Canto di gratitudine

«Exploit» di pubblico, venerdì 17 novembre 2017, al Circolo, per la 5ª Serata conviviale con «aperitivo» dal titolo «Gratitudine per i doni della creazione», la 104ª di seguito, ideata in concomitanza con la 67ª Giornata Nazionale del Ringraziamento e celebrata domenica scorsa, il 12 novembre, come «invito a guardare ai frutti della terra e all’intera realtà del mondo agricolo nel segno del rendimento di grazie», ma anche come «memoria viva ed efficace della rinnovata risposta degli agricoltori ai doni del Signore», e in preparazione alla 1ª Giornata Mondiale dei Poveri istituita al termine del Giubileo della Misericordia nella Lettera apostolica «Misericordia et misera» da Papa Francesco per stimolarci a «reagire alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro». Una Serata speciale, con il programma speciale, tra le due domeniche speciali, nel luogo speciale: Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», e nel giorno speciale: giorno di festa di s. Elisabetta, definita «Regina dei poveri» o «Madre Teresa del 1200», fedele discepola di frate Francesco, «testimone della genuina povertà».

Alla tavola rotonda sono intervenuti ospiti di eccezione: Beniamino Donnici, psichiatra e psicoterapeuta, già colonnello medico dell’Esercito e già assessore al Turismo e Beni Culturali della Regione Calabria e parlamentare europeo, autore del libro «7 giorni. Diario dall’Isola di S. Giulio in dialogo con Madre Cànopi» (Edizioni Paoline, 2016); Stefania Rhodio, coordinatrice regionale del Rinnovamento nello Spirito Santo; Mario Caccavari, perito chimico presso l’Istituto Tecnico Industriale «Guido Donegani» di Crotone, pensionato felice. La loro notorietà ha richiamato moltissimi intervenuti, che hanno preso d’assalto il Salone, che per le sue troppo piccole dimensioni ha reso impossibile la partecipazione di tutti. Gli interventi dei tre protagonisti sono stati seguiti con alto interesse. La platea più volte ha applaudito le loro narrazioni, esposizioni, suggestioni…

La foto di gruppo ha cristallizzato i presenti in una atmosfera gioiosa di ringraziamento, mentre il M° Luigi Cimino, in sostituzione di Ghenadi, ci ha fatto ascoltare, in sottofondo, dai video musicali, tre canti: «Lode al nome tuo» − il canto tratto dal CD «Grazie», «Stai con me» − il canto interpretato da Stefania Rhodio e Renato Cusimano nella trasmissione di don Francesco Cristofaro «Nella fede della Chiesa» su «Padre Pio TV», e il «Canto del mare» di mons. Marco Frisina.

La Serata si è conclusa con una piccola rinuncia alla solita pizza, visto che il Circolo ha voluto rimanere solidale con i poveri e in sintonia con la loro 1ª Giornata Mondiale. Il buffet comunque è stato offerto dalle signore affezionate al Circolo. Si è festeggiato anche l’onomastico di Elisabetta Guerrisi che ha voluto offrire dei pasticcini in onore della sua santa Protettrice, pur non potendo essere presente, perché è già rientrata nella sua Roma per impegni improcrastinabili.

A tutti un immenso grazie.

(tc/pa)




Usciremo alla gloria… e l’amore sarà pieno

Le ‘acrobazie’ del Circolo sono alla fine sempre premiate. Venerdì 10 novembre 2017, la 103ª Serata di seguito − 4ª cinematografica della 5ª edizione del CineCircolo − ha visto, come la precedente, un inatteso “ritocco” nel programma. La pellicola «Il superstite» di Paul Wright è stata felicemente sostituita con un’altra: L’attesa di Piero Messina, lasciando invariato comunque l’impianto generale del programma e il tema della conversazione: Lutto. Ospite d’eccezione, presente all’intera Serata, don Vincenzo Lopasso, professore e direttore dell’Istituto Teologico Calabro «S. Pio X», biblista di chiara fama, salutato a metà della proiezione anche dal gruppo parrocchiale del Rinnovamento nello Spirito con la responsabile Giulia Ariosto.

La Serata ha avuto inizio con un video musicale «Amazing Grace» («Grazia incredibile») di John Newton, su cui lapide nel cimitero di Londra sono incise, per sua volontà, le parole pronunciate poco prima di morire (1807): «John Newton, ecclesiastico, un tempo un infedele e un libertino, servo degli schiavisti in Africa, fu, per grazia del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, conservato, redento, perdonato e inviato a predicare quella fede che aveva cercato di distruggere».

Ha seguito dunque la proiezione del lungometraggio di Piero Messina, regista siciliano, classe ’81, allievo di Paolo Sorrentino, un altro che ha più fan tra gli spettatori che critici a favore. Un film con un vuoto, un buco, un assente in mezzo: il figlio morto della matrona fatto diventare il fidanzato “lontano” della ragazza francese, da rimpianto a desiderio. Il cinema di Messina, così acerbo, eppure così vivo e orgogliosamente borghese, si struttura attorno a questo vuoto, lo guarda e ne ha paura, lo costeggia e lo nasconde, ne sta alla larga. E mette continuamente in scena questa dinamica, i drappi di velluto sugli specchi, le finestre chiuse, la processione mascherata e ovviamente le bugie della protagonista. Accattivante la colonna sonora: pezzi originali del regista e pezzi celebri, come Missing di XX e Waiting for the Miracle di Leonard Cohen. Gli uomini sono sempre muti o di passaggio. Il mondo è delle Madonne e per il loro patire. A parere di Gianluca Arnone, giornalista e critico cinematografico, è «un film di donne e di fantasmi, di crepe e vertigini di cuore, e di manipolazioni, per schermare il dolore, truccare la vita. Ispirato a una novella pirandelliana e ambientato in una villa decadente nell’aspra campagna siciliana (Chiaramonte Gulfi), L’attesa ricorda un po’ il Godot di Samuel Beckett e molto L’avventura antononiana, dove la sparizione di Lea Massari era il motore del racconto e la stessa ingegneria poetica del film».

