La tenerezza «sogno» di Dio per tutti

Fu come se lo spirito della tenerezza aleggiasse davvero sull’11ª ed ultima Serata della 6ª edizione del CineCircolo, che si è tenuta venerdì 22 giugno 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Essere presenti e misurarsi con questa realtà così incandescente, fervida e vivida dell’essere divino e umano, significava percepire la grandezza come una rivelazione continua, un’epifania ribadita, una nota tenuta. Di tenerezza (gr. sympathés) parlava tutto il programma della Serata. La incorporava anche il videoclip iniziale: «Gi.Fra. estate 2018», pubblicato il 13 giugno 2018 da «Gi.Fra. Italia», con la presentazione degli eventi estivi della gioventù francescana, e proiettato in reminiscenza dell’11ª ed ultima Serata conviviale della 6ª edizione del WikiCircolo dal titolo: «Il ‘volto’ dei giovani francescani» (15.06.2018), e quello conclusivo dei Free Shots: «Siamo tutti profughi», realizzato dalla regista E. Montefinese con la partecipazione di numerose associazioni (Suq, MuMa, Ponti Migranti, Left Lab Genova, Ce.Sto), all’interno del Galata di Genova, il più grande Museo del Mare del Mediterraneo, e proiettato in occasione della 18ª Giornata Mondiale del Rifugiato (20.06.2018).

E poi la pellicola di G. Amelio che aveva per titolo «La tenerezza» ed evocava quel sentimento umile e insieme potente. La pellicola magnifica, segnata dalla costellazione lessicale e simbolica della tenerezza, che scandagliava i sentimenti umani attraverso dialoghi sublimi per delicatezza e intuizione. Un affettuoso ritratto umano che non cede al sentimentalismo e all’antiretorica, ma sa come far vibrare le corde drammatiche di una vicenda coinvolgente, al tempo stesso dura e tenera. Notevoli la messinscena, le immagini visivamente suggestive, la tensione umanista per la solidarietà fraterna. Valore urgente, necessario e prezioso, oggi più che mai…

Grazie per quanti hanno avuto la sensibilità «tenera», delicata e dolce, ed erano presenti alla Serata, la 130ª di seguito tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, portando anche la crostata e l’insalata russa per tutti (Teresa e Jolanda). La tenerezza attira a sé e ingloba affettuosità, amorevolezza, benevolenza e la stessa agape. Nella sua identità più profonda si collega a due esigenze fondamentali e permanenti, iscritte nel cuore umano: desiderare di amare e saper di essere amati, esistere «in relazione con» e vivere «in relazione per». «La tenerezza – afferma il teologo C. Rocchetta – suppone la capacità di partecipare, corpo e anima, alla celebrazione delle innumerevoli sinfonie del mondo: alle sue gioie e ai suoi dolori, vivendo con l’alterità relazioni cordiali (cor/cordis, cuore), di scambio, di reciprocità paritaria e di bellezza» (Teologia della tenerezza. Un ‘vangelo’ da riscoprire, Bologna 2000, 10). Vista in questa ottica, l’attitudine alla tenerezza corrisponde a un’esigenza incancellabile dell’animo e ne dice la nobiltà e la grandezza. Non è pensabile che l’uomo, in qualunque condizione di vita si trovi, matrimoniale o consacrata, di giovane o di anziano, da solo o in comunità, possa essere persona adulta senza un’attivazione effettiva di questo sentimento. È stato doloroso constatare, nel corso della 6ª edizione del Wiki- e CineCircolo, che nel nostro ambiente tante erano le persone ‘sorde’, indifferenti, prive proprio di questa qualità tipicamente umana e umanizzante; le persone che lasciavano inascoltate le proposte-inviti alle Serate, anche per un saluto veloce, una parola amichevole, un segno di benevolenza, un semplice grazie per tanta fatica e dedicazione profuse dallo Staff del Circolo (Clarissa Errigo, Valentina Gulli, Alex Scicchitano, Teresa Cona, Lugi e Ghenadi Cimino). «La persona – rimarca il Rocchetta – non può dirsi adulta se non si sforza di acquisire questo sentimento che la rende ‘compartecipe’», colma di rispetto e di meraviglia, capace di apprezzamento e di gratitudine.

Comunque, la 6ª edizione del CineCircolo è approdata così, felicemente, a una conclusione che è stata una specie di celebrazione mistica del «sogno» di Dio-di-tenerezza, nascosto nel cuore di ognuno di noi come nostalgia di bellezza, di verità, di amore infinito, di felicità amante. Il suo «sogno» è un’umanità plasmata dalla tenerezza, a immagine e somiglianza del suo «Io-Noi». Ecco, allora, la rinnovata proposta-appello per una tenerezza ‘umile’ e ‘potente’, segno di maturità e di vigoria interiore che sboccia in un cuore libero, capace di donare e ricevere l’amore, in modo da mettere fuori causa i due antagonisti estremi: il violetto freddo del legalismo, dell’asprezza, della durezza, della severità, dell’indifferenza, ma anche il rosso del sentimentalismo, dell’affettazione, della leziosaggine, della moina, della sdolcinatezza che il poeta e drammaturgo russo V. Vladímirovič Majakóvskij sottoponeva a ironia. La tenerezza vera è ben altro ed è – come affermava il premio Nobel per la letteratura F. Mauriac – «un seme d’amore».

Potrà la nostra «età secolare delle reti» (Ch. M. Taylor) essere il tempo della «vita del Dio-di-tenerezza» che in Gesù Cristo si è posto, fin dalle tentazioni del deserto, verso l’amare, l’adorare, l’essere? Il tempo di un Dio-amante, libero e liberante, che ci dona la libertà e l’amore in tutte le sue vibrazioni, oppure di un dio-di-diffidenza, di conflittualità, delle guerre, dei centri di detenzione con pestaggi, torture, estorsioni e stupri? Tale è la portata della scelta di fronte a cui si trova l’umanità. Noi del Circolo non ci stancheremo mai di collocarci nelle più alte istanze e qualità della persona umana per valorizzarle, nella prospettiva del futuro di Dio-amante, e di farci promotori di un modello di sviluppo che sappia sostituire l’attuale «cultura della conflittualità» con una «cultura della convivialità», per usare la felice espressione di Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco? L’alternativa è ben chiara. La «cultura della conflittualità» muove dal principio enunciato da Thomas Hobbes, filosofo e matematico britannico: Homo homini lupus («L’uomo è lupo all’altro uomo»). La «cultura della convivialità» invece parte dal principio della preziosità della persona, l’espressione di un dono creatore che la fa essere. Vivere, quindi, vuol dirsi riceversi in dono. È da qui che la «rivoluzione della tenerezza» inizia e si fa lievito e sale, luce e «seme d’amore».

Piotr Anzulewicz OFMConv




Evviva la ‘galassia’ francescana, ma…

«Lasciatevi sorprendere dal ‘volto’ dei giovani francescani!». Tale poteva essere lo slogan della Serata conviviale che si è tenuta il 15 giugno 2018 presso la sede del Circolo. Chi ama il Santo d’Assisi e il suo carisma non avrebbe resistito a non accendersi di fronte ai ‘volti’ luminosi dei giovani francescani (Gi.Fra.) accorsi entusiasticamente a questa Serata, 11ª ed ultima della 6ª edizione del WikiCircolo creata apposta per loro e per tutta la ‘galassia’ francescana ex-giovanile (OFS), che ‘ruota’ intorno alle chiese francescane, e in particolare a quella del «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido, e resa nota già il 26 dicembre scorso sul sito web e sulla pagina social del Circolo, con la pubblicazione del dépliant. Un’opportunità straordinaria di presentare a tutto il mondo, con poche “pennellate”, il ‘volto’ dei gifrini, araldini e francescani secolari, anche per valorizzare il fascino di frate Francesco e «ricuperare l’alleanza inter– e intragenerazionale, universale e cosmica, praticata da lui e promossa da Papa Francesco, e, attraverso lo scambio di idee e il confronto delle voci dei giovani con le istituzioni, le comunità, gli educatori e i pastori, progettare insieme un possibile avvenire, unendo creatività, energia, forza e saggezza per il bene della comunità religiosa e civile, della società, dell’umanità e della ‘sorella’-’madre’ Terra. Un’opportunità singolare di dialogo, di proposte, di iniziative… e un momento in cui «tessere relazioni improntate alla fiducia, alla condivisione, all’apertura fino ai confini del mondo». Un’occasione eccezionale che, purtroppo, non è stata colta… Lo Staff delle Serate, indirizzate a tutti: soci, sostenitori, amici, credenti e «laici», vicini e lontani, ha contato moltissimo sul loro entusiastico coinvolgimento nella preparazione remota e prossima e sulla loro appassionata presenza all’evento, insieme ai loro assistenti… In prossimità di questa Serata, la 129ª di seguito, ha stilato il programma, con i videoclip avvincenti e trainanti, e ad alcuni di loro ha inviato le lettere-inviti speciali…

Grazie immense a chi ne ha accolte: a p. Pio Marotti, assistente custodiale dell’OFS che a volo ha reimpostato i suoi impegni ed era presente con l’intervento di grande interesse. Grazie ad Anna D’Alta, viceministra della Fraternità «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore», per la sua testimonianza. Grazie all’unico gifrino, Giuseppe Panariello, che suppliva l’assenza di Emmanuele Rotundo, responsabile del gruppo della gioventù francescana marinota. Il loro exploit ha reso meno acuta l’emblematica assenza ‘francescana’ a una delle edizioni più accurate, laboriose e diligenti. Grazie anche a p. Mauro De Filippis Delfico, assistente nazionale della Milizia dell’Immacolata, e a Margherita Perchinelli, presidente nazionale di questo straordinario ‘sogno’ di s. Massimiliano Kolbe, frate francescano e martire di Auschwitz, per la loro presenza, anche se soltanto per alcuni minuti.

