il suo carisma e il «volto»/«identità» delle sue fraternità sono davanti, al servizio degli altri, e non nel passato. Questo impone l’impegno nell’indagare in modo rigoroso e spregiudicato quali siano le intuizioni originarie e originali di frate Francesco, partendo dai suoi Scritti con il suo Testamento come testo base, anche per tenere lontano tentazioni mistificanti, falsificanti, teocratiche, ierocratiche e gerarchiche, tentazioni ben presenti nelle nostre fraternità.

C’è il pericolo che le cosiddette Fonti francescane (Scritti e biografie di s. Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di s. Chiara d’Assisi. Testi normativi dell’Ordine Francescano Secolare, Padova 2004) – quella miniera agiografica in cui si può trovare di tutto e il contrario di tutto – siano trattabili in modo omologo, addirittura alla stregua dei testi biblici. Nello specifico, c’è un pregiudizio diffuso che agisce e condiziona la vita o, meglio, l’uso rapsodico e combinatorio della vita di frate Francesco. Così l’Assisiate si colora delle più svariate tinte, diventando un santo decontestualizzato, svirilizzato e proiettato nell’universo dell’immaginario individuale e collettivo: Francesco rosso, anticapitalista e antimperialista; Francesco rosa, femminile e femminista; Francesco nero, nazionalista e fascista, definito «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi»! Si dà per acquisito che le Fonti riproducano fedelmente le varie tappe di quella vita e che ogni momento, ricordato in esse, abbia la stessa autorità testimoniale. Le cose non stanno assolutamente così, tant’è che il lettore attento non sfugge a incongruenze e contraddizioni quando non miscela e non integra avvenimenti diversi, realtà, mistificazione e fantasia. È indispensabile allora fornire ulteriori spunti di conoscenza e di riflessione, anche in modo sintetico e rapido, a partire dagli Scritti dello stesso frate Francesco. Rispettarli e studiarli richiede fatica intelligente, oltre che assunzione consapevole e dolorosa delle proprie responsabilità qui e ora, anche nei confronti dell’intera ‘galassia’ francescana che ruota attorno ai frati (Gi.Fra., OFS, MI).

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno – ha ribadito Papa Francesco il 21 giugno scorso nel Centro Ecumenico del World Council of Churches [Consiglio Mondiale delle Chiese] a Ginevra – è «un nuovo slancio evangelizzatore». «Siamo chiamati a essere un popolo che vive e condivide la gioia del Vangelo», un popolo che «serve i fratelli con l’animo che arde dal desiderio di dischiudere orizzonti di bontà e di bellezza inauditi a chi non ha ancora avuto la grazia di conoscere veramente Cristo», un popolo che loda «il Creatore e Redentore e Salvatore, solo vero Dio il quale è il bene pieno, ogni bene, tutto il bene, verso e sommo bene, che solo è buono, pio, mite, soave e dolce, che solo è santo, giusto, vero, santo e retto, che solo è benigno, innocente, puro, dal quale e per il quale e nel quale è ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti i penitenti e giusti» (Rnb XXIII 9: FF 70).

La Serata, che doveva essere animata e contrassegnata anche dai francescani secolari di solido percorso formativo, portava con sé altresì la domanda: Come comunicare e trasferire ai giovani francescani, nei canali prediletti da loro, dunque soprattutto quelli digitali, il «know how», il saper essere e il saper fare, francescanamente, in questa «inquieta età secolare» e, più in particolare, nel mondo che non è più dicotomico (reale o virtuale), ma unico, con le due dimensioni (reale e virtuale), che a volte co-esistono e a volte si sovrappongono e/o si sostituiscono?

Frate Francesco non cercava un ideale astratto per offrirlo ai propri frati. Da ciascuno di loro ricavava invece, come in una sorta di gruppo terapeutico ante litteram, la parte migliore, più promettente, più seria, «componendone – puntualizza Paolo Floretta – uno sfolgorante patchwork di virtù vissute (Saluto alle virtù, 1-18: FF 256-258). In questa proposta, estetica ed etica, esse si armonizzano in modo mirabile, quasi felicemente ovvio, alla fine, con molta e attesa “aria di casa”» (Le reti di Francesco, Padova 2015, 96). Tra tutte le virtù brilla inattesa l’ultima: l’inquietudine, quella che meno ci attenderemmo, quella più fastidiosa, mai messa sugli altari prima di frate Francesco, attribuita per di più a frate Lucido, che, in tutte le Fonti francescane, compare con il suo nome luminoso soltanto nello Specchio di perfezione, un’opera illuminante di scrittore anonimo, scritta intorno al 1318 (cfr. Spec 85: FF 1782). La santa inquietudine che come pedagoga pungente e amorevole si pone a nostro servizio, in cerca della verità di noi stessi e di Dio. «Forse essa è il vero motore di ricerca vitale – scrive ancora Floretta – che dovrebbe accomunare e accompagnare credenti, non credenti e increduli. Forse la scopriremo cortese nel prendere per mano noi e i nostri dubbi, il nostro piccolo o grande ateo che ci abita e si sforza di ricominciare a credere […]. Forse ne apprezzeremo il suo umile servizio al pensare che non si arrende di fronte all’assenza, alla mancanza o anche all’abbandono di Dio. Forse, ancora, ne potremo stimare la sana incontentabilità rispetto a soluzioni o consolazioni a buon mercato. Una sorella, insomma, certo un po’ scomoda, talvolta pure molesta e imbarazzante, che ci mantiene tutti, credenti e no, sulla soglia delle domande vere che ci fanno pensare la tragicità del vivere per portarvi o riconoscervi senso e bellezza» (Le reti…», 96-97).

L’inquietudine è per il francescano una cosa seria. Se egli è inquieto, è, oltreché sano, anche più vicino al mistero e tra di noi, capace di ospitare i nostri naufragi, i nostri dubbi, i nostri drammi di fede, che, se accolti, ci impediscono provvidenzialmente di barricarsi dietro le autistiche certezze, più o meno targabili divinamente o teologicamente, ma gravide di morte perché prive della passione del domandare. Forse è davvero giunto il «kairòs» – il momento opportuno – per una nuova «devotio», che porta il profilo inquieto della nostra debolezza, riconosciuta e redenta, che ci mantiene «pellegrini e forestieri in questo mondo» (Rb VI 1: FF 90), orientati alla Terra che sarà il nostro approdo definitivo. Questa inquietudine, santa, provvidenziale e postmoderna, la possiamo accostare a quell’umiltà con cui frate Francesco chiude, riconciliato con se stesso, con gli altri, con il creato e con l’«altissimo, onnipotente, bon Signore», il suo Cantico delle creature: «Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate» (v. 14: FF 263). Francescanesimo è porsi così al servizio dell’inquietudine per poter incontrare gli «abitanti» che si sentono a casa in una visione della vita e della realtà che prescinde da Dio, e accompagnarli a diventare «cercatori» di senso. Tutto ciò suppone rispetto reciproco, attenzione vicendevole, prossimità, dialogo, generosità, solidarietà. Accompagnare gli «abitanti» della nostra Casa comune significa anche porsi in una dimensione contemplativa dove poter cogliere le loro specifiche ricchezze e le loro nuove possibilità, amorevolmente offerte da Chi sta guidando tutto il creato verso la pienezza di senso, di amore, di vita…

Per garantirsi l’inquietudine, bisogna accogliere la chiamata universale a quella «cella» o «chiostro»-laboratorio di unità, dove si abitua a smarcarsi dall’ovvio, interrogarsi e ascoltare il mistero della vita e la sua indelebile sacralità. L’ascolto è certamente l’atteggiamento più proprio ed efficace, come afferma frate Bonaventura da Bagnoreggio (+ 1274), filosofo e teologo, uno tra i più importanti biografi di frate Francesco, quando scrive: «Verbum divinum omnis creatura» («Ogni creatura è una parola divina»). L’ascoltare è il primo vero culto e il primo vero atto del dialogo, perché lo apre, lo rende possibile, per credenti e miscredenti, alleati perché inquieti, come a più riprese ci ha ricordato anche Papa Francesco (si leggano, ad es., le sue due omelie: quella tenuta il 28 agosto 2013 nella chiesa romana di S. Agostino in occasione dell’apertura del Capitolo generale degli agostiniani [Dall’inquietudine fecondità pastorale] e quella pronunciata il 3 gennaio 2014 ai gesuiti nella ricorrenza del SS. Nome di Gesù presso la chiesa del Gesù [«Senza inquietudine siamo sterili»]).