E’ ‘oscenamente’ bello, senza la bara e il carro funebre, ma con due donne, Anna e Jeanne, unite da un lutto da esorcizzare. Brava Juliette Binoche dal volto sofferente e magnetico, ma che sorpresa Lou de Laâge dal volto ingenuo e candido! Anna vive in una grande villa nella campagna siciliana, ancora allestita a lutto, quando riceve la telefonata di una ragazza Jeanne, ragazza del figlio Giuseppe, che l’ha invitata a passare qualche giorno da lui. Anna la invita volentieri, anche se il figlio non c’è. È come sparito, ma entrambe sono disposte ad aspettare il suo arrivo che forse non ci sarà mai. Ciò che gli altri sostengono debba scorgersi in filigrana, Messina lo fa traboccare, con un tripudio di effetti estetizzanti e continue sovrapposizioni di luci e suoni, in superficie, esteriorizzando i sentimenti e raccontando l’assenza con la sovrabbondanza stilistica, il vuoto con il pieno. «Questo film nasce da ricordi d’infanzia – confida il regista −, da una serie di suggestioni e soprattutto da una cosa che mi ha raccontato un amico, ovvero la storia un padre che, dopo la morte del figlio, aveva deciso di non parlarne tanto che a un certo punto anche chi gli era intorno faceva finta che quel fatto non fosse mai davvero accaduto». «È terribile – aggiunge – nei funerali vedere tante persone, anche bambini, che piangono verso un pezzo di legno. Così è anche possibile decidere di credere a una cosa che è al di là della realtà».

La verità della morte, nascosta ai più, dura e incomprensibile, ha ricevuto una luce. Gesù risorto ha svelato il suo mistero. Siamo immortali, nati per la vita duratura, perenne, eterna. Questo del resto spiega l’inaudita sproporzione tra il nostro desiderio di felicità e ciò che riusciamo ad ottenere in questa vita. Siamo immortali nel momento del nostro concepimento, e questa vita ci è data per scoprire la nostra autentica dignità, la misura della grandezza della nostra chiamata, il nostro destino immortale. Il cimitero allora non contiene il loculo del destino ultimo del singolo uomo. Non è una buca nera del nulla e, conseguentemente, la storia non è la “fossa comune” dell’intera famiglia umana. Questa è la nostra granitica fede: la nostra tomba, per la potenza della risurrezione di Cristo, diventerà una culla, da cui usciremo alla gloria. Per la sua risurrezione, «una parola prima quasi impronunciabile e poi grido da irradiare dai tetti del mondo», come ha detto il 3 novembre 2014 Papa Francesco, durante la Messa presieduta nella basilica di S. Pietro, in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell’anno. La risurrezione: in Cristo questo mistero così grande, decisivo, sovrumano «non solo si rivela pienamente, ma si attua, avviene, diventa per la prima volta e definitivamente realtà». In quell’istante zero la fede cristiana conquista la sua unicità. Egli è risorto, anzi, egli è la risurrezione. Per il cristiano allora il problema è quello di guardare in faccia la morte, di non mutarle nome, di vigilare perché non si taccia su di essa, ma anche di impedire che si enfatizzi fino a ritenerla la forma unica e ultima della realtà. La morte, «sora nostra morte corporale» (Cantico delle creature, v. 12: FF 263), va vista come passaggio verso un’altra dimensione di questa stessa vita, verso la pienezza che Dio desidera darci: l’amore sarà pieno e totale.

Dopo le comunicazioni relative al Circolo e l’annuncio del prossimo evento, è risuonato quindi il gioioso «Hallelujah», cantato da Artem, Julia, Marsel e Xenia, fantastici bambini russi.

Una Serata triste, ma al contempo lieta, ricca di contenuti, vivace e stimolante per noi e per il pubblico. Alla prossima. L’appuntamento è a venerdì 17 novembre, con la Serata conviviale dal titolo: «Gratitudine per i doni della creazione».

 

pa/tc

 




Sognare, aspirare, francescanizzare…

Frate Francesco d’Assisi, messaggero di pace, di concordia e di fratellanza, è fulcro del nostro Circolo, fin dall’inizio. Siamo fieri di averlo come archetipo, modello di umanità, grande fratello universale. Ognuno di noi porta nel proprio intimo qualcosa o molto dei suoi sogni. Per questo ci sembrano così familiari e così nostri, a volte lontani e a volte vicini, ma sempre suggestivi, provocatori, inquietanti. Sogni credibili e affidabili, per la ristrutturazione del mondo, sulla base di principi buoni, giusti, positivi ed inclusivi. Non ci resta altro che andare fino in fondo: francescanizzare il nostro tessuto vitale, il nostro ambiente, la nostra collettività.

A questo ci hanno spronato la pellicola «Il sogno di Francesco» di Renaud Fely e Arnaud Louvet e la conversazione sulla povertà/spogliazione/svuotamento/espropriazione di sé, con cui venerdì 29 settembre scorso abbiamo inaugurato la 5ª edizione del CineCircolo, tinta ancora di verde, dal motto: «‘Sorella’ e ‘madre’ Terra per immagini di speranza». E siamo felici di sapere che ci ha seguito anche il «Cineforum Seraphicum» della Pontificia Facoltà Teologica «S. Bonaventura», dando l’avvio il 14 ottobre, con la stessa pellicola, alla stagione cinematografica 2017-2018. Un film bello, stimolante, allettante. Una festa per gli occhi e per la mente.