La sfida di fronte ai giovani ed ex-giovani francescani, con i loro responsabili ed assistenti spirituali, è immensa. Il Circolo ha lanciato nella parrocchia «Sacro Cuore» un’edizione che poteva essere il fiore all’occhiello dei loro incontri formativi settimanali o bisettimanali. Non ci voleva molto per capire che essa aveva grandi potenzialità. È ormai chiaro a tutti che non c’è futuro senza cultura. Non coltivarla o, peggio, accantonarla, è lo sbaglio più grosso che si possa fare. Per tornare a crescere, essere significativi ed offrire al mondo «amato e tormentato» il tesoro ricevuto gratuitamente, la ‘galassia’ francescana ha urgente bisogno di riappropriarsi delle intuizioni e del carisma di frate Francesco, intesi l’une e l’altro non in senso astratto e sistematizzante, ma dinamico e contestuale. Il suo carisma e il «volto»/«identità» delle sue fraternità sono davanti, al servizio degli altri, e non nel passato. Questo impone l’impegno nell’indagare in modo rigoroso e spregiudicato quali siano le intuizioni originarie e originali di frate Francesco, partendo dai suoi Scritti con il suo Testamento come testo base, anche per tenere lontano tentazioni mistificanti, falsificanti, teocratiche, ierocratiche e gerarchiche, tentazioni ben presenti nelle nostre fraternità.

C’è il pericolo che le cosiddette Fonti francescane (Scritti e biografie di s. Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di s. Chiara d’Assisi. Testi normativi dell’Ordine Francescano Secolare, Padova 2004) – quella miniera agiografica in cui si può trovare di tutto e il contrario di tutto – siano trattabili in modo omologo, addirittura alla stregua dei testi biblici. Nello specifico, c’è un pregiudizio diffuso che agisce e condiziona la vita o, meglio, l’uso rapsodico e combinatorio della vita di frate Francesco. Così l’Assisiate si colora delle più svariate tinte, diventando un santo decontestualizzato, svirilizzato e proiettato nell’universo dell’immaginario individuale e collettivo: Francesco rosso, anticapitalista e antimperialista; Francesco rosa, femminile e femminista; Francesco nero, nazionalista e fascista, definito «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi»! Si dà per acquisito che le Fonti riproducano fedelmente le varie tappe di quella vita e che ogni momento, ricordato in esse, abbia la stessa autorità testimoniale. Le cose non stanno assolutamente così, tant’è che il lettore attento non sfugge a incongruenze e contraddizioni quando non miscela e non integra avvenimenti diversi, realtà, mistificazione e fantasia. È indispensabile allora fornire ulteriori spunti di conoscenza e di riflessione, anche in modo sintetico e rapido, a partire dagli Scritti dello stesso frate Francesco. Rispettarli e studiarli richiede fatica intelligente, oltre che assunzione consapevole e dolorosa delle proprie responsabilità qui e ora, anche nei confronti dell’intera ‘galassia’ francescana che ruota attorno ai frati (Gi.Fra., OFS, MI).

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno – ha ribadito Papa Francesco il 21 giugno scorso nel Centro Ecumenico del World Council of Churches [Consiglio Mondiale delle Chiese] a Ginevra – è «un nuovo slancio evangelizzatore». «Siamo chiamati a essere un popolo che vive e condivide la gioia del Vangelo», un popolo che «serve i fratelli con l’animo che arde dal desiderio di dischiudere orizzonti di bontà e di bellezza inauditi a chi non ha ancora avuto la grazia di conoscere veramente Cristo», un popolo che loda «il Creatore e Redentore e Salvatore, solo vero Dio il quale è il bene pieno, ogni bene, tutto il bene, verso e sommo bene, che solo è buono, pio, mite, soave e dolce, che solo è santo, giusto, vero, santo e retto, che solo è benigno, innocente, puro, dal quale e per il quale e nel quale è ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti i penitenti e giusti» (Rnb XXIII 9: FF 70).

La Serata, che doveva essere animata e contrassegnata anche dai francescani secolari di solido percorso formativo, portava con sé altresì la domanda: Come comunicare e trasferire ai giovani francescani, nei canali prediletti da loro, dunque soprattutto quelli digitali, il «know how», il saper essere e il saper fare, francescanamente, in questa «inquieta età secolare» e, più in particolare, nel mondo che non è più dicotomico (reale o virtuale), ma unico, con le due dimensioni (reale e virtuale), che a volte co-esistono e a volte si sovrappongono e/o si sostituiscono?

Frate Francesco non cercava un ideale astratto per offrirlo ai propri frati. Da ciascuno di loro ricavava invece, come in una sorta di gruppo terapeutico ante litteram, la parte migliore, più promettente, più seria, «componendone – puntualizza Paolo Floretta – uno sfolgorante patchwork di virtù vissute (Saluto alle virtù, 1-18: FF 256-258). In questa proposta, estetica ed etica, esse si armonizzano in modo mirabile, quasi felicemente ovvio, alla fine, con molta e attesa “aria di casa”» (Le reti di Francesco, Padova 2015, 96). Tra tutte le virtù brilla inattesa l’ultima: l’inquietudine, quella che meno ci attenderemmo, quella più fastidiosa, mai messa sugli altari prima di frate Francesco, attribuita per di più a frate Lucido, che, in tutte le Fonti francescane, compare con il suo nome luminoso soltanto nello Specchio di perfezione, un’opera illuminante di scrittore anonimo, scritta intorno al 1318 (cfr. Spec 85: FF 1782). La santa inquietudine che come pedagoga pungente e amorevole si pone a nostro servizio, in cerca della verità di noi stessi e di Dio. «Forse essa è il vero motore di ricerca vitale – scrive ancora Floretta – che dovrebbe accomunare e accompagnare credenti, non credenti e increduli. Forse la scopriremo cortese nel prendere per mano noi e i nostri dubbi, il nostro piccolo o grande ateo che ci abita e si sforza di ricominciare a credere […]. Forse ne apprezzeremo il suo umile servizio al pensare che non si arrende di fronte all’assenza, alla mancanza o anche all’abbandono di Dio. Forse, ancora, ne potremo stimare la sana incontentabilità rispetto a soluzioni o consolazioni a buon mercato. Una sorella, insomma, certo un po’ scomoda, talvolta pure molesta e imbarazzante, che ci mantiene tutti, credenti e no, sulla soglia delle domande vere che ci fanno pensare la tragicità del vivere per portarvi o riconoscervi senso e bellezza» (Le reti…», 96-97).

L’inquietudine è per il francescano una cosa seria. Se egli è inquieto, è, oltreché sano, anche più vicino al mistero e tra di noi, capace di ospitare i nostri naufragi, i nostri dubbi, i nostri drammi di fede, che, se accolti, ci impediscono provvidenzialmente di barricarsi dietro le autistiche certezze, più o meno targabili divinamente o teologicamente, ma gravide di morte perché prive della passione del domandare. Forse è davvero giunto il «kairòs» – il momento opportuno – per una nuova «devotio», che porta il profilo inquieto della nostra debolezza, riconosciuta e redenta, che ci mantiene «pellegrini e forestieri in questo mondo» (Rb VI 1: FF 90), orientati alla Terra che sarà il nostro approdo definitivo. Questa inquietudine, santa, provvidenziale e postmoderna, la possiamo accostare a quell’umiltà con cui frate Francesco chiude, riconciliato con se stesso, con gli altri, con il creato e con l’«altissimo, onnipotente, bon Signore», il suo Cantico delle creature: «Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate» (v. 14: FF 263). Francescanesimo è porsi così al servizio dell’inquietudine per poter incontrare gli «abitanti» che si sentono a casa in una visione della vita e della realtà che prescinde da Dio, e accompagnarli a diventare «cercatori» di senso. Tutto ciò suppone rispetto reciproco, attenzione vicendevole, prossimità, dialogo, generosità, solidarietà. Accompagnare gli «abitanti» della nostra Casa comune significa anche porsi in una dimensione contemplativa dove poter cogliere le loro specifiche ricchezze e le loro nuove possibilità, amorevolmente offerte da Chi sta guidando tutto il creato verso la pienezza di senso, di amore, di vita…

Per garantirsi l’inquietudine, bisogna accogliere la chiamata universale a quella «cella» o «chiostro»-laboratorio di unità, dove si abitua a smarcarsi dall’ovvio, interrogarsi e ascoltare il mistero della vita e la sua indelebile sacralità. L’ascolto è certamente l’atteggiamento più proprio ed efficace, come afferma frate Bonaventura da Bagnoreggio (+ 1274), filosofo e teologo, uno tra i più importanti biografi di frate Francesco, quando scrive: «Verbum divinum omnis creatura» («Ogni creatura è una parola divina»). L’ascoltare è il primo vero culto e il primo vero atto del dialogo, perché lo apre, lo rende possibile, per credenti e miscredenti, alleati perché inquieti, come a più riprese ci ha ricordato anche Papa Francesco (si leggano, ad es., le sue due omelie: quella tenuta il 28 agosto 2013 nella chiesa romana di S. Agostino in occasione dell’apertura del Capitolo generale degli agostiniani [Dall’inquietudine fecondità pastorale] e quella pronunciata il 3 gennaio 2014 ai gesuiti nella ricorrenza del SS. Nome di Gesù presso la chiesa del Gesù [«Senza inquietudine siamo sterili»]).