Serve l’inquietudine dell’amore che ci spinge ad uscire da noi stessi e andare incontro all’altro. È un promettente presupposto per impostare un’efficace azione evangelizzatrice, e in particolare la (web)pastorale francescana, in questa «età secolare delle reti» dove – come afferma Taylor – si è passati da una società, in cui la fede in Dio era incontestata, assiomatica e non problematica, a un’altra società, in cui la fede viene considerata un’opzione tra le tante. Credenza e non credenza oggi non sono più percepite come rivali. Sono modi alternativi di vivere la vita morale e spirituale, in cerca di pienezza. Ed è ascoltando queste diverse esperienze che si potrà aiutare a cogliere il totalmente Altro, Dio, già all’opera anche nella vita degli altri, credenti e non credenti. Frate Francesco faceva rete con tutti. Ci chiediamo allora come possiamo farla insieme? Se una mission è urgente, perché non progettarla e compierla insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della «carità intellettuale» (A. Rosmini), spirituale e corporale?

Lo Staff del Circolo ha già deciso di impostare le nuove edizioni del Wiki- e CineCircolo sui giovani in cammino verso il Sinodo dei Vescovi e la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Panamá dal 22 al 27 gennaio 2019. È quanto mai prezioso ed importante aiutarli ad affacciarsi da protagonisti su possibili sentieri e panorami inediti. La ‘galassia’ francescana ha un messaggio di amore e di pace da proclamare e il Circolo con il suo sito web è una formidabile camera di risonanza, un grande megafono, un potente evidenziatore. Sarà saggio cogliere questa ennesima opportunità e affezionarsi, organizzando le proprie attività in base al programma del Circolo, in vista di una «mission» di qualità…

Evviva quindi lo Staff del Circolo: Clarissa Errigo, Valentina Gulli, Alex Scicchitano, Teresa Cona (segretaria del Circolo), Luigi Cimino (consigliere) e Ghenadi Cimino (tecnico fonico)!

Piotr Anzulewicz OFMConv




Un battito di cuore alla sfida delle sette…

«A me gli occhi, prego», direbbe l’8ª Serata conviviale con «aperitivo» focalizzata sul tema «I giovani: facile bersaglio delle sette occulte e dei nuovi movimenti religiosi» e collocata nell’ambito della 6ª edizione del WikiCircolo dal motto «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra», che si è svolta il 4 maggio 2018 nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido.

Il tema, esposto da don Vincenzo Agosto, Alex Scicchitano e il sottoscritto, e illustrato con i due video (Illuminati. Spiegazione del loro «simbolismo» e Il lato oscuro dei social network), per ben due ore ha tenuto incollate persone che pian piano riempivano il Salone. Tra loro, i fantastici membri del Rinnovamento nello Spirito.

Serata straordinariamente intensa per chi ha regalato un battito di cuore alla sfida delle sette e dei «nuovi movimenti religiosi» o dei «culti» e, in particolare, ai giovani vulnerabili, «sconnessi», «senza legami», in pericolo, a rischio di fascinazioni occulte o già «pescati», trascinati e finiti negli ingranaggi di una finta spiritualità, plagiati dai guru, «deprogrammati» contro la loro volontà e resi schiavi delle sette, eppure sempre «appetibili», in cerca di un «dulcis in fundo», cioè di un’offerta di senso, di perché, di valori che entusiasmino, foss’anche in forma di surrogato rispetto al caffè, che altrove esiste, ma non è stato mai gustato a fondo.

Togliamoci però dalla testa che a finire negli ingranaggi della finta spiritualità sono solo i giovani vulnerabili e sprovveduti, gli anelli deboli della società. «Ciascuno di noi può cascarci» − scandisce Giuseppe Ferrari del Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa (GRIS) di Bologna, l’osservatorio anti-sette della Chiesa cattolica. Sfoglia l’archivio delle segnalazioni: avvocati, dirigenti, impiegati, professori, persino magistrati. Altrimenti non sarebbero oltre un milione le persone che in Italia nutrono una galassia di oltre 600 sette religiose e di ancora più numerose le psico-sette, dalla facciata un po’ eccentrica (49%), di quelle sataniste (18%) o stregonesche (18%). Sono italiani medi gli “irretiti”, i “plagiati”, i “succubi” di oggi. La dott.ssa Lorita Tinelli del Centro Studi Abusi Psicologi (CeSAP) di Bari, tra i più attivi centri d’assistenza psicologica e legale per vittime di plagio, desolata ed avvilita confida: «Perfino un collega psicologo…». E don Aldo Buonaiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII, l’unica associazione a offrire un numero verde anti-sette sempre disponibile, conferma: «Il 70% dei nostri casi riguarda persone istruite, perfino laureati, spesso facoltosi».

I santoni d’accatto e i ciarlatani dell’anima vanno sul sicuro. Preferiscono pesare le vittime tra i clienti dei fitness club, dei corsi di Shiatsu e di Qi Gong, nella classe media consumatrice di salutismo psicofisico. Ad esempio, Elena di Milano, una libera professionista, riferisce: «Mia sorella mi iscrisse a un ciclo di pranoterapia. Sembrava tutto normale, ma poi spuntò la santona, affabile. Ci parlava del “terzo occhio” e della “luce sopra di noi”. Era piacevole ascoltarla. Ci annunciò che poteva “canalizzare Gesù” dentro di noi e ammetterci a un circolo esclusivo di prescelti, pieno di persone importanti, attori, soubrette, nomi famosi… Perché no? Chissà, magari funziona. Sembrava un regalo. Cinquanta euro a incontro, non sono poi tanto. Ed era così bello sentirsi circondati di apprezzamento, avvolti d’amore. Solo che, via via, la gentilezza spariva e subentravano prima le prove di perfezionamento, gli esercizi spossanti e poi le sgridate, l’autorità, le imposizioni. Ci mettevano contro i nostri cari e ci impedivano di coltivare altre amicizie. Io uscivo dalle sedute terrorizzata e piangente, ma non riuscivo a staccarmi. Quella minacciava: “Se te ne vai, Cristo ti abbandona, perderai la vita”. Ero la reietta, l’apostata. Ci ho messo tre anni ad uscirne. E altri tre a liberarmi dal senso di fallimento».

Il discount della felicità in vetrina e l’abisso della spersonalizzazione nel retro. Secondo Massimo Introvigne, sociologo e saggista, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CeSNuR), dice che la parola “setta” è obsoleta, perché ricorda massonerie e riti fumosi: «Ora vanno fortissimo le religioni neobuddiste giapponesi, il cui motto è Genze riyaku, “beneficio immediato”. Ecco la lusinga: un benessere spirituale pronta cassa, da bere d’un fiato, come una bevanda dietetica». A suo parere non siamo una società secolarizzata. Siamo invece una società di «credenti senza appartenenza», di fedeli a caccia di parrocchie easy-fit, assetati di esperienze più che di credenze, più clienti che adepti. È un bisogno crescente di spiritualità, ma di quella semplice, aerobica ed efficiente, già disponibile nell’aldiquà e non rimandata all’aldilà, di un wellness interiore che ti fa finire dritto in braccio a quelli che la criminologia non definisce più sette religiose, ma “gruppi distruttivi”. L’offerta è vastissima ed ossessiva: lusingando arriva in tutte le case, sul web, WhatsApp, Facebook, Twitter… e le difese sono bassissime.