«I due registi francesi − scrisse Massimo Giraldi − offrono nel loro svolgimento una nuova occasione di riflessione sulla figura religiosa di Francesco, ponendo l’attenzione sulla dialettica incontro/scontro con il confratello Elia. A prevalere è un approccio rivolto a mettere in luce il carisma spirituale dell’Assisiate e le resistenze di alcuni confratelli. In questa prospettiva va detto che, sotto il profilo narrativo, il film si prende qualche libertà, tra queste una soprattutto significativa: succede quando Elia, rimasto solo a decidere se e quali modifiche apportare alla Regola, in un momento di particolare sconforto tenta il suicidio, che non va a buon fine, ma l’episodio, del tutto inventato, ha il sapore della forzatura. Alla fine questa versione della vita di Francesco all’inizio del terzo millennio mantiene caratteristiche di ascetismo e sobrietà: un uomo che ama la povertà e i poveri come un una ricchezza e un dono del cielo. La gestualità e la parola del Santo si muovono in una dimensione umile del tutto lontana da facili stereotipi e da una prevedibile agiografia».

Film ’moderno’, dunque, con tutti i pregi e i limiti della definizione, al centro del quale si pone, comunque, il Poverello, che con gioia e autenticità manifesta un’attenzione particolare verso il creato e verso ciò che è debole, abbandonato e scartato. Intimamente unito a ciò che esiste, vive in una «meravigliosa armonia con Dio, con la natura, con se stesso e con gli altri» (Laudato si’, n. 11). Di più, è un compendio che trascina con sé l’eco di tutti gli ultimi: migranti, rom, palestinesi, precari, disoccupati, cassaintegrati, cervelli in fuga, senzatetto… Per lui povertà e austerità non sono «un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (ivi).

A noi sognare come lui, volare in alto e con passione francescanizzare ciò che è attorno a noi. Il compito è immenso, ma possibile.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Famiglia, custodisci il creato con tenerezza e gratitudine!

L’ultima Serata ci deve ancora arrivare. Venerdì 9 giugno si è tenuta la penultima, quella conviviale a tema, ideata nell’ambito della 4ª edizione del WikiCircolo, il cui filo conduttore è: «L’uomo e sua ‘sorella’ Terra», l’edizione ispirata all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco − la 92ª di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014. Una Serata stimolante. «Laudato si’: l’’ecologia integrale’ − educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente» era il suo titolo che suggeriva come andava a finire, secondo il programma, pubblicato previamente sul Sito Web e su Facebook del Circolo e presentato dalla dott.ssa Teresa Cona, segretaria dell’Associazione. Ne è rimasta una sentita traccia nei cuori degli astanti.

Il video musicale d’apertura sulla natura calabrese, creato da Vitali Frontera, con le straordinarie foto paesaggistiche di Maria Luisa Mauro e il Cantico delle creature eseguito dal cantautore Angelo Branduardi, ha colpito l’immaginazione dei presenti che si è espressa spontaneamente con un vivo applauso, metafora di un abbraccio a tutti e tre, e al Creatore, in quanto causa prima del creato e della vita: «A Te solo buon Signore / Si confanno gloria e onore / A Te ogni laude et benedizione / A Te solo si confanno / Che l’altissimo Tu sei / E null’omo degno / Te mentovare / Si laudato mio Signore / Con le Tue creature».

E’ seguita la lettura di un brano dell’enciclica Laudato si’ (n. 211), relativo al tema della Serata, con la base musicale in sottofondo tratta dal CD «Fratello Francesco», e di alcuni passaggi del libro di Leonida Rèpaci, Calabria grande e amara (Rubbettino Editore, 2002).

La bellezza della natura calabrese, da custodire con cura e da rispettare con gratitudine, è stata abilmente messa in risalto dall’avv. Peppino Frontera, tutore/curatore principale delle Serate conviviali a tema,

A monte di tutto galleggiava il tema centrale, con una forte connotazione educativa, quella che favorisce la crescita di una cultura e di una civiltà attenta all’ambiente e capace di custodirlo con tenerezza e saggezza. Si è detto che, alla luce del magistero della Chiesa e della Laudato si’, a motivare l’impegno per il creato è pur sempre la passione verso l’uomo e la ricerca della solidarietà ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune. Il credente guarda alla natura con riconoscenza e gratitudine verso il Creatore e per questo non la considera un tabù intoccabile o tanto meno ne abusa con spregiudicatezza: il creato è suo dono, perché in esso l’uomo, ogni uomo, tutto l’uomo, si sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le sue componenti: uomini, animali, piante… «La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata come ambiente di vita. Ci parla del Creatore (cfr. Rm 1,20) e del suo amore per l’umanità. È destinata ad essere “ricapitolata” in Cristo alla fine dei tempi (cfr. Ef 1,9-10; Col 1,19-20). Anch’essa, quindi, è una “vocazione”. La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso”, bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (Gen 2,15)» (Caritas in veritate, n. 48).

Oggi, purtroppo, constatiamo che l’uomo moderno ha tradito la sua missione, quella di esserne attento, fedele e intelligente custode. Uscito dall’Eden, da quel giardino in cui Dio lo aveva posto, si è sentito lui, e lui solo, il padrone della propria vita e del mondo, «provocando la ribellione della natura, tiranneggiata piuttosto che governata da lui», come ha scritto Giovanni Paolo II nella Lettera-enciclica Centesimus annus. Abbandonandosi ad un faustiano godimento del presente − è il «tutto oggi per me e per nessun altro» − e ad una ossessiva e sfrenata ricerca del consumo immediato, ha causato squilibri dalle conseguenze drammatiche. Papa Francesco non manca di far notare: «Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale, ma non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città costituisce una tragedia… Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti» (Udienza generale, 5 giugno 2013).

Oltre al creato che «geme e soffre» (Rm 8,22), «tiranneggiato piuttosto che governato», è la stessa famiglia umana a soffrire, per la fame, la desertificazione, i cambiamenti climatici, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, e teme per il suo futuro. «Il progetto ideologico consumista − afferma mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia − mercifica tutto, uomini e natura, rovina le reti ecologiche e le reti sociali, si fonda sull’egoismo, l’avidità, la competizione, la sopraffazione, dimenticando la gratuità, la reciprocità, la cooperazione. Così cessiamo di pensarci come famiglia. Il mercato ci vuole individui consumatori e la famiglia luogo di consumo prima che di amore e socialità. Il mercato − basti pensare alla pubblicità dei prodotti di consumo − si riempie la bocca della parola “famiglia”, ma ne svuota il senso facendo emergere il consumismo individuale. Lo stereotipo di famiglia del consumismo è solo un “io formalmente allargato”, non è mai un “noi”. E’ l’opposto della famiglia, in particolare della famiglia cristiana, che trova il suo valore in un amore che spinge a superare continuamente se stessi per allargare sempre più il “noi” sino ai poveri» (AA.VV, Famiglia custodisci il creato! A cura di Gianfranco Grieco OFMConv, Città del Vaticano 2015, p. 20).