Serve l’inquietudine dell’amore che ci spinge ad uscire da noi stessi e andare incontro all’altro. È un promettente presupposto per impostare un’efficace azione evangelizzatrice, e in particolare la (web)pastorale francescana, in questa «età secolare delle reti» dove – come afferma Taylor – si è passati da una società, in cui la fede in Dio era incontestata, assiomatica e non problematica, a un’altra società, in cui la fede viene considerata un’opzione tra le tante. Credenza e non credenza oggi non sono più percepite come rivali. Sono modi alternativi di vivere la vita morale e spirituale, in cerca di pienezza. Ed è ascoltando queste diverse esperienze che si potrà aiutare a cogliere il totalmente Altro, Dio, già all’opera anche nella vita degli altri, credenti e non credenti. Frate Francesco faceva rete con tutti. Ci chiediamo allora come possiamo farla insieme? Se una mission è urgente, perché non progettarla e compierla insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della «carità intellettuale» (A. Rosmini), spirituale e corporale?

Lo Staff del Circolo ha già deciso di impostare le nuove edizioni del Wiki- e CineCircolo sui giovani in cammino verso il Sinodo dei Vescovi e la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Panamá dal 22 al 27 gennaio 2019. È quanto mai prezioso ed importante aiutarli ad affacciarsi da protagonisti su possibili sentieri e panorami inediti. La ‘galassia’ francescana ha un messaggio di amore e di pace da proclamare e il Circolo con il suo sito web è una formidabile camera di risonanza, un grande megafono, un potente evidenziatore. Sarà saggio cogliere questa ennesima opportunità e affezionarsi, organizzando le proprie attività in base al programma del Circolo, in vista di una «mission» di qualità…

Evviva quindi lo Staff del Circolo: Clarissa Errigo, Valentina Gulli, Alex Scicchitano, Teresa Cona (segretaria del Circolo), Luigi Cimino (consigliere) e Ghenadi Cimino (tecnico fonico)!

Piotr Anzulewicz OFMConv




Con il Cuore al centro

Una Serata speciale, quella che si è svolta l’8 giugno 2018, presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido, con il Cuore al centro. È stata creata dal Circolo Culturale San Francesco in concomitanza con la solennità del Sacro Cuore di Gesù e a coronamento delle celebrazioni liturgiche e paraliturgiche. Tutta all’insegna della tenerezza, spiritualità e convivialità. Divinamente si è inserita nella «Lunga Notte delle Chiese»: una manifestazione per avvicinare la comunità, che godeva del patrocinio del Pontificio Consiglio per la Cultura e del Ministero dei Beni Culturali, e della collaborazione delle diocesi italiane.

Il Circolo, che nel suo logo ha il simbolo di cuore, non poteva non “chinarsi” sul cuore: il centro operativo più intimo, la scaturigine delle relazioni dinamico-personali con l’altro, l’organo esatto della comprensione integrale, la sede privilegiata dell’uomo non-ancora-rivelato – infatti, in ognuno c’è «l’uomo nascosto del cuore» (cfr. 1 Pt 3,4). Esso non è l’illogico o l’irrazionale che si contrappone al logico o al razionale. È invece un’attitudine conoscitiva diversa da quella della ragione. Il cuore ha il suo «ordine» (R. De Monticelli) e le sue «ragioni che la ragione non conosce» (B. Pascal). Solo le ragioni del cuore hanno la chiave per entrare nel mistero dell’altro. Non si può conoscere l’altro «io» se non lo si avvicina con il sentimento positivo dell’amore che è il punto più alto e più profondo della funzione del cuore. Forse è venuto il tempo in cui si debba riscoprire il cuore come punto di sintesi di tutte le dimensioni della persona, da quella affettiva e volitiva a quella razionale e religiosa, come «luogo dell’integrazione viva, come spazio in cui l’uomo è già intero, non frantumato o smembrato» (M. I. Rupnik), come luogo dove l’intelletto ha il suo sentimento e dove il sentimento intende e comprende… Il cuore o l’«uomo-cuore» (S. Palumbieri) è l’uomo «tutto intero». Egli, vivendo nel corpo, pensando, progettando, decidendo, disperandosi e collezionando sconfitte, continua tuttavia a rilanciare speranze. L’uomo è un essere speciale. Il suo essere è il sentirsi-essere, in moto permanente, in vibrazione costante, in tensione perenne. È l’in-quietudine, l’incapacità di placarsi, la vibratilità costitutiva, l’«abisso» da colmare, la «finitudine» da completare, l’«ammasso di fallibilità» da purificare, l’«interrogativo» da ascoltare… È come un ago calamitato che continua a vibrare finché non è puntato verso il suo Nord, l’Infinito, l’Assoluto. «Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te» (Agostino d’Ippona), l’Amore di Dio incarnato ed «umanato» (Angela da Foligno), l’unica risposta perfetta al nostro «inquietum cor».

Nel programma della Serata ci stava a cuore tutto ciò che riguardava il cuore, in tutte le sue sfumature e dimensioni: «intelligente» (1 Re 3,12; Prov 14,33; 15,14; 18,15), «saggio» (Sal 90,12), «retto» (1 Re 3,6), «integro» (1 Re 11,4), «mite e umile» (Mt 11,29), «risoluto» (At 11,24), «creativo»… Ne hanno parlato con passione e competenza i protagonisti della tavola rotonda: Valentina Gulli, Clarissa Errigo e Teresa Cona, ed altri ed altri ancora: Stefania, Gino, Marisa, Maria… I videoclip, proiettati da Ghenadi, hanno reso la Serata ancora più toccante e vibrante. Le parole erano amore e noi continuavamo ad assorbirle abbondantemente, perché questa era l’aria che si respirava nella giornata del Sacro Cuore. Le immagini e le melodie ci offrivano stimoli e indicazioni grazie ai quali sentivamo che il Sacro Cuore richiamava il nostro cuore. Tutti abbiamo bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto al Cuore divino; di un cuore tenero, generoso, «intelligente» che non si lascia chiudere in sé e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza; di un cuore «sociale» che si spende per l’altro e il totalmente Altro. Una Serata davvero con il Cuore al centro. 

Piotr Anzulewicz OFMConv




Amore forte e debole, “calpestato” ed occultato

Che cosa si può dire della 7ª Serata cinematografica (la 122ª), con la proiezione del film «Silence» del regista statunitense Martin Scorsese, la cineconversazione «Il cristianesimo − “saper morire per Cristo”» e il «cocktail», ideata all’interno della 6ª edizione del CineCircolo con il motto: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», che si è svolta venerdì 27 aprile 2018, presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido? Commovente ed impressionante, con un film di una vita, terso e abbacinante di immenso dolore e di alta qualità pittorica e potenza allegorica, e l’argomento di attualità con cui confrontarsi nel proprio tessuto vitale, sull’amore per Cristo, l’amore eroico, l’amore dolce e amaro, l’amore tradito, “calpestato”, nascosto, occultato. Un argomento da “sviscerare”.

La Serata è decollata dal video «La persecuzione dei cristiani»: un ampio sguardo sulle sofferenze dei cristiani e sulle violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo, dalla Nigeria alla Corea del Nord, passando per Iraq, Siria, Pakistan, Cina, là dove la fede in Cristo può costare la vita. Si librava per ben 160 minuti con il film e si è prolungata nella conversazione, moderata dalla segretaria del Circolo, dott.ssa Teresa Cona.

E’ stata la fortuita occasione per andare alla radice di quell’amore “calpestato” e occultato che è al centro del romanzo Chinmoku di Shūsaku Endō († 1996), scrittore cattolico giapponese, da cui Scorsese ha tratto l’ispirazione. Pubblicato nel 1966 (trad. it. Silenzio, Milano 1982), il romanzo si rifà alla realtà storica dei lapsi, cioè dei preti apostati, gli scivolati, quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare le persecuzioni e hanno abiurato la loro fede.