Una rara sospettosa chiede al GRIS: «Potete dirmi cos’è il “lavaggio energetico emozionale”? Sono una buona cattolica e non vorrei cacciarmi in un pasticcio». Chi però va a sospettare del crocefisso? Paolo, laureato da poco, voleva festeggiare il suo ritorno alla fede e iniziare la preparazione alla cresima, ma quel gruppo che aveva sede in una parrocchia era un po’ strano. «Dopo la bella accoglienza iniziarono certi discorsi sui “nemici della fede”, sulle tentazioni carnali. Me ne andai e subito cominciarono le persecuzioni: irrompevano in negozio e mi telefonavano a casa di notte: “Sei un prescelto, sei un eletto. Se abiuri, farai una brutta fine”. No, non era un corso per cresimandi…».

«L’inferno − scrive il giornalista Michele Smargiassi − comincia di solito con un leggero gesto consumista: si sceglie un percorso spirituale come un paio di carine scarpe sportive». Il tuffo nel tunnel di Alessandra, ad esempio, iniziò con un volantino sul bancone di una libreria: un innocente corso di Reiki, “prima lezione gratuita”, che male c’è? Accoglienza allegra e luminosa. «Ci dipinsero l’esperienza come un paradiso». E via, aprire i cuori e i portafogli: una serata − 260 euro, un corso “residenziale intensivo” − 1200 euro, e le attività che diventavano sempre più strane e scabrose: «Si parlava quasi solo di sesso», i «lavori» sfiancanti, le notti quasi insonni. Così quando arriva il momento dell’esperienza no-limits, quella del gong, «sei in una condizione di offuscamento mentale». Anna, di Bari, finì nel tunnel per seguire il fidanzato. «Se non andavo, mi avrebbe lasciato. Il guru voleva così e io per amore avrei fatto ogni cosa, a ventidue anni». In quel gruppo era il guru a fare e disfare la vita di ciascuno. Ubbidire o essere puniti, e la punizione era la «trasgressione creativa». «Il guru stabiliva con chi il tuo ragazzo doveva tradirti. Un giorno mi disse che dovevo prestarmi per una “trasgressione creativa”. Gli dissi: “Siete matti”, e trovai la forza per mollare tutto».

Quanti però non hanno coraggio di reagire e abbassano la testa? All’e-mail di don Aldo Buonaiuto arrivano storie come quella di una signora, moglie di un medico e madre di tre figli, che sparisce dopo un misterioso seminario a Milano, lasciando solo un talismano con un serpente. «La polizia ci ha detto che non si può fare nulla perché è diritto di un maggiorenne…». Simil-cristiani, para-buddisti, pseudo-scientifici, misteriosofici… La metodologia è la stessa: un letale mix tra tecniche di marketing e arsenale da torturatori di Abu Ghraib. Franca, madre con due figlie, raccontò a «Famiglia Cristiana» della dieta rivoltante imposta da un sedicente “angelo reincarnato”: «Pasta, solo pasta, aggiungendone se non finivo il piatto, mi faceva mangiare anche quella che vomitavo».

«L’incapacità di ribellarsi − scrive ancora Smargiassi − sembra inverosimile solo a chi non ha toccato con mano l’infernale meccanismo della sudditanza psicologica, come Franco a cui hanno rubato un fratello: “Incontrò questo santone. All’inizio me ne parlava entusiasta, tutto bello, puro, etereo… Avevamo appena avuto un lutto in famiglia. Può capitare a tutti, ma se qualcuno si infila nella tua crepa, l’abisso è lì, caderci è un attimo, e non risali più. Quello diceva di essere Dio, niente di meno, e come si fa a tradire Dio? ‘Se te ne vai, il tuo karma soffrirà, evolverai per saturazione!’. Cosa volesse dire, non so, ma mio fratello ne era paralizzato. Non c’è più il reato di plagio in Italia, è vero, ma questa è riduzione in schiavitù, si potrà fare qualcosa”». Che cosa?

«Attilio di Verona ha mobilitato anche l’Interpol, ma di suo figlio ventiseienne non sa più nulla. “Due anni fa perse il lavoro. Si mise a cercare su Internet. Trovò questa comunità, sorrisi, crocefissi al collo, cieli azzurri. Non ebbi il cuore di trattenerlo. Mesi di silenzio. Mesi fa, una telefonata: lui, piangente. Mi disse: ‘Papà, dimmi le cose più brutte, ma vienimi a prendere, salvami’. Mille chilometri di distanza, li avrei fatti anche di corsa, gli dissi di prendere i documenti e scappare. Lo fece, ma lo ripresero. Mi richiamò con una voce falsa: ‘Papà, mi ero sbagliato, sto bene’. Ora al cellulare rispondono altre persone e buttano giù”. Gli trema la voce. Il far West delle anime ha avuto un altro scalpo».

E cosa dire del «satanismo acido» che sta travolgendo gli adolescenti? Spesso loro stessi sono «a caccia» di satana sul web. Gli ‘adepti’ di satana, reclutati attraverso i social network e i profili di Facebook blindati, cioè non accessibili a tutti, sono in forte crescita. E’ proprio Facebook, il social per eccellenza ad essere utilizzato, più di tutti gli altri presenti in Internet, per contattare i ragazzi sensibili al fascino del “Signore delle Tenebre”. Ed è anche il ‘luogo’ dove la Polizia di Stato ogni giorno scova decine di nuovi simpatizzanti. L’età a rischio è quella compresa tra i 12 e i 22 anni. «Frasi ad effetto, musiche dark spinto, fotografie di sangue e teschi, e questi ragazzi soli davanti al pc, e spesso per la maggior parte della giornata, vengono risucchiati dal vortice dell’oscuro − spiega a Panorama.it Maria Carla Bocchino, dirigente responsabile della Divisione Analisi del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. − Vengono quasi ipnotizzati con musiche “realizzate” al computer dove si sentono lamenti strazianti e voci sofferenti ed agonizzanti». Un ruolo importante possono giocare anche i tratti definibili come ‘schizoidi’ e ‘antisociali’ dei ragazzi. Un adolescente, che aumenta il suo isolamento fisico e psichico dalla società normativa e manifesta comportamenti antisociali (vandalismo, furti, violenza…) e abusi di alcol e droga, merita senz’altro attenzione anche rispetto alla possibile adesione a una setta, ma la meriterebbe comunque, indipendentemente dalla eventuale soluzione satanica. Certo, anche la propensione per l’occulto, il gotico e la necrofilia sono segni che vanno tenuti d’occhio.

E’ estremamente importante che i genitori monitorizzino il computer e il cellulare del figlio o della figlia, prestando la massima attenzione a che cosa guarda sul web e con chi interagisce. Spessissimo queste sette sataniche acide si nascondono dietro profili di Facebook, ma anche dietro ad semplici associazioni onlus. Questi sono i casi più complessi da individuare, ma con un po’ di attenzione un adulto riesce ad intercettarli. «Se un genitore lo ha già scoperto − afferma Nadia Francalacci, collaboratrice dei servizi informativi centrali della Radio Vaticana −, deve rivolgersi alla Polizia postale che è in grado di entrare nel sito o profilo sospetto ed eventualmente oscurarlo. Con questi ragazzi non è consigliabile mai avere un atteggiamento duro e intransigente perché sono proiettati in una realtà che è difficile da gestire.