Il sistema economico consumista, per diffondere i propri valori edonistici, sfrutta la famiglia piegandola ai suoi scopi e degradandola a modello di una visione mercantilistica della vita e della realtà. Dalla nascita di un figlio alla scuola, all’alimentazione, al vestire, al matrimonio, e così oltre, a tutto, c’è già il mercato che ci pensa. Alle persone non resta che lasciarsi docilmente guidare e condurre per mano nella piazza del consumo, il centro commerciale, dove ogni desiderio verrà soddisfatto, come in un moderno paese dei balocchi. L’umanità e la natura appaiono allora concetti astratti e lontani. Ogni festa è snaturata dalla sua mercificazione. Il Natale diviene la fiera del consumo e la frenetica ricerca del regalo giusto, dell’ultimo modello di smartphone. La domenica diviene il giorno ideale per lo shopping, e così ogni festa religiosa o laica. Il calendario è scandito dal consumo. Di più, non c’è più alcuna distinzione fra l’utile e l’inutile, perché tutto è funzionale al conseguimento dell’obiettivo del mercato, che non è certo la felicità vera, ma la produzione e il consumo. Non è un caso che non viene utilizzato il verbo “usare“, ma “consumare“, in quanto l’uso non comporta necessariamente la distruzione di ciò che si usa, mentre il consumo implica la rapida trasformazione di risorse naturali in beni e dei beni in rifiuti. Così stiamo consumando il creato, per soddisfare capricci dei ricchi e far vivere i poveri nell’illusione che un giorno potranno fare altrettanto.

Se i credenti di ogni religione e i non credenti non si renderanno consapevoli che alla base della distruzione del creato c’è un errore antropologico, non si salverà né l’uomo né il creato. Se prevarrà la cultura dell’utilitarismo che relega l’uomo a mero strumento di consumo, di produzione e di profitto, avrà la meglio la “cultura dello scarto“, come l’ha definita Papa Francesco: si cominceranno a “scartare” gli anziani, i disabili, i deboli e i poveri, perché consumano poco e non “producono”, ma richiedono tempo e cure.

Il Circolo, promuovendo la cultura dell’incontro, dell’accoglienza e della solidarietà, rilancia dunque il suo impegno di custodire il creato e di contrastare la cultura dello scarto e dello spreco. Disprezzare il creato è disprezzare il dono più grande: la vita. Non c’è vita per l’uomo senza l’armonia di tutti gli esseri viventi, nella straordinaria biodiversità prodotta dal processo creativo, in cui siamo coinvolti noi stessi. Non possiamo quindi non rivolgerci alla meravigliosa avventura della vita con tenerezza amorevole. Il luogo privilegiato di tale tenerezza è proprio la famiglia. I genitori devono trasmettere ai figli il valore della sobrietà, della frugalità e della “sufficienza”, imprimere nel loro cuore lo stile di vita rispettoso del creato ed attento al prossimo, orientare le loro menti alla ricerca della felicità duratura, non effimera, superficiale, caduca, fugace. Il creato è di tutti e nessuno può appropriarsene né manipolarlo. Lì risiede il semplice principio di rispetto, di giustizia e di difesa. Per questo un’etica del consumo e dell’utilità deve lasciare il passo a un’etica della gratuità, della solidarietà, della responsabilità.

Il creato è armonia e la relazione tra l’uomo e il creato deve essere armonica! Ce lo ricorda frate Francesco d’Assisi. Nella “sua” Lettera ai difensori dell’ambiente propone qualcosa di previo e di fondamentale: creare nei cittadini una coscienza di custodia onerosa, un’attenzione speciale e una conversione alla natura. «Una delle sensazioni più profonde, gioiose e gratificanti − afferma l’Assisiate − è poter stare in mezzo alla natura scoprendo le meraviglie che ci circondano e godendo di esse. […] Sì, siamo nati per vedere, guardare e ammirare. E’ meraviglioso contemplare l’universo che canta e fa risuonare la sua voce. Voce non umana, ma di pianeti e di stelle che girano. Che festa per gli occhi è la natura! Che bello ciò che i nostri occhi possono vedere! Com’è gradevole ciò che i nostri orecchi possono ascoltare! […] Di fronte al grandioso spettacolo dell’universo ci deve cogliere lo stupore e l’ammirazione e per questo ringraziare il Creatore e legarci in fraternità con tutti gli esseri che ci circondano […], proclamare la grande fraternità universale di tutti gli esseri naturali e degli ecosistemi e porre le condizioni di possibilità per raggiungere il meraviglioso gemellaggio umano e cosmico» (José Antonio Merino, Lettere di Francesco d’Assisi dal suo esilio, Padova 2017, pp. 64-70).

La Serata si è conclusa con la comune recita della Preghiera per la nostra Terra (Laudato si’, n. 246) e si è sciolta in serenità, con l’appello: «Famiglia, riscopri la tua vocazione a “custodire” il creato per essere a sua volta custodita!», presso il tavolo della pizza offerta dallo Staff del Circolo. Alla prossima!