Il cristianesimo fu introdotto in Giappone nel 1549 con l’arrivo del gesuita spagnolo Francesco Saverio († 1552), anche se sarà il gesuita italiano Alessandro Valignano († 1606) il vero artefice della missione nel Paese del Sol Levante. Purtroppo, dopo un promettente inizio, alla fine del 1614 viene pubblicato un editto di espulsione di tutti i missionari, accusati di essere venuti in Giappone «con il desiderio di diffondere una legge malvagia, (…) al fine di mutare il governo del Paese e prender possesso della terra» (C. R. BOXER, The Christian Century in Japan, 1549-1650, Berkeley 1951, 318). In quel momento si contavano in Giappone circa 300 mila fedeli, insieme a seminari, scuole, ospedali e un crescente clero locale. La repressione fu violenta e le torture inflitte a sacerdoti e cristiani furono disumane, cruente, efferate. Fra tutte, «la tortura della fossa» si rivelò uno strumento efficace per costringere i fedeli all’abiura: sospesi e legati a testa in giù, veniva loro praticato un taglio superficiale dietro le orecchie o sulla fronte perché morissero lentamente, a meno di abiurare. In tutto questo, di fronte all’agonia di molti cristiani c’è solo il silenzio. Il silenzio di Dio, «la sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata − afferma Endō − Dio rimane silenzioso, a braccia conserte» (Silenzio, Milano 1982,  83). La vera lotta, la prima e più importante prova per i fedeli giapponesi e i missionari, è infatti accettare, sostenere e perdonare, nella più profonda solitudine, questo silenzio di Dio. «Per certi versi – dice il gesuita Sebastian Rodrigues – noi sacerdoti siamo un triste genere di uomini. Venuti al mondo per soccorrere l’umanità, nessun altro individuo è più squallidamente solo del prete che non è all’altezza del suo compito» (ivi, 36). Quando p. Rodrigues viene messo alle strette, non gli resta che calpestare il volto di Cristo. E quel volto che aveva «considerato la cosa più bella della sua vita», improvvisamente torna a parlagli, non più immaginato dietro le palpebre chiuse, ma vivo più che mai, reale, supplice: «Calpesta! Calpesta! […] Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini!». «Il prete posò il piede sul fumie [immagine in bassorilievo che raffigurava Cristo]. L’alba proruppe. E lontano il gallo cantò» (ivi, 203).

La scena finale del libro, sorprendente e di una densità teologica inestimabile, racconta il ritorno di Kichijiro, giapponese e cristiano della prima ora, ma che è stato indotto all’abiura e al tradimento, alla ricerca di un confessore. Più volte viene paragonato al Giuda dei Vangeli, perché per denaro, e paura, tradisce la fiducia di p. Rodrigues, causandone la cattura. Facile da disprezzare per via della sua debolezza e codardia, in realtà sarà proprio lui a riscattare la sorte del gesuita, non in virtù della sua forza, ma della sua paura. In un dialogo serrato tra i due, p. Rodrigues cerca di schernirsi, dicendo di non essere più padre, perché indegno dopo l’abiura. Kichijiro però incalza: «Lei può ancora ascoltarmi in confessione!» (ivi, 221), «La prego, ascolti la mia confessione». Entrambi avevano abiurato, entrambi avevano calpestato l’effige di Cristo, entrambi cercavano il perdono perché ancora credevano e amavano. «Poiché in questo Paese non c’è adesso nessun altro che possa ascoltare la tua confessione, lo farò io. […] Dirai le preghiere dopo la confessione. […] Và in pace!». In questo atto finale p. Rodrigues viene confermato nel suo sacerdozio, nonostante l’abiura. Riconosce di amare Cristo «in modo diverso da prima. Tutto quello che era accaduto fino a quel momento era stato necessario per portarlo a questo amore. “Persino ora – confida – sono l’ultimo prete in questa terra, ma Nostro Signore non ha taciuto. Anche se avesse taciuto, la mia vita fino a questo giorno avrebbe parlato di lui”» (ivi, 223). E «se i cristiani e il clero guardano a me come a una macchia nella storia della missione, non mi importa più» (ivi, 218). «La mia lotta – conclude – era con il cristianesimo, all’interno del mio stesso cuore» (ivi, 219).

Il regista Scorsese coglie del romanzo il nocciolo dei dilemmi che lo coinvolgono da sempre. Fino a che punto − torna a chiedersi − è lecito seguire Cristo, l’Amore incarnato di Dio, se così facendo noi rechiamo la sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia, che in fondo è il supremo comandamento trasmesso da Cristo ai suoi discepoli (Ama il prossimo tuo come te stesso), o la fedeltà alla sua Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? «La questione non è solo teologica − afferma onestamente Gianluca Arnone nella sua recensione − perché tocca qualsiasi credo e ideologia». In più, è molto moderna, perché in filigrana evoca i principali nodi della Chiesa di Papa Francesco, tormentata al suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinale (divorzio, eutanasia, aborto…). Questi giapponesi, che torturano e combattono i cristiani venuti dall’Europa, erano solo carnefici o piuttosto difendevano la loro identità culturale? Non è forse lo stesso problema sentito oggi in Occidente, nei rapporti tra le comunità autoctone e l’islam? Non basta continuare solo a invocare il multiculturalismo come panacea di tutti i mali. Silence è molto netto da questo punto di vista. C’è una scena emblematica in cui dei soldati giapponesi invitano i cristiani a sputare sul crocifisso e a dichiarare che la Beata Vergine Maria era una sgualdrina fino a calpestarne la sacra effige senza troppe cerimonie, ricordando loro che si tratta soltanto di immagine e non di quello che custodiscono dentro. Non comprendono però che per un cristiano quella effige non è solo un’immagine, così come l’Ostia non è soltanto un derivato del frumento. Per un cristiano Cristo è vivente, è persona, è quell’immagine, è quell’Ostia.

C’è una componente materiale nella religione cristiana che un orientale di osservanza buddista non capirà mai. Per questo una mediazione, che passi dal confinamento del cristianesimo in una sfera privata, intima, nascosta, pone seri interrogativi sulla sua consistenza. Assume allora un significato ambiguo quel silenzio perorato dal titolo: è la voce dell’abbandono di Dio, la dimensione dell’ascolto interiore, oppure il destino della cristianità in terra d’Oriente? «E’ positivo − scrive Arnone − che al cospetto di un discorso così interrogativo, scettico ed esistenziale, Scorsese mantenga un tono distaccato, algido, controllatissimo, senza le solite carrellate, le classiche zenitali e le proverbiali gimcane della mdp [cinepresa], senza cercare mai la scorciatoia, l’empatia, lo spettacolo, senza prendere per mano lo spettatore (che si ritrova così nella medesima situazione del gesuita “abbandonato” dal Signore). Silence non è un film immediato. Va meditato».

La Serata è atterrata con la consueta recita della Preghiera di Papa Francesco per i giovani (Sinodo 2018), la foto dell’équipe e il «cocktail» offerto da Pina Lista, ammiratrice e sostenitrice del Circolo. In sottofondo, il video musicale di Raffaele Falco: «Loda», proiettato da Ghenadi Cimino. «Loda… solamente loda; stai piangendo, loda; hai bisogno, loda; stai soffrendo, loda; non importa, loda; la tua lode invada il cielo». Una Serata sorprendente, con un film e un tema difficile da meditare e amare, ma facile da ammirare, stimare e coprire di complimenti…

Piotr Anzulewicz OFMConv




Serve un webpastore…

Una Serata conviviale illuminante, quella focalizzata sul tema «I giovani: webpastore come tessitore di dialoghi», che si è svolta venerdì 20 aprile 2018, nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido. Con il claim «capire, cambiare, osare», siamo stati invitati a guardare a Internet con entusiasmo, fiducia e audacia, a riappropriarci del ruolo di animatori/webpastori di «comunità», che «si esprimono ormai attraverso tante voci scaturite dal mondo digitale», ad offrire a tutti − anche ai non credenti, ma sopratutto ai preadolescenti e agli adolescenti − «i segni necessari per riconoscere il Signore» (Benedetto XVI). Capire l’era presente (virtuale), cambiare se stessi − ed anche un po’ la nostra terra, per quanto incolta e poco fertile − e osare ad evangelizzare il grande “continente” cibernetico, in continua ed irrefrenabile espansione, dalle elevate potenzialità comunicative, dalla progressiva apertura sociale e dalla frequentazione sempre più crescente. Il web si configura ormai come un universo culturale informativo e formativo ed è di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari e sociali. Operare pastoralmente in questo cyberspazio è non solo opportuno, ma anche necessario.

Tutti abbiamo bisogno però di un cambiamento di mente e di cuore e di una conversione pastorale… E’ una sfida per tutti, dai presbiteri agli educatori: entrare in sintonia con i media digitali ed elevarli a strumenti al servizio dei valori alti, umanistici e cristici. È urgente formare gli evangelizzatori a saper capire il linguaggio dei “nativi digitali” e andare a cercarli nei “luoghi” e nelle “piazze” che frequentano: Facebook, il cybercaffè, i blog, i chat… A loro che si debba strizzare l’occhio, tessendo i dialoghi e prendendosi cura delle loro parole, vite, storie.

Serve un webpastore, e una Chiesa, che non abbia paura di entrare nella loro notte, capace di incontrarli nella loro strada, in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve un webpastore, e una Chiesa, che «sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, con il proprio disincanto, da soli, con la delusione di un cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso». Serve un webpastore, e una Chiesa, capace di accendere il loro cuore e ricondurli a Gerusalemme. «Per questo è importante − ha detto Papa Francesco a Rio, il 27 luglio 2013, rivolgendosi ai vescovi brasiliani − promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte, senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità». Ai tempi di Internet queste parole risuonano con una forza e un’efficacia intramontabili. La sfida è arricchire la vita che appella in rete, raggiunta con domande semplici, di significati profondi, di pietre preziose, di perle. Frate Francesco non si troverebbe male nel grande mercato del web. Dialogando, egli saprebbe vendere bene la propria merce: la perla che ha trovato tra i lebbrosi e nei Vangeli.