Ebbene, i giovani hanno bisogno di un chiaro orientamento e di vera spiritualità, di entusiasmarsi per un grande ideale e di sentirsi protagonisti di una società futura, più umana e più solidale. In caso contrario rischiano di diventare adulti non vivendo, ma lasciandosi vivere dietro la corrente, baloccandosi tra moto e flirts, assordandosi in discoteca o nei pub, sempre e comunque a caccia di sensazioni epidermiche che li facciano uscire da sé, oltre un sano “divertirsi”, fino a darsi allo “sballo”, agli sport estremi e, nei casi peggiori, perfino all’alienazione della droga e all’«abbraccio» delle sette… Ecco perché la moderna Caritas li inserisce nella categoria dei «poveri appettibili». E l’attuale edizione del Wiki– e CineCircolo continua a regalare a loro e a favore di tutti, ostinatamente e gratuitamente, ogni venerdì, un battito di cuore…, insieme all’«aperitivo» e al «cocktail».

Piotr Anzulewicz OFMConv




Serve un webpastore…

Una Serata conviviale illuminante, quella focalizzata sul tema «I giovani: webpastore come tessitore di dialoghi», che si è svolta venerdì 20 aprile 2018, nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido. Con il claim «capire, cambiare, osare», siamo stati invitati a guardare a Internet con entusiasmo, fiducia e audacia, a riappropriarci del ruolo di animatori/webpastori di «comunità», che «si esprimono ormai attraverso tante voci scaturite dal mondo digitale», ad offrire a tutti − anche ai non credenti, ma sopratutto ai preadolescenti e agli adolescenti − «i segni necessari per riconoscere il Signore» (Benedetto XVI). Capire l’era presente (virtuale), cambiare se stessi − ed anche un po’ la nostra terra, per quanto incolta e poco fertile − e osare ad evangelizzare il grande “continente” cibernetico, in continua ed irrefrenabile espansione, dalle elevate potenzialità comunicative, dalla progressiva apertura sociale e dalla frequentazione sempre più crescente. Il web si configura ormai come un universo culturale informativo e formativo ed è di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari e sociali. Operare pastoralmente in questo cyberspazio è non solo opportuno, ma anche necessario.

Tutti abbiamo bisogno però di un cambiamento di mente e di cuore e di una conversione pastorale… E’ una sfida per tutti, dai presbiteri agli educatori: entrare in sintonia con i media digitali ed elevarli a strumenti al servizio dei valori alti, umanistici e cristici. È urgente formare gli evangelizzatori a saper capire il linguaggio dei “nativi digitali” e andare a cercarli nei “luoghi” e nelle “piazze” che frequentano: Facebook, il cybercaffè, i blog, i chat… A loro che si debba strizzare l’occhio, tessendo i dialoghi e prendendosi cura delle loro parole, vite, storie.

Serve un webpastore, e una Chiesa, che non abbia paura di entrare nella loro notte, capace di incontrarli nella loro strada, in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve un webpastore, e una Chiesa, che «sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, con il proprio disincanto, da soli, con la delusione di un cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso». Serve un webpastore, e una Chiesa, capace di accendere il loro cuore e ricondurli a Gerusalemme. «Per questo è importante − ha detto Papa Francesco a Rio, il 27 luglio 2013, rivolgendosi ai vescovi brasiliani − promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte, senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità». Ai tempi di Internet queste parole risuonano con una forza e un’efficacia intramontabili. La sfida è arricchire la vita che appella in rete, raggiunta con domande semplici, di significati profondi, di pietre preziose, di perle. Frate Francesco non si troverebbe male nel grande mercato del web. Dialogando, egli saprebbe vendere bene la propria merce: la perla che ha trovato tra i lebbrosi e nei Vangeli.

Una Serata ricca di spunti, suggestioni, stimoli, sollecitazioni… Colma di slanci per colonizzare vecchi comportamenti e reindirizzare linguaggi ammuffiti e barocchi, debitori di una retorica e di un’autoreferenzialità ormai ignote alla scattante società contemporanea. Corredata di due video musicali e di tre video-conferenze. Arricchita dalla presenza di un ospite d’eccezione: p. Vasyl Kulynyak, di Crotone, cappellano della comunità ucraina di rito bizantino presso l’arcidiocesi di Crotone-S. Severina. Resa saporita con la sottile focaccia di farina, spianata a mano, variamente condita e cotta nel forno a legna. A presto, con slancio della speranza.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Dal guerreggiare al benedire

«Il tema della 6ª Serata conviviale con ‘aperitivo’ − abbiamo scritto su Facebook del Circolo − aveva le stimmate dell’eccezionalità: I giovani: tecnolupi e lupo di Gubbio dal guerreggiare al benedire, con frate Francesco d’Assisi al centro. Ne avevano colto la portata persone a distanza, via e-mail e chat, e il modico, ma carissimo pubblico presente, tra cui alcuni soltanto per un veloce saluto e un gesto di benevolenza e amicizia. E’ rimasto un irrefrenabile desiderio di approfondimento e ripensamento…». Eccoci qui, su questo portale, come abbiamo promesso, per dire qualcosa in più.

Venerdì 6 aprile, dopo la visione del video musicale: «L’esercito del selfie» (feat. Lorenzo Fragola & Arisa) di Takakgi & Ketra e la presentazione del programma della Serata, alla piccola tavola rotonda ci siamo posti principalmente le due domande: 1. Come affrontare un branco aggressivo, offensivo e distruttivo di tecnolupi nella rete?; 2. Che aiuto potrebbe giungerci da frate Francesco? Domande ardue, impegnative e proiettive, che giustamente hanno dato vita a risposte multiple, plurime, soggettive. Domande che hanno spronato a pensare e a sentire…

Ask.fm

Internet − abbiamo detto − non è solo un ambiente di incontro, di amicizia, di cultura. E’ anche una palestra di scontro, di aggressività, di fake news… L’essere umano, a prescindere dalla rete, ha impulsi aggressivi che, se assecondati, lo portano a efferatezze e atrocità di cui la storia è triste testimone. Basti pensare alle barbarie jihadista o anche all’apparentemente più pulita guerra con i droni. Per stare vicini a casa nostra, casi di cronaca nera ci ricordano come le dinamiche comunicative etichettate come cyberbullismo abbiano invitato al suicidio una teenager dal nickname Amnesia. «Ucciditi», «Non sei normale, curati», «Nessuno ti vuole», la istigavano sconosciuti iscritti, come lei, ad Ask.fm, servizio di rete sociale basato su un’interazione “domanda-risposta”, in forma anonima, lanciato nel 2010 da Mark Terebin. «Dove pensi che vivrai fra cinque anni?» − chiedeva un utente senza nome. E lei: «Vivrò fra cinque anni?». «Cosa stai aspettando?». «Di morire». Altri agevolavano la sua dimensione: «Secondo me tu stai bene da sola… fai schifo come persona». Insulti anche davanti alle fotografie dei tagli alle braccia che lei giurava di essersi procurata: «Ti tagli solo per farti vedere», «Spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che c’è sul braccio e morirai». La ragazza, alla fine, si è suicidata davvero. E’ salita in cima a un albergo dismesso a Cittadella, nel padovano, e si è buttata giù. La Procura ha aperto un’inchiesta per stabilire se, appunto, si può parlare di istigazione al suicidio o di maltrattamento. Amnesia ha scritto un biglietto per la sua amatissima nonna. Erano parole di scusa «per avervi deluso» e di annuncio della morte, indicando il luogo. L’ha trovata sua madre, ai piedi di quel palazzone vuoto, di 10 piani. Da lontano ha visto la sua sagoma per terra e quando le si è avvicinata tremava così tanto da non stare più in piedi. Hanno dovuto ricoverarla.