Piotr Anzulewicz OFMConv




Alla «Via crucis» vivente a Cropani

Sabato sera 8 aprile siamo stati a Cropani, scrigno di storia, arte, cultura e bellezza. Il motivo? La Pasqua è «ante portas» e la Parrocchia di S. Maria Assunta, guidata dai frati minori cappuccini (Francesco Critelli, Francesco Mazzeo e Amedeo Gareri), ha esposto l’«Opera sacra», cioè la rappresentazione che rievoca la passione, morte e risurrezione di Cristo. Con più di sessanta attori “pescati” tra le fila di tutte le realtà presenti nella sua comunità, l’ha portata in scena sulla scalinata del duomo romanico e attraverso vari vicoli e piazze del borgo medievale, in un tempo meteorologico freddo, ma in un clima caldo degli spettatori che in religioso silenzio hanno rivissuto il crudele supplizio inferto al Nazareno. Più di cinque mesi di preparazione, curata nei minimi particolari, su un copione di un ingegnoso drammaturgo del 1600 diretto dai registi Gregorio Saia e Francesco Murfone. Molto suggestivi i costumi cuciti con passione per l’occasione dalla sarta Maria Funaro.

Tante sono state le scene forti nella rappresentazione: dalla messa in accusa di Cristo da parte dei sommi sacerdoti dell’ebraismo, Anania e Caifa, al commovente incontro tra Madre e Figlio sottolineato da un assordante silenzio carico di emozione e alla disperazione di Giuda inseguito dagli angeli di speranza, di perdono, di pentimento e di fede. Un appuntamento unico, ricco di emozioni e colpi di scena che ci hanno fatto riflettere sui temi principali della fede cristiana.

La rappresentazione è stata allietata dalle musiche selezionate dal prof. Mario Capellupo e dalla banda musicale «Giuseppe Cimino» diretta dal M° Luigi Cimino, membro del Consiglio direttivo del nostro Circolo, che ha reso preziosi i singoli momenti della rappresentazione.

Un sentito grazie agli attori che, seppure dilettanti, hanno egregiamente svolto i ruoli loro assegnati. Complimenti a loro e a tutti coloro che hanno reso possibile la serata di grande arte e bellezza. La «Via crucis», vista dal vivo, sconvolge ancora gli animi e li trascina ad immedesimarsi nell’atroce dolore che ha segnato gli ultimi momenti della vita del Cristo. E’ vero che ogni cristiano deve portare la propria croce, ma il suo ruolo non finisce qui. Egli è chiamato a un compito dalla portata storica senza precedenti: schiodare tutti coloro che vi sono appesi, «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi» (Is 58,6).

tc/pa

 




Il «sì» alla solidarietà universale e il «no» al consumo sfrenato

Un’atmosfera splendida, fatta di semplicità e di armonia, quella che regnava venerdì 31 marzo, durante l’84ª Serata focalizzata sul tema: «Laudato si’: il “no” all’ideologia del consumo e il “sì” alla cultura della sobrietà e della condivisione», la 6ª Serata conviviale con aperitivo ideata nell’ambito della 4ª edizione del WikiCircolo con il filo conduttore: «L’uomo e sua ‘sorella’ Terra», e promossa dal Circolo, luogo da “abitare” ed amare… La Serata si è svolta secondo l’ordine del giorno, pubblicato in anticipo su questo Portale  e presentato dalla dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo.

Il tema è stato introdotto da un video Laudato si’, tripudio alla natura e alle sue bellezze, con l’intento di considerarla come casa comune a cui si devono cura e manutenzione, rispetto e considerazione. E’ seguito l’ascolto di alcuni brani dell’enciclica, letti dall’insegnante Sebastiana Piccione, tutti imperniati sul pericolo che l’umanità corre sprecando le risorse nel consumismo, sullo scarso valore che si dà ai beni della terra, sull’educazione alla sobrietà e alla condivisione con i poveri che ormai nel mondo raggiungono un numero impressionante.

Piotr Anzulewicz OFMConv, nel suo intervento: «Alla scoperta della Laudato si’», ci ha ricordato che l’enciclica ha avuto un incredibile impatto nel mondo non ecclesiale. L’ha commentata anche Antonello Rispoli, responsabile nazionale Garanzia Giovani per Confcooperative Calabria. Ha curato lo «start-up» di programmi di microcredito nelle regioni del Sud Italia e la predisposizione di strumenti finanziari in grado di favorire l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili. Docente di programmi di formazione, è impegnato a rileggere anche in termini politici la vita sociale, prestando attenzione ai “beni comuni” (al plurale). Secondo lui, l’enciclica, scritta in modo semplice e diretto, tocca il cuore e le corde dell’anima, con l’analisi sui danni, che l’uomo ha fatto alla terra ed ai suoi abitanti, perseverando in un modello di sviluppo economico che ha rallentato il vero progresso e ha portato all’inquinamento, alla perdita della biodiversità, al degrado sociale, alla questione dell’acqua, al deterioramento della qualità della vita umana, al diffondersi della violenza.

Al tempo stesso l’enciclica rappresenta uno straordinario messaggio di rinnovata fiducia nei confronti del genere umano. Vi si respira la voglia di credere nel lato migliore dell’essere umano, di ridare significato ad uno stile di vita che ne ha sempre meno, attraverso la volontà di ricercare quello spiraglio di fede che può illuminare i nostri lati oscuri. «Fede − affermava Dante Alighieri († 1321) − è sostanza di cose sperate». Il suo contenuto ci conduce ad alimentare una ricerca spirituale dalla quale non possiamo più prescindere se vogliamo recuperare il senso della nostra permanenza su questa terra. Si discute tanto sull’opportunità di censurare il male e si riflette poco sul fatto che da anni stiamo censurando il bene e svendendo i nostri valori, perché il fatto stesso di averli e di coltivarli ci fa sentire come Don Chisciotte, nel suo frustrante combattimento contro i mulini a vento. Oscar Wilde († 1900), scrittore, poeta, drammaturgo, giornalista e saggista irlandese, scriveva che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla. Noi, ad esempio, conosciamo il prezzo dei prodotti che acquistiamo, ma non ne riconosciamo il valore. Se così fosse, non sprecheremmo 1 300 000 000 tonnellate di cibo all’anno. E’ l’equivalente di 8 600 navi da crociera! Un dato ancora più impressionante se pensiamo che un miliardo e mezzo di persone soffrono di denutrizione. In questo senso diremmo che il contenuto del nostro carrello è una piccola appendice della nostra coscienza.