Una Serata ricca di spunti, suggestioni, stimoli, sollecitazioni… Colma di slanci per colonizzare vecchi comportamenti e reindirizzare linguaggi ammuffiti e barocchi, debitori di una retorica e di un’autoreferenzialità ormai ignote alla scattante società contemporanea. Corredata di due video musicali e di tre video-conferenze. Arricchita dalla presenza di un ospite d’eccezione: p. Vasyl Kulynyak, di Crotone, cappellano della comunità ucraina di rito bizantino presso l’arcidiocesi di Crotone-S. Severina. Resa saporita con la sottile focaccia di farina, spianata a mano, variamente condita e cotta nel forno a legna. A presto, con slancio della speranza.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Dal guerreggiare al benedire

«Il tema della 6ª Serata conviviale con ‘aperitivo’ − abbiamo scritto su Facebook del Circolo − aveva le stimmate dell’eccezionalità: I giovani: tecnolupi e lupo di Gubbio dal guerreggiare al benedire, con frate Francesco d’Assisi al centro. Ne avevano colto la portata persone a distanza, via e-mail e chat, e il modico, ma carissimo pubblico presente, tra cui alcuni soltanto per un veloce saluto e un gesto di benevolenza e amicizia. E’ rimasto un irrefrenabile desiderio di approfondimento e ripensamento…». Eccoci qui, su questo portale, come abbiamo promesso, per dire qualcosa in più.

Venerdì 6 aprile, dopo la visione del video musicale: «L’esercito del selfie» (feat. Lorenzo Fragola & Arisa) di Takakgi & Ketra e la presentazione del programma della Serata, alla piccola tavola rotonda ci siamo posti principalmente le due domande: 1. Come affrontare un branco aggressivo, offensivo e distruttivo di tecnolupi nella rete?; 2. Che aiuto potrebbe giungerci da frate Francesco? Domande ardue, impegnative e proiettive, che giustamente hanno dato vita a risposte multiple, plurime, soggettive. Domande che hanno spronato a pensare e a sentire…

Ask.fm

Internet − abbiamo detto − non è solo un ambiente di incontro, di amicizia, di cultura. E’ anche una palestra di scontro, di aggressività, di fake news… L’essere umano, a prescindere dalla rete, ha impulsi aggressivi che, se assecondati, lo portano a efferatezze e atrocità di cui la storia è triste testimone. Basti pensare alle barbarie jihadista o anche all’apparentemente più pulita guerra con i droni. Per stare vicini a casa nostra, casi di cronaca nera ci ricordano come le dinamiche comunicative etichettate come cyberbullismo abbiano invitato al suicidio una teenager dal nickname Amnesia. «Ucciditi», «Non sei normale, curati», «Nessuno ti vuole», la istigavano sconosciuti iscritti, come lei, ad Ask.fm, servizio di rete sociale basato su un’interazione “domanda-risposta”, in forma anonima, lanciato nel 2010 da Mark Terebin. «Dove pensi che vivrai fra cinque anni?» − chiedeva un utente senza nome. E lei: «Vivrò fra cinque anni?». «Cosa stai aspettando?». «Di morire». Altri agevolavano la sua dimensione: «Secondo me tu stai bene da sola… fai schifo come persona». Insulti anche davanti alle fotografie dei tagli alle braccia che lei giurava di essersi procurata: «Ti tagli solo per farti vedere», «Spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che c’è sul braccio e morirai». La ragazza, alla fine, si è suicidata davvero. E’ salita in cima a un albergo dismesso a Cittadella, nel padovano, e si è buttata giù. La Procura ha aperto un’inchiesta per stabilire se, appunto, si può parlare di istigazione al suicidio o di maltrattamento. Amnesia ha scritto un biglietto per la sua amatissima nonna. Erano parole di scusa «per avervi deluso» e di annuncio della morte, indicando il luogo. L’ha trovata sua madre, ai piedi di quel palazzone vuoto, di 10 piani. Da lontano ha visto la sua sagoma per terra e quando le si è avvicinata tremava così tanto da non stare più in piedi. Hanno dovuto ricoverarla.

Non è stato il primo caso che ha coinvolto i social Ask.fm. Hanna Smith, altra quattordicenne, si è anch’essa suicidata dopo espliciti inviti all’autolesionismo e ad ammazzarsi da parte di utenti anonimi, probabilmente conoscenti e compagni di scuola. Istigazioni da odiatori professionali, impuniti, irriferibili, concentrati di liquame verbale. E’ scoppiato uno scandalo a livello nazionale, sostenuto anche dal premier britannico David Cameron, tanto da avviare una campagna per la chiusura del sito, che si è difeso mettendo in atto meccanismi di moderazione, per frenare il cyberbullismo. La sorella di Hannah, Joanne, criticò pesantemente il sito, affermando che Ask.fm crea dipendenza. Il padre di Hannah, Dave, ha accusato i creatori di Ask.fm di omicidio colposo, chiedendosi quanti teenager si devono uccidere a causa degli abusi online prima che si faccia qualcosa.

Blue Whale

Alex Scicchitano, moderatore della nostra Serata, ha ricordato il caso di «Balenoterra azzurra» (Blue Whale). E’ un ‘gioco’ online, nato in Russia e approdato anche in Italia. Il suo scopo non è però ludico, ma tragico. Un fenomeno che circola dal febbraio 2017 e che il 10 maggio 2017, dopo un caso di suicidio a Livorno, è stato portato agli onori delle cronache da un servizio de Le Iene. Alex quindi ha spiegato brevemente il funzionamento di questo ‘gioco’. Esso invita gli adolescenti ad affrontare una serie di prove (assurde), come, ad esempio, guardare film dell’orrore per un intero giorno, incidersi sul corpo una balena azzurra, svegliarsi alle 4.20 del mattino, il tutto per 50 giorni. L’ultimo giorno il gioco prevede una provocazione mortale: trovare l’edificio più alto della città in cui si abita e saltare giù. Così gli ideatori di questa terribile “moda” invitano i partecipanti a togliersi la vita. I ragazzi, che si lasciano trasportare in questo vortice di orrore, prima di farla finita, lo dichiarano sui social con frasi piuttosto enigmatiche: «Questo mondo non è per noi», oppure: «Siamo figli di una generazione morta».

Secondo i redattori di The Submarine, giornale online di Milano, «Blue Whale non è nato dal nulla: le discussioni riguardanti il suicidio hanno sempre proliferato in angoli non moderati di Internet, dalle room di Soulseek [punto di riferimento e ritrovo per gli appassionati di musica underground] a chat su ICQ [messaggistica istantanea], forse perché la rete permette di mettere in contatto persone che farebbero fatica a comunicare in società. […] Capire questa relativa consuetudine è fondamentale per affrontare correttamente l’argomento: non è detto che tutti questi “gruppi della morte” abbiano una diretta influenza negativa − sono tantissimi i punti di supporto e di accoglienza, per persone che altrimenti sarebbero completamente sole. È il caso di piattaforme come T., un forum tedesco di persone con tendenze suicide dove molti utenti lavorano per impedire che queste persone si tolgano la vita. Al di là dell’aspetto dark – testi bianchi su fondo nero, accenti rossi, estetica edgy – il forum vorrebbe essere un posto sicuro, dove si possa parlare liberamente».

«Anche in un contesto deviante come questo − scrivono −, Blue Whale non è un gioco nato organicamente. Non è chiaro se a questo punto il gioco esistesse già, se sia nato per la prima volta su pagine di gossip e poi sia adottato dagli stessi gruppi della morte, o se nasca quasi come scherzo, come modo da parte degli amministratori di questi gruppi di rendersi misteriosi, affascinanti», e aggiungono: «Nelle scorse giornate sono arrivate notizie di suicidi teoricamente causati da Blue Whale anche in Spagna, Argentina e Brasile, ma nessuna evenienza del gioco è mai stata dimostrata con la solidità del caso russo. È difficilissimo − nel mare di informazioni sull’argomento che si possono trovare sul Darknet [rete virtuale privata nella quale gli utenti si connettono solamente con persone di cui si fidano] − distinguere tra casi di effettivi gruppi della morte, dove “curatori” uccidono persone attraverso abusi psicologici, e semplici casi di emuli, colpiti da effetto Werther». E’ comunque agghiacciante il fatto che tanti nostri ragazzi decidono di togliersi la vita. Una spiegazione ha provata a darla su Vita.it Daniela Cardini, docente di teoria e tecnica del linguaggio televisivo e di format all’Università IULM di Milano (Libera Università di Lingue e Comunicazione), in una intervista con la collega Anna Spena, commentando la serie Netflix «Tredici», che affronta proprio il tema del suicidio adolescenziale e del bullismo.