Non è stato il primo caso che ha coinvolto i social Ask.fm. Hanna Smith, altra quattordicenne, si è anch’essa suicidata dopo espliciti inviti all’autolesionismo e ad ammazzarsi da parte di utenti anonimi, probabilmente conoscenti e compagni di scuola. Istigazioni da odiatori professionali, impuniti, irriferibili, concentrati di liquame verbale. E’ scoppiato uno scandalo a livello nazionale, sostenuto anche dal premier britannico David Cameron, tanto da avviare una campagna per la chiusura del sito, che si è difeso mettendo in atto meccanismi di moderazione, per frenare il cyberbullismo. La sorella di Hannah, Joanne, criticò pesantemente il sito, affermando che Ask.fm crea dipendenza. Il padre di Hannah, Dave, ha accusato i creatori di Ask.fm di omicidio colposo, chiedendosi quanti teenager si devono uccidere a causa degli abusi online prima che si faccia qualcosa.

Blue Whale

Alex Scicchitano, moderatore della nostra Serata, ha ricordato il caso di «Balenoterra azzurra» (Blue Whale). E’ un ‘gioco’ online, nato in Russia e approdato anche in Italia. Il suo scopo non è però ludico, ma tragico. Un fenomeno che circola dal febbraio 2017 e che il 10 maggio 2017, dopo un caso di suicidio a Livorno, è stato portato agli onori delle cronache da un servizio de Le Iene. Alex quindi ha spiegato brevemente il funzionamento di questo ‘gioco’. Esso invita gli adolescenti ad affrontare una serie di prove (assurde), come, ad esempio, guardare film dell’orrore per un intero giorno, incidersi sul corpo una balena azzurra, svegliarsi alle 4.20 del mattino, il tutto per 50 giorni. L’ultimo giorno il gioco prevede una provocazione mortale: trovare l’edificio più alto della città in cui si abita e saltare giù. Così gli ideatori di questa terribile “moda” invitano i partecipanti a togliersi la vita. I ragazzi, che si lasciano trasportare in questo vortice di orrore, prima di farla finita, lo dichiarano sui social con frasi piuttosto enigmatiche: «Questo mondo non è per noi», oppure: «Siamo figli di una generazione morta».

Secondo i redattori di The Submarine, giornale online di Milano, «Blue Whale non è nato dal nulla: le discussioni riguardanti il suicidio hanno sempre proliferato in angoli non moderati di Internet, dalle room di Soulseek [punto di riferimento e ritrovo per gli appassionati di musica underground] a chat su ICQ [messaggistica istantanea], forse perché la rete permette di mettere in contatto persone che farebbero fatica a comunicare in società. […] Capire questa relativa consuetudine è fondamentale per affrontare correttamente l’argomento: non è detto che tutti questi “gruppi della morte” abbiano una diretta influenza negativa − sono tantissimi i punti di supporto e di accoglienza, per persone che altrimenti sarebbero completamente sole. È il caso di piattaforme come T., un forum tedesco di persone con tendenze suicide dove molti utenti lavorano per impedire che queste persone si tolgano la vita. Al di là dell’aspetto dark – testi bianchi su fondo nero, accenti rossi, estetica edgy – il forum vorrebbe essere un posto sicuro, dove si possa parlare liberamente».

«Anche in un contesto deviante come questo − scrivono −, Blue Whale non è un gioco nato organicamente. Non è chiaro se a questo punto il gioco esistesse già, se sia nato per la prima volta su pagine di gossip e poi sia adottato dagli stessi gruppi della morte, o se nasca quasi come scherzo, come modo da parte degli amministratori di questi gruppi di rendersi misteriosi, affascinanti», e aggiungono: «Nelle scorse giornate sono arrivate notizie di suicidi teoricamente causati da Blue Whale anche in Spagna, Argentina e Brasile, ma nessuna evenienza del gioco è mai stata dimostrata con la solidità del caso russo. È difficilissimo − nel mare di informazioni sull’argomento che si possono trovare sul Darknet [rete virtuale privata nella quale gli utenti si connettono solamente con persone di cui si fidano] − distinguere tra casi di effettivi gruppi della morte, dove “curatori” uccidono persone attraverso abusi psicologici, e semplici casi di emuli, colpiti da effetto Werther». E’ comunque agghiacciante il fatto che tanti nostri ragazzi decidono di togliersi la vita. Una spiegazione ha provata a darla su Vita.it Daniela Cardini, docente di teoria e tecnica del linguaggio televisivo e di format all’Università IULM di Milano (Libera Università di Lingue e Comunicazione), in una intervista con la collega Anna Spena, commentando la serie Netflix «Tredici», che affronta proprio il tema del suicidio adolescenziale e del bullismo.

Ciccione, negro, ladra, terrorista

Si può davvero uccidere con le parole, la calunnia e l’ira? Sì, «anche le parole possono uccidere», avvertiva nel 2014 il claim dei manifesti che erano inviati a parrocchie, oratori e scuole e pubblicati sulle testate aderenti alla campagna di sensibilizzazione sul tema della lotta alla discriminazione, realizzata da Famiglia Cristiana, Avvenire e la Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC), insieme all’Agenzia di pubblicità Armando Testa. Testate giornalistiche caratterizzate da percorsi diversi e da stili informativi differenti, ma portatrici di una stessa cultura di base e motivate da una condivisa vocazione a stare dalla parte delle vittime, degli sconfitti, degli emarginati, degli imperfetti, di quelli dei quali ‘si dice ogni male’. «Non cediamo alla parole che uccidono». Sono ‘proiettili’, sparati quasi sempre con allegra cattiveria e sfrontata leggerezza per far male, ferire, lasciare il segno, ammazzare la personalità. Il linguaggio utilizzato è quello tipico della comunicazione pubblicitaria, che contempla codici visivi e testuali particolarmente immediati e incisivi: si vedono alcuni volti “trafitti” da parole denigratorie, frutto di pregiudizi razziali o dell’ironia denigratoria, che assumono la forma di proiettili. Negro, terrorista, ladra e ciccione: quattro insulti che colpiscono chi li riceve come un colpo in testa. E il messaggio finale è: «No alla discriminazione. L’altro è come me». «È molto comune essere oggi, nel nostro Paese, oggetto di discriminazione − ha commentato don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. − Basta essere immigrati o anziani, o donne. Se poi si è di religione musulmana, oppure obesi o di etnia rom, ancor di più. La cronaca è purtroppo piena di episodi che sembravano scherzi, ma sono tragedie. Un giornale, specie se cattolico, non può rimanere inerte, mettere in cronaca l’ennesimo episodio di bullismo, di discriminazione sessuale o di razzismo e passare ad altro. Vogliamo farlo come battaglia di civiltà per il nostro Paese. Vogliamo farlo con i nostri lettori. Migliori si può. Diciamolo a voce alta». Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha aggiunto: «Usiamo le parole come armi, e questo viene detto con esplosiva efficacia attraverso le immagini costruite dall’Armando Testa». Infine, Francesco Zanotti, presidente della FISC, ha affermato: «La campagna realizzata assieme ha il grande merito di fare comprendere con immediatezza la potenza della parola. Parole come pallottole: raggiungono la persona e la distruggono (…). A questo pericolo si può rispondere solo con la responsabilità».