C’è urgente bisogno di una nuova solidarietà universale, come via di soluzione alla crisi ambientale e sociale. Ne parla Papa Francesco quando afferma che «ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo», e propone «alcune linee di maturazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana» (Laudato si’, n. 15). Il futuro viene, ancora una volta, rimesso nelle nostre mani.

L’avv. Peppino Frontera ha evidenziato, con fatti ed esempi, in quanti modi ormai lo spreco e il consumismo sfrenato hanno invaso la realtà in cui viviamo. Il M° Luigi Cimino invece ci ha deliziato sul valore educativo della musica che si attua quando tra educatore ed educando si instaura un rapporto di empatia. Essa comprende capacità d’ascolto e di liberazione da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui.

Non pochi sono stati gli interventi degli astanti che con grande interesse e compostezza hanno condiviso esperienze, conoscenze ed emozioni, tutte mirate ad imparare e migliorare il nostro ambiente socio-ambientale. La Serata, attraverso la loro voce, con forza ha ribadito il «no» all’ideologia del consumo ossessivo e il «sì» alla cultura della sobrietà e della solidarietà. «Dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue» (Laudato si’, n. 203).

E’ davvero auspicabile una società più attenta all’essenza dell’umano. Frate Francesco d’Assisi, «mistico e pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso» (n. 10), ci è l’esempio per eccellenza. Egli «si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo s. Bonaventura narrava che lui, “considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella”. Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea» (n. 11).

La Serata ha avuto anche un momento affabile, nel festeggiare il compleanno della sig.ra Pina Lista, sempre presente, insieme a suo marito Leonardo, ad ogni evento del Circolo: affettuosi auguri a lei da tutti noi e a presto, all’85ª Serata.

sp/tc/pa




L’«inutilità» del silenzio?

Sono stati in tanti coloro che venerdì 24 marzo hanno colto al volo l’occasione per riflettere sul valore del silenzio, del distacco dal mondo, della preghiera, del lavoro. Quest’occasione è stata offerta dalla 6ª Serata cinematografica, con la proiezione del film «Il grande silenzio» di Philip Gröning, ideata all’interno della 4ª edizione del CineCircolo, il cui leitmotiv è: «’Sorella’ Terra per immagini», l’edizione ispirata all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta a tutti, l’83ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali. Ricco è stato il suo programma, pubblicato in anticipo − insieme alle recensioni e all’intervista al regista e sceneggiatore tedesco, autore di tre lungometraggi di fiction (Sommer del 1986, Die Terroristen! del 1993, L’amour, l’argent, l’amour del 2001 − su questo Sito Web, nella sezione «Prossimi Eventi», e presentato al pubblico, come d’abitudine, dalla dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo e curatrice principale dell’edizione:

  1. Ascolto dei brani dell’enciclica Laudato si’ (n. 235-237) [Audio-libro realizzato nel 2016 dall’editore Luca Sossella ed accompagnato da una guida alla lettura e all’ascolto del testo, scritta da Antonio Spadaro SJ, direttore diCiviltà Cattolica]
  2. Nelle paludi di Venezia Francesco si fermò a pregare e tutto tacque − il testo tratto dalla Leggenda maggiore di s. Bonaventura (LegM VIII 9: FF 1154), musicato e cantato da Angelo Branduardi, musicista varesotto, insieme con Teresa Salgueiro, cantante portoghese
  3. Note preliminari riguardanti il regista Philip Gröning, la trama del suo film e il tema del cinedibattito («Il distacco dal mondo e il valore del silenzio, della preghiera, del tempo e del lavoro»)
  4. Proiezione del film Il grande silenzio (Intervallo: 10′)
  5. Impressioni, osservazioni e condivisioni sul tema del cinedibattito
  6. Comunicazioni relative al Circolo ed annuncio del prossimo evento
  7. Recita della Preghiera cristiana con il creato (Laudato si’, n. 246)
  8. Foto di gruppo e «cocktail»

Nel corso della Serata si è aggiunto, con sorpresa di molti, un altro punto: quello con un brindisi augurale per quanti di noi il 19 marzo hanno festeggiato l’onomastico: Peppino Frontera, Pino Aversa e Pina Lista. In quest’occasione il nostro operatore tecnico Ghenadi Cimino ha proiettato il video Oh Happy Day (Sister Act 2), la performance di Ryan Toby e del Coro della St. Francis High School di San Francisco, che ha ulteriormente riacceso la gioia e la bellezza di stare insieme come fratelli ed amici.

Non occorreva essere mistici, e neppure credenti, per partecipare a questo appuntamento con un film-monolito, straordinario e ipnotico. Bastava saper rinunciare a una “storia” ed entrare in un ritmo solenne e insieme lieve, in uno spazio e in un tempo a parte. Un antidoto alle false priorità del nostro tempo. Un film in cui dall’apparente monotonia della quotidianità emergeva subito una semplice certezza: serenità. Un film ancora capace di comunicare, come solo il grande cinema sa fare: con una sequenza, ad esempio, di primi piani, tutti uguali e tutti diversi: quelli dei monaci certosini della Grande Chartreuse, silenziosamente arroccata sulle Alpi francesi nei pressi di Grenoble, e naturalmente tutti in silenzio, quello delle nostre ormai rarissime occasioni.