Ciccione, negro, ladra, terrorista

Si può davvero uccidere con le parole, la calunnia e l’ira? Sì, «anche le parole possono uccidere», avvertiva nel 2014 il claim dei manifesti che erano inviati a parrocchie, oratori e scuole e pubblicati sulle testate aderenti alla campagna di sensibilizzazione sul tema della lotta alla discriminazione, realizzata da Famiglia Cristiana, Avvenire e la Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC), insieme all’Agenzia di pubblicità Armando Testa. Testate giornalistiche caratterizzate da percorsi diversi e da stili informativi differenti, ma portatrici di una stessa cultura di base e motivate da una condivisa vocazione a stare dalla parte delle vittime, degli sconfitti, degli emarginati, degli imperfetti, di quelli dei quali ‘si dice ogni male’. «Non cediamo alla parole che uccidono». Sono ‘proiettili’, sparati quasi sempre con allegra cattiveria e sfrontata leggerezza per far male, ferire, lasciare il segno, ammazzare la personalità. Il linguaggio utilizzato è quello tipico della comunicazione pubblicitaria, che contempla codici visivi e testuali particolarmente immediati e incisivi: si vedono alcuni volti “trafitti” da parole denigratorie, frutto di pregiudizi razziali o dell’ironia denigratoria, che assumono la forma di proiettili. Negro, terrorista, ladra e ciccione: quattro insulti che colpiscono chi li riceve come un colpo in testa. E il messaggio finale è: «No alla discriminazione. L’altro è come me». «È molto comune essere oggi, nel nostro Paese, oggetto di discriminazione − ha commentato don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. − Basta essere immigrati o anziani, o donne. Se poi si è di religione musulmana, oppure obesi o di etnia rom, ancor di più. La cronaca è purtroppo piena di episodi che sembravano scherzi, ma sono tragedie. Un giornale, specie se cattolico, non può rimanere inerte, mettere in cronaca l’ennesimo episodio di bullismo, di discriminazione sessuale o di razzismo e passare ad altro. Vogliamo farlo come battaglia di civiltà per il nostro Paese. Vogliamo farlo con i nostri lettori. Migliori si può. Diciamolo a voce alta». Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha aggiunto: «Usiamo le parole come armi, e questo viene detto con esplosiva efficacia attraverso le immagini costruite dall’Armando Testa». Infine, Francesco Zanotti, presidente della FISC, ha affermato: «La campagna realizzata assieme ha il grande merito di fare comprendere con immediatezza la potenza della parola. Parole come pallottole: raggiungono la persona e la distruggono (…). A questo pericolo si può rispondere solo con la responsabilità».

Avital Ronell, scrittrice e filosofa statunitense, ha parlato di «testi assassini», tra cui I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe che avrebbe scatenato un’ondata di suicidi in tutta Europa. Claude Lévi-Strauss († 2009), antropologo, psicologo e filosofo francese, ha parlato invece di «casi attestati in parecchie regioni del mondo, di morte per scongiuro o sortilegio». Le nostre parole sono importanti, ma esse sono l’esito di un pensiero e di una cultura. E quando prevale la cultura dello scarto e del potere, della denigrazione e della violenza, diventano, appunto, proiettili e «possono uccidere». «Parlar male di qualcuno − ha ricordato anche Papa Francesco, il 16 febbraio 2014, all’Angelus, rileggendo il 5° comandamento e riflettendo su quanto Gesù stesso ha spiegato nel Discorso della Montagna − equivale a “venderlo”, come fece Giuda con Gesù. […] Pertanto, non solo non bisogna attentare alla vita del prossimo, ma neppure riversare su di lui il veleno dell’ira e colpirlo con la calunnia. Gesù propone a chi lo segue la perfezione dell’amore: un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo». La rete può diventare fonte di rabbia, frustrazione, aggressione, violenza. «Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale mediante Internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale − leggiamo nella recente Esortazione apostolica Gaudete et exultate, resa pubblica il 9 aprile scorso. − Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui. Così si verifica un pericoloso dualismo, perché in queste reti si dicono cose che non sarebbero tollerabili nella vita pubblica, e si cerca di compensare le proprie insoddisfazioni scaricando con rabbia i desideri di vendetta. E’ significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è “il mondo del male” e “incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6)» (n. 115). Preoccupato soprattutto per i giovani esposti a «uno zapping costante», il Papa ha affermato inoltre che «le forme di comunicazione rapida possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli» (n. 108).

Occhio per occhio

Internet − grazie alle condizioni di distanza fisica e di mancanza di conseguenze dirette, soprattutto in contesti pubblici come forum e blog − permette una grande disinibizione comportamentale nella ritorsione di pari grado: occhio per occhio. Queste condizioni facilitano l’escalation fino a situazioni impensabili nella vita reale. Le parole diventano raffiche sparate da killer ben protetti nella pancia dell’anonimato. Mirano a togliere autostima e soggiogare, spesso nell’indifferenza e nella paura di chi disapprova, ma non osa opporsi. A Bologna più di 200 ragazzini si sono dati appuntamento ai giardini per un macho confronto a mani nude. I due gruppi dei “Bolo-bene” e dei “Bolo-feccia” si sono picchiati selvaggiamente. Tutti in salsa social. A giudicare dai post su Ask.fm, rivolti ad Amnesia, il livello di aggressività verbale rientra addirittura nei profili della denuncia penale. Emerge non solo un vissuto professionale, oltre che educativo e amicale, ma anche una subcultura dell’odio. A questo proposito, Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, nella loro ricerca (Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web, Milano 2013), evidenziano un inquietante fenomeno: gli odiatori (hater). Sono di fatto coetanei, ma non solo. Alcuni ambiscono a diventare blogstar, a suon di critiche distruttive e a prescindere da persone o da temi bersaglio, incuranti degli effetti delle loro parole di pura rabbia. Paolo Floretta, francescano, psicologo e psicoterapeuta, nel suo libro Le reti di Francesco. Per una tecnologia dello spirito e una cyberspiritualità e webpastorale francescane (Padova 2015), li definisce membri impauriti di un tecnobranco che sentono di esistere solo se si percepiscono sul rovente filo della violenza, scaricata addosso senza arte né parte alla vittima di turno, perché annusata come selvaggina fragile e succulenta per una carneficina verbale, fino a esiti tragici. Un branco di tecnolupi, alla deriva di se stessi, alla fine vittime della propria cieca e devastante aggressività, senza altri fini se non se stessa. Sono casi estremi, ma che confermano come, in certi contesti, le parole possano produrre morte. «Oggi non dobbiamo nasconderci che la rete può essere uno di questi contesti, dove il linguaggio ha un potere enorme. Cominciare a comprenderlo è il primo passo per poter elaborare strumenti culturali e giuridici di difesa».

Gubbio e il suo lupo

Come affrontare allora i tecnolupi/cyberbulli, per altro sfuggenti? E’ una domanda difficile. Qualche spunto ci ha offerto un episodio riportato dai Fioretti (Fior 21: FF 1852). Non lo abbiamo letto, ma ascoltato, guardando il video musicale Il lupo di Gubbio di Angelo Branduardi, tratto dal suo CD edito nel 2000 dal titolo L’infinitamente piccolo, dedicato alla vita di frate Francesco.

In questo episodio c’è qualcosa che travalica il tempo e lo spazio e per questo è di casa in tutti gli ambienti, incluso quello virtuale. «Gubbio e il suo lupo − afferma Floretta − sono la metafora di una ritrovata relazione educativa» (p. 59). E frate Francesco, che da guerriero si è trasformato a vessillifero della pace senza tempo, è un modello di mediazione pedagogica. Motivato dal suo amore per la gente di Gubbio e contando sulla sua fiducia in Dio, è andato incontro al lupo insieme ai suoi compagni. Non si è mosso isolato, ma è partito da una solida rete di relazioni. E’ stato proattivo: è lui che ha fatto il primo passo e di fronte alla bocca aggressiva del lupo si è posto da una prospettiva di bene per tutti. Gli ha offerto la pace, il perdono e la promessa che non sarà più perseguitato, ma mantenuto a vita, riconoscendo che le sue malefatte erano causate dalla fame o dai suoi bisogni vitali senza cura. Il momento clou: il patto di pace tra la gente e il lupo, quasi sotto le spoglie di fiaba, fatto di dialogo, rispetto, delicatezza, cure amorose, e dialogo con Dio. Tutto ha ritrovato il proprio senso e, grazie alle desistenza del perdono dei cittadini, si è giunto a un reciproco riconoscimento, base per un convivenza stabile e sana. «Posso aggiungere − confida Branduardi − che, andando a visitare la cittadina di Gubbio, è possibile vedere la tomba del lupo. I cittadini, dopo il famoso dialogo tra lui e Francesco, si affezionarono così tanto da seppellirlo con una sorta di funerale».

Per Amnesia e il suo entourage le cose sono andate, purtroppo, diversamente. Nessuno aveva il coraggio di incontrare su Ask il famelico e aggressivo lupo che abitava dentro gli adolescenti, per lo più tra i 13 e i 16 anni. Indisturbati e mascherati dietro l’anonimato, si parlavano per sparlarsi, offendersi, rinfacciarsi, minacciare, istigare a morire, sfogare la propria rabbia.

Francesco in mezzo alla ‘flame war’

Anche frate Francesco ha avuto a che fare con la rabbia degli altri, a partire da quella di suo padre, Pietro Bernardone, quando lo cercava a San Damiano e lo perseguitava, fino a percuoterlo e a maledirlo sulla piazza (cfr. 2 Cel 12: FF 596-598). Con parole velenose lo investiva pure Angelo, suo fratello. Come gestì la flame war dei suoi familiari?

Dal racconto di frate Tommaso Celano non emerge nessuna ritorsione plateale, nessuna escalation aggressiva, nessuna flame war (guerra di parole offensive, opprimenti ed ostili). Al contrario, Francesco creò una sua rete sociale di salvataggio psicologico: coinvolse un uomo umile e semplice perché, come un padre vicario, lo benedicesse dopo ogni colluvie d’insulti. Un social network riparativo, non un cyberbranco, con cui attaccare e contrattaccare il designato. Nessuna fuga da un vis-à-vis, ma la decisione imprevedibile e spiazzante di modificare totalmente le relazioni: la scelta di un altro padre, per riscrivere da zero la propria vita. Invece di fomentare una sterile logomachia, decise chi essere da quel momento in poi. Si dette la possibilità di rinnovare la propria identità, ampliandola, e di restituire i propri vestiti, ormai fonti di inutili odi e malintesi.