Avital Ronell, scrittrice e filosofa statunitense, ha parlato di «testi assassini», tra cui I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe che avrebbe scatenato un’ondata di suicidi in tutta Europa. Claude Lévi-Strauss († 2009), antropologo, psicologo e filosofo francese, ha parlato invece di «casi attestati in parecchie regioni del mondo, di morte per scongiuro o sortilegio». Le nostre parole sono importanti, ma esse sono l’esito di un pensiero e di una cultura. E quando prevale la cultura dello scarto e del potere, della denigrazione e della violenza, diventano, appunto, proiettili e «possono uccidere». «Parlar male di qualcuno − ha ricordato anche Papa Francesco, il 16 febbraio 2014, all’Angelus, rileggendo il 5° comandamento e riflettendo su quanto Gesù stesso ha spiegato nel Discorso della Montagna − equivale a “venderlo”, come fece Giuda con Gesù. […] Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia. Gesù propone a chi lo segue la perfezione dell’amore: un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo». La rete può diventare fonte di rabbia, frustrazione, aggressione, violenza. «Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale mediante Internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale − leggiamo nella recente Esortazione apostolica Gaudete et exultate, resa pubblica il 9 aprile scorso. − Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui. Così si verifica un pericoloso dualismo, perché in queste reti si dicono cose che non sarebbero tollerabili nella vita pubblica, e si cerca di compensare le proprie insoddisfazioni scaricando con rabbia i desideri di vendetta. E’ significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è “il mondo del male” e “incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6)» (n. 115). Preoccupato soprattutto per i giovani esposti a «uno zapping costante», il Papa ha affermato inoltre che «le forme di comunicazione rapida possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli» (n. 108).

Occhio per occhio

Internet − grazie alle condizioni di distanza fisica e di mancanza di conseguenze dirette, soprattutto in contesti pubblici come forum e blog − permette una grande disinibizione comportamentale nella ritorsione di pari grado: occhio per occhio. Queste condizioni facilitano l’escalation fino a situazioni impensabili nella vita reale. Le parole diventano raffiche sparate da killer ben protetti nella pancia dell’anonimato. Mirano a togliere autostima e soggiogare, spesso nell’indifferenza e nella paura di chi disapprova, ma non osa opporsi. A Bologna più di 200 ragazzini si sono dati appuntamento ai giardini per un macho confronto a mani nude. I due gruppi dei “Bolo-bene” e dei “Bolo-feccia” si sono picchiati selvaggiamente. Tutti in salsa social. A giudicare dai post su Ask.fm, rivolti ad Amnesia, il livello di aggressività verbale rientra addirittura nei profili della denuncia penale. Emerge non solo un vissuto professionale, oltre che educativo e amicale, ma anche una subcultura dell’odio. A questo proposito, Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, nella loro ricerca (Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web, Milano 2013), evidenziano un inquietante fenomeno: gli odiatori (hater). Sono di fatto coetanei, ma non solo. Alcuni ambiscono a diventare blogstar, a suon di critiche distruttive e a prescindere da persone o da temi bersaglio, incuranti degli effetti delle loro parole di pura rabbia. Paolo Floretta, francescano, psicologo e psicoterapeuta, nel suo libro Le reti di Francesco. Per una tecnologia dello spirito e una cyberspiritualità e webpastorale francescane (Padova 2015), li definisce membri impauriti di un tecnobranco che sentono di esistere solo se si percepiscono sul rovente filo della violenza, scaricata addosso senza arte né parte alla vittima di turno, perché annusata come selvaggina fragile e succulenta per una carneficina verbale, fino a esiti tragici. Un branco di tecnolupi, alla deriva di se stessi, alla fine vittime della propria cieca e devastante aggressività, senza altri fini se non se stessa. Sono casi estremi, ma che confermano come, in certi contesti, le parole possano produrre morte. «Oggi non dobbiamo nasconderci che la rete può essere uno di questi contesti, dove il linguaggio ha un potere enorme. Cominciare a comprenderlo è il primo passo per poter elaborare strumenti culturali e giuridici di difesa».

Gubbio e il suo lupo

Come affrontare allora i tecnolupi/cyberbulli, per altro sfuggenti? E’ una domanda difficile. Qualche spunto ci ha offerto un episodio riportato dai Fioretti (Fior 21: FF 1852). Non lo abbiamo letto, ma ascoltato, guardando il video musicale Il lupo di Gubbio di Angelo Branduardi, tratto dal suo CD edito nel 2000 dal titolo L’infinitamente piccolo, dedicato alla vita di frate Francesco.

In questo episodio c’è qualcosa che travalica il tempo e lo spazio e per questo è di casa in tutti gli ambienti, incluso quello virtuale. «Gubbio e il suo lupo − afferma Floretta − sono la metafora di una ritrovata relazione educativa» (p. 59). E frate Francesco, che da guerriero si è trasformato a vessillifero della pace senza tempo, è un modello di mediazione pedagogica. Motivato dal suo amore per la gente di Gubbio e contando sulla sua fiducia in Dio, è andato incontro al lupo insieme ai suoi compagni. Non si è mosso isolato, ma è partito da una solida rete di relazioni. E’ stato proattivo: è lui che ha fatto il primo passo e di fronte alla bocca aggressiva del lupo si è posto da una prospettiva di bene per tutti. Gli ha offerto la pace, il perdono e la promessa che non sarà più perseguitato, ma mantenuto a vita, riconoscendo che le sue malefatte erano causate dalla fame o dai suoi bisogni vitali senza cura. Il momento clou: il patto di pace tra la gente e il lupo, quasi sotto le spoglie di fiaba, fatto di dialogo, rispetto, delicatezza, cure amorose, e dialogo con Dio. Tutto ha ritrovato il proprio senso e, grazie alle desistenza del perdono dei cittadini, si è giunto a un reciproco riconoscimento, base per un convivenza stabile e sana. «Posso aggiungere − confida Branduardi − che, andando a visitare la cittadina di Gubbio, è possibile vedere la tomba del lupo. I cittadini, dopo il famoso dialogo tra lui e Francesco, si affezionarono così tanto da seppellirlo con una sorta di funerale».

Per Amnesia e il suo entourage le cose sono andate, purtroppo, diversamente. Nessuno aveva il coraggio di incontrare su Ask il famelico e aggressivo lupo che abitava dentro gli adolescenti, per lo più tra i 13 e i 16 anni. Indisturbati e mascherati dietro l’anonimato, si parlavano per sparlarsi, offendersi, rinfacciarsi, minacciare, istigare a morire, sfogare la propria rabbia.

Francesco in mezzo alla ‘flame war’

Anche frate Francesco ha avuto a che fare con la rabbia degli altri, a partire da quella di suo padre, Pietro Bernardone, quando lo cercava a San Damiano e lo perseguitava, fino a percuoterlo e a maledirlo sulla piazza (cfr. 2 Cel 12: FF 596-598). Con parole velenose lo investiva pure Angelo, suo fratello. Come gestì la flame war dei suoi familiari?

Dal racconto di frate Tommaso Celano non emerge nessuna ritorsione plateale, nessuna escalation aggressiva, nessuna flame war (guerra di parole offensive, opprimenti ed ostili). Al contrario, Francesco creò una sua rete sociale di salvataggio psicologico: coinvolse un uomo umile e semplice perché, come un padre vicario, lo benedicesse dopo ogni colluvie d’insulti. Un social network riparativo, non un cyberbranco, con cui attaccare e contrattaccare il designato. Nessuna fuga da un vis-à-vis, ma la decisione imprevedibile e spiazzante di modificare totalmente le relazioni: la scelta di un altro padre, per riscrivere da zero la propria vita. Invece di fomentare una sterile logomachia, decise chi essere da quel momento in poi. Si dette la possibilità di rinnovare la propria identità, ampliandola, e di restituire i propri vestiti, ormai fonti di inutili odi e malintesi.