Il silenzio conta, eccome. Ne hanno parlato, tra l’altro, Peppino Frontera, Sebastiana Ciambrone, Nunzio Familiari e il sottoscritto. Il presbitero, ad esempio, che accompagna un malato giunto ai suoi ultimi giorni di vita, si confronta spesso con questa dimensione quasi perduta o uccisa nella nostra società, anche dagli mp3 o i social network. Chiusa la porta della stanza, soli di fronte al mistero della vita, che si trasforma attraversando quello della sofferenza, non si può fare a meno di sentirsi come calati in un’atmosfera diversa, di avvertirne quasi il palpitare. Eppure «oggi vale soltanto ciò che è contenuto nel brusio, solo ciò che in esso accade», a tal punto che, per usare le parole di Søren Kierkegaard († 1855), filosofo, teologo e scrittore danese, «gli individui amanti della solitudine e del silenzio sono classificati insieme ai delinquenti» o perlomeno guardati con molto sospetto. Al riguardo sarebbe molto utile leggere il libro di Max Picard († 1965), medico, poeta e pensatore svizzero, dal titolo Il mondo del silenzio, riproposto nella nuova traduzione italiana a cura di Jean-Luc Egger, aggiornato e perfezionato sulla prima edizione tedesca del 1948 (Servitium, 2014). E’ un’opera affascinate per lo stile piano e poetico, ma soprattutto per l’armonia che trae dagli infiniti “incontri” che descrive, come una “anti-fuga” di variazioni sul tema essenziale del “silenzio”. Non l’apologia, non fuga dalla parola, bensì riscoperta del silenzio, quale luogo originario della parola, di ogni elemento del creato e soprattutto dell’uomo nella sua essenza originaria e incontaminata.

«Viviamo in un mondo − scrive Silvano Zucal, docente nel Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento, rifacendosi a Picard − nel quale sembra ormai dominare soltanto il puro brusio verbale (Wortgeräusch), ovvero una parola ormai uccisa», come un continuo rumore di fondo nel quale si va progressivamente perdendo la capacità di stare in silenzio, di rispettare l’altrui silenzio e, in ultima analisi, di ascoltare. L’ascolto, quello dell’orecchio e quello del cuore, è secondo Zucal «una virtù sconosciuta (…), assolutamente trasgressiva perché va a incidere su una società per lo più abitata da inascoltanti a tutti i livelli (…), narcisisti e replicanti che parlano sempre e non ascoltano mai». Se si perde la dimensione del silenzio non si è più capaci di dare peso alle parole e non si riesce più ad ascoltare l’uomo, specie quando quest’ultimo è malato e non ha più la forza di imporre a nessuno il proprio discorso e le proprie ragioni. E così se, come diceva Pier Paolo Pasolini († 1975), poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, paroliere, drammaturgo e giornalista, «la morte non consiste nel non poter più comunicare, ma nel non potere più essere compresi», il malato muore davvero, relegato in un angolo nel quale, incompreso, sarà considerato solo un fardello inutile.

E’, dunque, vitale soffermarsi sul valore del silenzio, dell’ascolto, della fuga dal mondo… Bisogna subito notare la radice comune tra perdita del silenzio e perdita dell’uomo tout court: la categoria che Picard riferisce positivamente al silenzio, «senza utilità», cioè «totalmente estraneo al mondo dell’utile», è la stessa che finisce, negativamente, per essere applicata al malato morente, in coma, in stato vegetativo, o al figlio in grembo non desiderato perché magari malformato. La soluzione eutanasica o abortista è spesso proprio figlia della perdita della capacità di ascoltare gli altri e prima ancora se stessi, dello stordimento mediatico che insinua conoscenze superficiali vendute come verità e «pressate negli uomini come una materia qualsiasi in vuoti barattoli» (Picard). Eppure, misteriosamente, nel silenzio o di fronte all’uomo ferito, a chi ascolta pare di sentire una voce nuova: «Proprio dal silenzio promanano più aiuto e più prosperità che da tutto quanto è utile. Esso, l’inutile, si pone accanto a ciò che è fin troppo utile, appare improvvisamente al suo fianco e spaventa per la sua assoluta mancanza di scopo, interrompe il flusso e la corsa di ciò che è fin troppo utile». Il silenzio, quasi come un atto liturgico o un uomo inchiodato dalla malattia, «rafforza ciò che vi è d’intangibile o di inviolabile nelle cose, attenua il danno che lo sfruttamento arreca alle cose, le restituisce nella loro integrità (…) poiché proprio questo è il silenzio: sacra inutilità» o, come ha scritto don Giuseppe Dossetti († 1996), presbitero, giurista, politico e teologo, «puro dono di Dio».

Evidentemente, luoghi di silenzio esteriore o ambienti lontani dal frastuono: montagne, deserti, monasteri, hanno la loro importanza, anche se non è neppure raro vedere oggi persone che si portano lo «stereo» sulle vette dei monti, in mezzo ai boschi o nelle giornate di ritiro spirituale. Nei confronti del silenzio esteriore viviamo una sorta di amore-odio: sentiamo che ci manca, ma quando c’è, ci pesa. «Nulla ha tanto radicalmente mutato la fisionomia umana − ribadisce Picard − quanto la perdita di ogni relazione col silenzio». Il silenzio esteriore e la solitudine non sono però da confondere con la «fuga mundi», con l’isolamento, con il mutismo o con una sorta di ripiegamento su se stessi. Non sono né un corpo estraneo né una prigione, ma sono un luogo da abitare, una realtà in cui vivere, un ambiente in cui stare con tutta la propria persona. «Nel silenzio esteriore − scrive Adriano Parenti OFMCap nel suo libro A scuola di preghiera da Francesco e Chiara d’Assisi (Edizioni Messaggero, 1992) − troviamo un prezioso alleato (…) per incamminarci non verso il vuoto, ma verso un “silenzio pieno” e verso il “silenzio esteriore”». Ecco il punto. Il silenzio esteriore è solo un sostegno, una condizione, un ambiente che favorisce il dialogo con l’altro.

Per frate Francesco il silenzio e la solitudine sono il luogo dell’incontro con Dio, il luogo in cui essere presenti con tutta la propria persona e in cui liberi da altre presenze accogliere la presenza dell’«altissimo, onnipotente, bon Signore»: «…sottraendosi al chiasso del traffico e della gente, supplicava devotamente la clemenza divina, che si degnasse mostrargli quanto doveva fare» (Leggenda maggiore I 4: FF 1033); «…cercava luoghi solitari per poter lanciare completamente la sua anima in Dio» (Vita prima 71: FF 445).