Il Santo d’Assisi ha avuto a che fare con l’aggressività anche in altri contesti. Ne sono nate pagine che sfidano i secoli per la loro attualità e profondità, tanto da offrire criteri educativi per l’ambiente della rete. Il capitolo XI della Regola non bollata ne dà un chiaro saggio: «Tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole, anzi, cerchino di conservare il silenzio, ogniqualvolta il Signore darà loro questa grazia. E non litighino tra loro, né con gli altri, ma procurino di rispondere con umiltà, dicendo: Siamo servi inutili. E non si adirino […]. E non oltraggino nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri […]. Non giudichino, non condannino» (Rnb XI 1-2, 4.7-8.10: FF 36-37).

Manifesto dell’anti-branco

Non è un solito condensato di buone maniere, ma un manifesto dell’anti-branco, dell’anti-stalking, dell’anti-calunnia e di ogni maldicenza distruttiva, un presidio comunitario, di rete, a difesa dell’inviolabile dignità altrui, quando anche il fratello fosse “beccato” in flagranza di peccato, ancorché piccolo e socialmente accettabile. Un cordone sanitario attorno all’infernale moltiplicarsi della pubblicità del male, che oggi viene amplificata dalla grancassa dei social network. Questo emerge in modo ancora più chiaro nelle Ammonizioni, che appartengono alla piena maturità di frate Francesco, tanto il pensiero vi appare denso e coerente, alimentato da una duplice fonte: ascolto orante della Parola di Dio e contemplazione amorosa e sofferta della vita cristiana e religiosa, un vero e proprio cantico dei puri ci cuore, che, dopo essersi evangelicamente svuotati di ogni culto di se stessi, accettano persecuzioni e ingiurie, contrarietà e correzioni, disponendosi all’obbedienza caritativa e ad un amore compassionevole e leale verso i fratelli, per poi restituire tutto al Signore Dio, fonte di ogni bene. «Non lasciarsi guastare a causa del peccato altrui. Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere, eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo di Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per sé come un tesoro quella colpa. Quel servo di Dio che non si adira né si turba per alcunché, davvero vive nulla di proprio» (Am 11: FF 160). E’ libero anche dal peccato dell’altro. Non capitalizza l’errore altrui per sfogare la propria aggressività, quella narcisista e perbenista. Non si scandalizza né si turba per le debolezze dell’umanità per risplendere e gloriarsi alle spalle dell’altro. Non sbandiera i vizi degli altri per attirare riconoscimento per sé. Altrimenti sarebbe un patetico parassitismo del male che avvelena il fragile e inconsistente io, incapace di ricordare il credito di rispetto, di fiducia e di misericordia cui l’altro ha diritto d’ufficio.

Una Serata eccezionale, davvero. Frate Francesco ci ha ricordato che, nonostante la nostra pochezza e la nostra povertà, siamo chiamati ad essere strumenti e segni dell’amore caldo, accogliente e benedicente. Solo questo amore è creativo e fecondo, capace di costruire una cultura dell’incontro e del rispetto, all’altezza dell’ideale dell’uomo. C’è quindi da chiedersi: se Amnesia fosse stata accolta con l’atteggiamento di frate Francesco sarebbe ancora tra noi?

Piotr Anzulewicz OFMConv




Salve, «Regina di tutto il creato»

Al timone della 6ª Serata conviviale con «aperitivo» dal titolo: «Maria, Regina di tutto il creato», che si è svolta venerdì 1 dicembre 2017, due ospiti eccezionali: don Gesualdo De Luca − vicario episcopale, docente dell’Istituto Teologico Calabro «S. Pio X» di Catanzaro e assistente ecclesiastico regionale del Movimento Apostolico, e don Michele Cordiano − padre spirituale di Natuzza (Fortunata) Evolo e direttore nazionale dei Cenacoli di Preghiera «Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime» ispirati alla spiritualità della Mistica di Paravati. La loro presenza è stata un dono inestimabile per tutti noi. Ci hanno regalato delle stupende pennellate antropologico-teologico-mariane, spronandoci a invocare la «Regina del creato» per la protezione dalla distruzione, inquinamento, devastazione della «sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba» (Cant, v. 9: FF 263). All’appello non si è presentata Lina Martelli, responsabile del gruppo parrocchiale della Milizia dell’Immacolata di Catanzaro Lido, richiamata urgentemente a Milano per dare l’ultimo addio a suo fratello. Ci avrebbe certamente ricordato la celebre frase che s. Massimiliano Kolbe, fondatore della Milizia dell’Immacolata, ha lasciato all’umanità di tutti i tempi: «Soltanto l’amore crea», tanto più se è connesso con Maria, «vertice dell’amore della creazione», perché in lei «avvenne il miracolo dell’unione di Dio con la creazione» (Scritti, Roma 1992, 721).

Una Serata ricca di suggestioni, impressioni, domande ed emozioni. Ad aprirla un video musicale: «Regina Coeli − C-Dur KV 276», di Wolfgang Amadeus Mozart, e l’ascolto del brano dell’enciclica Laudato si’ (n. 241), letto da Nunzio Familiari. E a chiuderla un altro video: «Alleluia – Lode cosmica», la foto di gruppo ed «aperitivo». Fiume di gratitudine e di applausi a due magnifici protagonisti, allo Staff della 5ª edizione del WikiCircolo e a tutti i soci del Circolo, sostenitori ed amici, pronti a collaborare e fieri di tenerlo in vita, con ardore, passione e gioia. Alla prossima edizione, a beneficio di tutti, vicini e lontani!

Piotr Anzulewicz OFMConv




Canto di gratitudine

«Exploit» di pubblico, venerdì 17 novembre 2017, al Circolo, per la 5ª Serata conviviale con «aperitivo» dal titolo «Gratitudine per i doni della creazione», la 104ª di seguito, ideata in concomitanza con la 67ª Giornata Nazionale del Ringraziamento e celebrata domenica scorsa, il 12 novembre, come «invito a guardare ai frutti della terra e all’intera realtà del mondo agricolo nel segno del rendimento di grazie», ma anche come «memoria viva ed efficace della rinnovata risposta degli agricoltori ai doni del Signore», e in preparazione alla 1ª Giornata Mondiale dei Poveri istituita al termine del Giubileo della Misericordia nella Lettera apostolica «Misericordia et misera» da Papa Francesco per stimolarci a «reagire alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro». Una Serata speciale, con il programma speciale, tra le due domeniche speciali, nel luogo speciale: Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», e nel giorno speciale: giorno di festa di s. Elisabetta, definita «Regina dei poveri» o «Madre Teresa del 1200», fedele discepola di frate Francesco, «testimone della genuina povertà».

Alla tavola rotonda sono intervenuti ospiti di eccezione: Beniamino Donnici, psichiatra e psicoterapeuta, già colonnello medico dell’Esercito e già assessore al Turismo e Beni Culturali della Regione Calabria e parlamentare europeo, autore del libro «7 giorni. Diario dall’Isola di S. Giulio in dialogo con Madre Cànopi» (Edizioni Paoline, 2016); Stefania Rhodio, coordinatrice regionale del Rinnovamento nello Spirito Santo; Mario Caccavari, perito chimico presso l’Istituto Tecnico Industriale «Guido Donegani» di Crotone, pensionato felice. La loro notorietà ha richiamato moltissimi intervenuti, che hanno preso d’assalto il Salone, che per le sue troppo piccole dimensioni ha reso impossibile la partecipazione di tutti. Gli interventi dei tre protagonisti sono stati seguiti con alto interesse. La platea più volte ha applaudito le loro narrazioni, esposizioni, suggestioni…

La foto di gruppo ha cristallizzato i presenti in una atmosfera gioiosa di ringraziamento, mentre il M° Luigi Cimino, in sostituzione di Ghenadi, ci ha fatto ascoltare, in sottofondo, dai video musicali, tre canti: «Lode al nome tuo» − il canto tratto dal CD «Grazie», «Stai con me» − il canto interpretato da Stefania Rhodio e Renato Cusimano nella trasmissione di don Francesco Cristofaro «Nella fede della Chiesa» su «Padre Pio TV», e il «Canto del mare» di mons. Marco Frisina.

La Serata si è conclusa con una piccola rinuncia alla solita pizza, visto che il Circolo ha voluto rimanere solidale con i poveri e in sintonia con la loro 1ª Giornata Mondiale. Il buffet comunque è stato offerto dalle signore affezionate al Circolo. Si è festeggiato anche l’onomastico di Elisabetta Guerrisi che ha voluto offrire dei pasticcini in onore della sua santa Protettrice, pur non potendo essere presente, perché è già rientrata nella sua Roma per impegni improcrastinabili.

A tutti un immenso grazie.

(tc/pa)




Usciremo alla gloria… e l’amore sarà pieno

Le ‘acrobazie’ del Circolo sono alla fine sempre premiate. Venerdì 10 novembre 2017, la 103ª Serata di seguito − 4ª cinematografica della 5ª edizione del CineCircolo − ha visto, come la precedente, un inatteso “ritocco” nel programma. La pellicola «Il superstite» di Paul Wright è stata felicemente sostituita con un’altra: L’attesa di Piero Messina, lasciando invariato comunque l’impianto generale del programma e il tema della conversazione: Lutto. Ospite d’eccezione, presente all’intera Serata, don Vincenzo Lopasso, professore e direttore dell’Istituto Teologico Calabro «S. Pio X», biblista di chiara fama, salutato a metà della proiezione anche dal gruppo parrocchiale del Rinnovamento nello Spirito con la responsabile Giulia Ariosto.