Il Santo d’Assisi ha avuto a che fare con l’aggressività anche in altri contesti. Ne sono nate pagine che sfidano i secoli per la loro attualità e profondità, tanto da offrire criteri educativi per l’ambiente della rete. Il capitolo XI della Regola non bollata ne dà un chiaro saggio: «Tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole, anzi, cerchino di conservare il silenzio, ogniqualvolta il Signore darà loro questa grazia. E non litighino tra loro, né con gli altri, ma procurino di rispondere con umiltà, dicendo: Siamo servi inutili. E non si adirino […]. E non oltraggino nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri […]. Non giudichino, non condannino» (Rnb XI 1-2, 4.7-8.10: FF 36-37).

Manifesto dell’anti-branco

Non è un solito condensato di buone maniere, ma un manifesto dell’anti-branco, dell’anti-stalking, dell’anti-calunnia e di ogni maldicenza distruttiva, un presidio comunitario, di rete, a difesa dell’inviolabile dignità altrui, quando anche il fratello fosse “beccato” in flagranza di peccato, ancorché piccolo e socialmente accettabile. Un cordone sanitario attorno all’infernale moltiplicarsi della pubblicità del male, che oggi viene amplificata dalla grancassa dei social network. Questo emerge in modo ancora più chiaro nelle Ammonizioni, che appartengono alla piena maturità di frate Francesco, tanto il pensiero vi appare denso e coerente, alimentato da una duplice fonte: ascolto orante della Parola di Dio e contemplazione amorosa e sofferta della vita cristiana e religiosa, un vero e proprio cantico dei puri ci cuore, che, dopo essersi evangelicamente svuotati di ogni culto di se stessi, accettano persecuzioni e ingiurie, contrarietà e correzioni, disponendosi all’obbedienza caritativa e ad un amore compassionevole e leale verso i fratelli, per poi restituire tutto al Signore Dio, fonte di ogni bene. «Non lasciarsi guastare a causa del peccato altrui. Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere, eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo di Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per sé come un tesoro quella colpa. Quel servo di Dio che non si adira né si turba per alcunché, davvero vive nulla di proprio» (Am 11: FF 160). E’ libero anche dal peccato dell’altro. Non capitalizza l’errore altrui per sfogare la propria aggressività, quella narcisista e perbenista. Non si scandalizza né si turba per le debolezze dell’umanità per risplendere e gloriarsi alle spalle dell’altro. Non sbandiera i vizi degli altri per attirare riconoscimento per sé. Altrimenti sarebbe un patetico parassitismo del male che avvelena il fragile e inconsistente io, incapace di ricordare il credito di rispetto, di fiducia e di misericordia cui l’altro ha diritto d’ufficio.

Una Serata eccezionale, davvero. Frate Francesco ci ha ricordato che, nonostante la nostra pochezza e la nostra povertà, siamo chiamati ad essere strumenti e segni dell’amore caldo, accogliente e benedicente. Solo questo amore è creativo e fecondo, capace di costruire una cultura dell’incontro e del rispetto, all’altezza dell’ideale dell’uomo. C’è quindi da chiedersi: se Amnesia fosse stata accolta con l’atteggiamento di frate Francesco sarebbe ancora tra noi?

Piotr Anzulewicz OFMConv




Edu-care nell’era digitale…

«I giovani: categoria ‘a rischio’ in una società plurale» è stato il tema della 1ª Serata conviviale con «aperitivo» della 6ª edizione del WikiCircolo dal motto: «I giovani con la ‘sorella’-‘madre’ Terra», ispirata al documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», ma anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco, ed aperta gratuitamente a tutti: soci, sostenitori, amici. La Serata – 109ª di seguito, con decorrenza dal 10 gennaio 2014 – è sfociata venerdì 12 gennaio 2018, nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido.

E’ ora di tornare a questa Serata di debutto, “pensante”, ma non pesante, che si è impressa nella nostra mente e ci ha permesso di tracciare il profilo dei giovani ‘a rischio’, sullo sfondo della società ormai plurale, complessa, ‘liquida’, in costante mutamento, e ascoltare il loro SOS (ingl. «Save Our Souls» = «Salvate le nostre anime»). Ad aprirla, l’inno ufficiale della 34ª Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) che si terrà a Panamá dal 22 al 27 gennaio 2019, scritto e composto con i ritmi tipici della cultura panamense da Abdiel Jiménez, catechista e salmista della parrocchia «Cristo Risuscitato» di San Miguelito, autore di vari componimenti liturgici e membro di diversi cori che fanno capo alla Facoltà di Scienze Religiose dell’Università Cattolica «Santa María La Antigua».

Dopo le parole di benvenuto e la presentazione del programma da parte di Teresa Cona, segretaria del Circolo e curatrice dell’edizione insieme a Alex Scicchitano e Luigi Cimino, il sottoscritto, a mo’ di preludio, ha pensato di polarizzare l’attenzione dei presenti sulle recenti problematiche derivate dalla «full immersion» dei ragazzi nella «rete» dei nuovi media che sono esplosi in questi ultimi tempi, diventando essi stessi gli “educatori sottotraccia”, in aperta concorrenza con i principali “titolari” della formazione: genitori, insegnanti, operatori parrocchiali… Partendo dall’attuale situazione, in cui i preadolescenti manifestano grandi competenze sul piano tecnologico, abbinate a un preoccupante analfabetismo sugli effetti collaterali dei moderni «device», di cui sono profondamente innamorati, ha offerto alcune indicazioni dal risvolto educativo.

In un mondo di galoppante evoluzione, dominato dal web, che esalta ogni giorno di più il potere fascinoso dei social, rilasciando l’illusione di una facile e vasta popolarità e visibilità a colpi di selfielikefollower, video di YouTube sul tablet, chat, messaggi, i ragazzi hanno bisogno di una intelligente contro-proposta educativa, fatta di relazioni vere, reali, amicali empatiche. I «nativi digitali» (è una espressione che viene applicata ai ragazzi che sono cresciuti con le tecnologie digitali come Internet, telefoni cellulari e mp3), quando usano un social network per comunicare, sono fermamente convinti di avere dall’altra parte dei veri amici, e non degli amici virtuali, di cui fidarsi ciecamente. Compito dei «migranti digitali» (i genitori e coloro che sono cresciuti prima delle tecnologie digitali e le hanno adottate in un secondo tempo) «non è quello di negare la validità di questo nuovo modo di relazionarsi o addirittura proibirla quanto, senza giudicare né demonizzare gli strumenti in uso oggi, aiutare i nativi a non trascurare l’importanza degli altri codici di comunicazione. […] Sarebbe utile rispettare una sorta di “contratto” al proprio figlio, nel quale ci si accorda sul tempo da dedicare al computer, stimolando in lui la consapevolezza delle tante ore trascorse davanti allo schermo. Porre dei chiari limiti è utile perché può aiutare l’adolescente a quantificare il tempo che dedica a queste attività, e conseguentemente aiutarlo a percepirne, egli stesso, gli eccessi. Le regole circa l’utilizzo di Internet dovrebbero essere oggetto di dialogo e negoziazione e rappresentare occasioni per parlare e discutere con i figli. Possiamo così confrontarci con loro anche sui Siti che è opportuno visitare e su quelli a cui invece non devono accedere» (A. Ricci−Z. Formella, Educare insieme nell’era digitale, Torino 2018, 20-21). Secondo gli autori del libro appena citato [il primo è psicologo-psicoterapeuta, analista transazionale, professore invitato presso l’Istituto di Psicologia dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma e docente della Scuola Superiore di specializzazione in psicologia clinica presso il medesimo ateneo; l’altro è sacerdote salesiano, vice-decano della Facoltà di Scienze delle’Educazione della stessa Università, dove è professore ordinario della cattedra di psicologia dell’educazione, da anni impegnato in attività di formazione nel campo della psicologia dell’educazione, con particolare attenzione agli aspetti di prevenzione del disagio giovanile e della promozione del benessere socio-relazionale), «l’ideale sarebbe non concedere il cellulare personale prima dei 12 anni e fino ai 14 anni lasciarlo usare solo in caso di necessità […]. Vietarne assolutamente l’uso mentre fanno i compiti e farlo spegnere durante la notte. […] Crescere ed educare i figli vuol dire fornire un conteso favorevole, fatto di relazioni affettive e regolative capaci di sostenere e accompagnare il cambiamento e lo sviluppo dei figli. Più promuoviamo intorno al bambino un ambiente sano, più avremo a che fare con un bambino sano» (ivi, 24-25).