La Serata ha avuto inizio con un video musicale «Amazing Grace» («Grazia incredibile») di John Newton, su cui lapide nel cimitero di Londra sono incise, per sua volontà, le parole pronunciate poco prima di morire (1807): «John Newton, ecclesiastico, un tempo un infedele e un libertino, servo degli schiavisti in Africa, fu, per grazia del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, conservato, redento, perdonato e inviato a predicare quella fede che aveva cercato di distruggere».

Ha seguito dunque la proiezione del lungometraggio di Piero Messina, regista siciliano, classe ’81, allievo di Paolo Sorrentino, un altro che ha più fan tra gli spettatori che critici a favore. Un film con un vuoto, un buco, un assente in mezzo: il figlio morto della matrona fatto diventare il fidanzato “lontano” della ragazza francese, da rimpianto a desiderio. Il cinema di Messina, così acerbo, eppure così vivo e orgogliosamente borghese, si struttura attorno a questo vuoto, lo guarda e ne ha paura, lo costeggia e lo nasconde, ne sta alla larga. E mette continuamente in scena questa dinamica, i drappi di velluto sugli specchi, le finestre chiuse, la processione mascherata e ovviamente le bugie della protagonista. Accattivante la colonna sonora: pezzi originali del regista e pezzi celebri, come Missing di XX e Waiting for the Miracle di Leonard Cohen. Gli uomini sono sempre muti o di passaggio. Il mondo è delle Madonne e per il loro patire. A parere di Gianluca Arnone, giornalista e critico cinematografico, è «un film di donne e di fantasmi, di crepe e vertigini di cuore, e di manipolazioni, per schermare il dolore, truccare la vita. Ispirato a una novella pirandelliana e ambientato in una villa decadente nell’aspra campagna siciliana (Chiaramonte Gulfi), L’attesa ricorda un po’ il Godot di Samuel Beckett e molto L’avventura antononiana, dove la sparizione di Lea Massari era il motore del racconto e la stessa ingegneria poetica del film».

E’ ‘oscenamente’ bello, senza la bara e il carro funebre, ma con due donne, Anna e Jeanne, unite da un lutto da esorcizzare. Brava Juliette Binoche dal volto sofferente e magnetico, ma che sorpresa Lou de Laâge dal volto ingenuo e candido! Anna vive in una grande villa nella campagna siciliana, ancora allestita a lutto, quando riceve la telefonata di una ragazza Jeanne, ragazza del figlio Giuseppe, che l’ha invitata a passare qualche giorno da lui. Anna la invita volentieri, anche se il figlio non c’è. È come sparito, ma entrambe sono disposte ad aspettare il suo arrivo che forse non ci sarà mai. Ciò che gli altri sostengono debba scorgersi in filigrana, Messina lo fa traboccare, con un tripudio di effetti estetizzanti e continue sovrapposizioni di luci e suoni, in superficie, esteriorizzando i sentimenti e raccontando l’assenza con la sovrabbondanza stilistica, il vuoto con il pieno. «Questo film nasce da ricordi d’infanzia – confida il regista −, da una serie di suggestioni e soprattutto da una cosa che mi ha raccontato un amico, ovvero la storia un padre che, dopo la morte del figlio, aveva deciso di non parlarne tanto che a un certo punto anche chi gli era intorno faceva finta che quel fatto non fosse mai davvero accaduto». «È terribile – aggiunge – nei funerali vedere tante persone, anche bambini, che piangono verso un pezzo di legno. Così è anche possibile decidere di credere a una cosa che è al di là della realtà».

La verità della morte, nascosta ai più, dura e incomprensibile, ha ricevuto una luce. Gesù risorto ha svelato il suo mistero. Siamo immortali, nati per la vita duratura, perenne, eterna. Questo del resto spiega l’inaudita sproporzione tra il nostro desiderio di felicità e ciò che riusciamo ad ottenere in questa vita. Siamo immortali nel momento del nostro concepimento, e questa vita ci è data per scoprire la nostra autentica dignità, la misura della grandezza della nostra chiamata, il nostro destino immortale. Il cimitero allora non contiene il loculo del destino ultimo del singolo uomo. Non è una buca nera del nulla e, conseguentemente, la storia non è la “fossa comune” dell’intera famiglia umana. Questa è la nostra granitica fede: la nostra tomba, per la potenza della risurrezione di Cristo, diventerà una culla, da cui usciremo alla gloria. Per la sua risurrezione, «una parola prima quasi impronunciabile e poi grido da irradiare dai tetti del mondo», come ha detto il 3 novembre 2014 Papa Francesco, durante la Messa presieduta nella basilica di S. Pietro, in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell’anno. La risurrezione: in Cristo questo mistero così grande, decisivo, sovrumano «non solo si rivela pienamente, ma si attua, avviene, diventa per la prima volta e definitivamente realtà». In quell’istante zero la fede cristiana conquista la sua unicità. Egli è risorto, anzi, egli è la risurrezione. Per il cristiano allora il problema è quello di guardare in faccia la morte, di non mutarle nome, di vigilare perché non si taccia su di essa, ma anche di impedire che si enfatizzi fino a ritenerla la forma unica e ultima della realtà. La morte, «sora nostra morte corporale» (Cantico delle creature, v. 12: FF 263), va vista come passaggio verso un’altra dimensione di questa stessa vita, verso la pienezza che Dio desidera darci: l’amore sarà pieno e totale.

Dopo le comunicazioni relative al Circolo e l’annuncio del prossimo evento, è risuonato quindi il gioioso «Hallelujah», cantato da Artem, Julia, Marsel e Xenia, fantastici bambini russi.

Una Serata triste, ma al contempo lieta, ricca di contenuti, vivace e stimolante per noi e per il pubblico. Alla prossima. L’appuntamento è a venerdì 17 novembre, con la Serata conviviale dal titolo: «Gratitudine per i doni della creazione».

 

pa/tc

 




Sognare, aspirare, francescanizzare…

Frate Francesco d’Assisi, messaggero di pace, di concordia e di fratellanza, è fulcro del nostro Circolo, fin dall’inizio. Siamo fieri di averlo come archetipo, modello di umanità, grande fratello universale. Ognuno di noi porta nel proprio intimo qualcosa o molto dei suoi sogni. Per questo ci sembrano così familiari e così nostri, a volte lontani e a volte vicini, ma sempre suggestivi, provocatori, inquietanti. Sogni credibili e affidabili, per la ristrutturazione del mondo, sulla base di principi buoni, giusti, positivi ed inclusivi. Non ci resta altro che andare fino in fondo: francescanizzare il nostro tessuto vitale, il nostro ambiente, la nostra collettività.

A questo ci hanno spronato la pellicola «Il sogno di Francesco» di Renaud Fely e Arnaud Louvet e la conversazione sulla povertà/spogliazione/svuotamento/espropriazione di sé, con cui venerdì 29 settembre scorso abbiamo inaugurato la 5ª edizione del CineCircolo, tinta ancora di verde, dal motto: «‘Sorella’ e ‘madre’ Terra per immagini di speranza». E siamo felici di sapere che ci ha seguito anche il «Cineforum Seraphicum» della Pontificia Facoltà Teologica «S. Bonaventura», dando l’avvio il 14 ottobre, con la stessa pellicola, alla stagione cinematografica 2017-2018. Un film bello, stimolante, allettante. Una festa per gli occhi e per la mente.

«I due registi francesi − scrisse Massimo Giraldi − offrono nel loro svolgimento una nuova occasione di riflessione sulla figura religiosa di Francesco, ponendo l’attenzione sulla dialettica incontro/scontro con il confratello Elia. A prevalere è un approccio rivolto a mettere in luce il carisma spirituale dell’Assisiate e le resistenze di alcuni confratelli. In questa prospettiva va detto che, sotto il profilo narrativo, il film si prende qualche libertà, tra queste una soprattutto significativa: succede quando Elia, rimasto solo a decidere se e quali modifiche apportare alla Regola, in un momento di particolare sconforto tenta il suicidio, che non va a buon fine, ma l’episodio, del tutto inventato, ha il sapore della forzatura. Alla fine questa versione della vita di Francesco all’inizio del terzo millennio mantiene caratteristiche di ascetismo e sobrietà: un uomo che ama la povertà e i poveri come un una ricchezza e un dono del cielo. La gestualità e la parola del Santo si muovono in una dimensione umile del tutto lontana da facili stereotipi e da una prevedibile agiografia».

Film ’moderno’, dunque, con tutti i pregi e i limiti della definizione, al centro del quale si pone, comunque, il Poverello, che con gioia e autenticità manifesta un’attenzione particolare verso il creato e verso ciò che è debole, abbandonato e scartato. Intimamente unito a ciò che esiste, vive in una «meravigliosa armonia con Dio, con la natura, con se stesso e con gli altri» (Laudato si’, n. 11). Di più, è un compendio che trascina con sé l’eco di tutti gli ultimi: migranti, rom, palestinesi, precari, disoccupati, cassaintegrati, cervelli in fuga, senzatetto… Per lui povertà e austerità non sono «un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (ivi).

A noi sognare come lui, volare in alto e con passione francescanizzare ciò che è attorno a noi. Il compito è immenso, ma possibile.

Piotr Anzulewicz OFMConv