Alla tavola rotonda sono intervenuti: don Vincenzo Agosto e Alex Scicchitano. Il primo, esperto in psicologia e pedagogia, ha tenuto un brillantissimo intervento sui principi base dell’educazione che parte dalla famiglia, spiegando come sia funzionale un sistema educativo di tipo piramidale, ponendo alla base l’importanza di quelle che sono le priorità fondamentali al fine di una corretta crescita del bambino, che si proiettano in quelle che diverranno in seguito le giuste scelte dell’adolescente e plasmeranno positivamente e/o negativamente la sua vita. «Potremmo paragonare − ha detto − la crescita di un individuo, dal punto di vista psicologico, alla costruzione di un edificio: sono necessarie anzitutto le fondamenta (bisogno d’amore nei primi mesi), poi i pilastri (bisogno di competenza, di affetto, di sicurezza, di libertà, di piacere nei primi anni) e infine le mura portanti (valori e modelli di riferimento a partire dall’adolescenza). Oggi spesso possono mancare alcuni di questi elementi. Soprattutto l’assenza di valori e modelli credibili o il fatto che non ci sia una gerarchia fra di essi (e dunque sono tutti sullo stesso piano, strumentali a qualcos’altro), può portare l’individuo a crescere con grandi carenze, che spesso vengono colmate in modo compensatorio prendendo altre vie. Risulta importante sul piano pedagogico essere presenti positivamente nella vita dei bambini, venendo incontro a tutti i loro bisogni fondamentali, educandoli con dolcezza e fermezza assieme, dedicando loro del tempo adeguato, offrendo regole (che sono come gli argini di un fiume) – poche, chiare, motivate, alla portata dell’età, incarnate dai genitori ed educatori e con conseguenze in caso di non osservanza – e presentando valori di riferimento incarnati in modelli credibili e alla loro portata». Il secondo, studente in sociologia, ha prestato attenzione agli studi e alle ricerche che filosofi e sociologi hanno condotto a partire da tempi remoti fino ad arrivare a nostri giorni, esponendo importanti cambiamenti che hanno caratterizzato l’educazione giovanile, portando a volte ‘i giovani’, appunto, alla perdita d’identità, sfociando in depressioni, colmate nel peggiore dei casi con assurde dipendenze, che li allontanano sempre di più dalla speranza che c’è una possibilità nel cambiamento personale, per raggiungere quegli obbiettivi, che anche un’istituzione sbagliata vuole soffocare.

Siamo tutti, e in modo particolare i nostri ragazzi, immersi nel mondo che non è più dicotomico (reale o virtuale), ma unico con le due dimensioni (reale e virtuale) che a volte co-esistono e a volte si sovrappongono e/o si sostituiscono. Tanti sono i vantaggi e le nuove opportunità che scaturiscono dal fatto di potersi connettere con il mondo virtuale. Tanti sono anche gli svantaggi e i rischi che scaturiscono dall’uso abusivo o eccessivo della rete.

Bohdan T. Woronowicz, psichiatra polacco, elenca alcuni: di tipo fisico (difetti della spina dorsale, mancanza di esercizio fisico e di riposo attivo, sovrappeso ecc.); di tipo psichico (scaricare le tensioni in modo innaturale, aggressività, esposizione alla violenza, accesso alle “informazioni non-sane”, abuso/dipendenza); di tipo sociale (perdita dei legami familiari, trascuratezza dello studio, confusione del confine tra realtà e finzione, isolamento, diminuzione dei contatti, impoverimento del linguaggio, dimostrazione di comportamenti non etici, immunizzazione al male) (cfr. Testy i kwestionariusze wykorzystywane w diagnozowaniu problemowego korzystania z komputera/Internetu [consultato: 4.04.2018]).

Sonia Livingstone, professoressa di psicologia sociale a Londra, segnala invece la seguente lista dei rischi che si possono incontrare nella rete: contenuti illegali, pedofilia, adescamento da parte di sconosciuti, contenuti violenti o sessualmente disturbanti, contenuti offensivi e dannosi, materiali a sfondo razzista, pubblicità e marketing occulto, disinformazione o informazione tendenziosa, abuso di informazioni e dati personali, bullismo/molestie sessuali, gioco d’azzardo, truffe, phishing, autolesionismo (suicidio, anoressia), invasione della privacy, attività illegali (hacking, violazione del copyright) (cfr. Ragazzi online. Crescere con Internet nella società digitale, Milano 2009).

L’essere genitori 2.0, ed educatori, nell’era digitale e nel mondo plurale, è un’impresa ardua, ma possibile. In fin dei conti, «l’educazione è cosa di cuore» (don G. Bosco). Se dividiamo in due il termine «edu-care», vi troviamo la parola inglese «care» che vuol dire prendersi cura, avere a cuore, appassionarsi all’altro, favorirne il suo ben-esserci, consentire all’altro di mostrarci le sue esigenze, accogliere quello che dice di sé, dare una forma migliore al suo essere, interpretare le sue necessità, senza mai assecondare un bisogno non buono. Sono azioni che hanno a che fare con la funzione genitoriale che è quella di tirar fuori (e-ducere) ciò che si ha di unico ed irripetibile dentro di sé, cioè portare a maturazione ciò che è iscritto nella personale umanità di ciascuno per dare ad esso sviluppo e portare a maturazione, garantendo al contempo quella presenza rassicurante e amorevole di cui si ha bisogno per sentirsi accettato e guidato. In effetti, l’amore genitoriale che educa è volto a far sì che l’altro diventi il meglio di ciò che può diventare.

Temi “caldi”, incalzanti e cari anche a questa edizione del Wiki– e CineCircolo, per un pensare plurale e pausato. Rappresentano però una zona di vere e proprie sabbie mobili sulle quali non è facile muoversi senza “piloti”. Insieme però possiamo avventurarsi e opportunamente affrontarli in cerca di una terra “ferma” abitata da amici autentici e da adulti validi, più ricca di senso, più libera, più buona, bella e vera, più attraente e umanizzante, senza essere imposta, pretesa o predicata a vuoto.

La Serata si è conclusa con la recita della Preghiera per i giovani di Papa Francesco, seguita dal video musicale: «Bienaventurados los misericordiosos…» (Inno della GMG Cracovia 2016), dalla foto di gruppo e dal consueto «aperitivo», e… con l’umile e generoso coraggio nell’ospitare non soltanto i nostri naufragi e i nostri dubbi che, se accolti, ci impediscono di barricarci dietro certezze autistiche, ma anche i tanti «briganti di Monte Casale» (cfr. I Fioretti, 26: FF 1858) che girano per il web e le tante periferie esistenziali che brancolano per la rete, nello stile di frate Francesco che, riconciliato in un laboratorio interiore, tutto offline, faceva rete con tutti: dalle creature, “photoshoppate” a modo suo, con i filtri del suo cuore, al Creatore.

Piotr Anzulewicz OFMConv