Al di là del silenzio esteriore, che pure ha il suo peso, ciò che conta è entrare in un silenzio interiore, «pieno», «inclusivo», «ospitale», «abitato», dalla presenza del Signore. Il frastuono, cioè l’inquinamento da rumore, non è solo una realtà esterna alla nostra persona, ma è soprattutto una realtà interiore, quella che è dentro di noi ed è formata da sogni e fantasie, paure e rimpianti, ricordi e delusioni, gioie e speranze, desideri e progetti, persone e situazioni… Queste sono tutte realtà parlanti dentro di noi. A volte può capitare di temere il silenzio proprio per la paura del risveglio di tutto ciò che è in noi. Il grande silenzio è proprio quello di porci nella verità davanti a ciò che siamo. Non serve a niente soffocare, con il rumore, la realtà, il peccato, la fragilità. Non giova non accoglierci per ciò che siamo. A poco serve allontanare ciò che in noi ha qualcosa da dire. Il silenzio interiore non è uno spazio costruito artificiosamente. E’ piuttosto stare consapevolmente alla presenza del Signore nella verità di ciò che siamo. E’ fare spazio alla sua azione in noi, con recettività e apertura, pronti ad accogliere il suo amore. Si tratta, dunque, di abitare un silenzio che è «abitato» dalla presenza del Signore. Così esso diviene il luogo dell’incontro con lui.

Bisogna comunque ricordare che il peggiore nemico del silenzio interiore non è il rumore esteriore o interiore, ma il ripiegamento su noi stessi e la chiusura nei confronti dell’altro. Per questo frate Francesco non legava la preghiera al silenzio esteriore o alla solitudine: «Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; l’anima è l’eremita che vi abita dentro a pregare Dio e meditare. E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo» (Leggenda perugina 80: FF 1636). E’ ovvio che questo genere di “eremo” è aperto a tutti: tutti hanno possibilità di vivere alla presenza dell’altro e del totalmente Altro, non dimenticando mai che il silenzio e il servizio sono due binari che devono segnare il nostro cammino. Ciascuno di noi, secondo le diverse tappe della sua vita, deve scoprire la forma e il ritmo dei tempi di silenzio, di solitudine e di ascolto che gli sono necessari per vivere, pena il rimanere degli eterni superficiali o il divenire dei «pappagalli religiosi». E’ importante anche allontanare la fretta. La parola dell’altro non la si può inghiottire come una pillola. Un rapporto frettoloso non è mai espressione di un ascolto vero e di un amore profondo. La fretta porta al monologo e ci rende introvabili… anche dal totalmente Altro.

A tanto ci portava la Serata. E’ rimasta ancora una cosa che si potrebbe fare il prima possibile: rivedere il film per intero, magari a casa, e riprendere i suoi temi di scottante attualità…

Piotr Anzulewicz OFMConv




L’80ª Serata, con l’«Emmaus»: costante proiezione al futuro

«Laudato si’: i gemiti di sorella Terra “oppressa e devastata” e i gemiti degli “abbandonati e maltrattati” del mondo»: tale è stato il tema della Serata conviviale con aperitivo, svoltasi venerdì 3 marzo nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Era la 4ª Serata della 4ª edizione del WikiCircolo incentrata su «L’uomo e sua ‘sorella’ Terra» e ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco.

E’ stata l’80ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, tutte dense di riflessioni, interventi e condivisioni, ricolme di fraternità, convivialità e solidarietà, ma anche cariche di passaggi difficili. Sono state Serate non banali, che hanno visto l’ammirevole impegno dello Staff e la sua ferrea volontà di non arrendersi davanti agli ostacoli, prove e avversità. Preziosissimi sono stati i momenti di fattiva e coordinata collaborazione, che permettevano di tenere vivo l’ideale del Circolo: «la cultura e la cura dell’altro», e di proiettarlo in dimensioni temporali e geografiche sempre più vaste, anche tramite la rete telematica: il sito web e la pagina Facebook… Una miniera di spunti, informazioni, documenti, “voci”. Basti evocare qui gli interventi di Rocco Reina, Mariaconcetta Infuso, Enzo Colacino, Francesco Longo, Michele Cordiano (confessore di Natuzza), Pasquale Pittari OFMCap, Francesco Sacchi, Beniamino Donnici, tutti di generosa disponibilità e di indiscutibile qualità.

La prof.ssa Mariaconcetta Infuso, presidente dell’associazione di volontariato «Emmaus Catanzaro», è stata protagonista anche di questa Serata, per la seconda volta (la prima volta risale al 22 gennaio 2016). Con il suo intervento, illustrato da due straordinari video, si è magnificamente inserita nel programma della Serata (http://circoloculturalesanfrancesco.org/event/gemiti-della-terra-degli-abbandonati-maltrattati-4a-serata-conviviale/) presentato dalla dott. Teresa Cona, segretaria del Circolo, suscitando vivo interesse, commozione e ammirazione del pubblico. Un momento ricco di suggestioni e di speranza.

Le pagine della “sua” «Emmaus» − la stimata ormai particella del movimento internazionale fondato da Henri Antoine Grouès, frate cappuccino, detto Abbé Pierre († 2007), e composto oggi da circa 400 comunità e gruppi −, sono piene di iniziative con gli ultimi e per gli ultimi. L’«Emmaus» catanzarese raccoglie materiale usato per distribuirlo ai disagiati o metterlo presso i mercatini solidali; con le offerte ricavate da questi mercatini sostiene non solo il proprio centro per l’accoglienza e la tutela dei diritti dei bisognosi ed emarginati, ma anche le numerose attività locali e internazionali (ad esempio il «Progetto Acqua-Lago Nokouè», nel Benin). Attualmente ha una utenza di 700 famiglie, pari a circa 2000 persone bisognose, per le quali attua l’intermediazione presso le istituzioni, la distribuzione di beni di prima necessità, il sostegno scolastico, medico e legale. Periodicamente svolge servizio di assistenza ai degenti presso l’Ospedale «Pugliese−Ciaccio». Insieme all’«Emmaus Italia» aderisce alla Banca Etica e alla Rete Lilliput. Per fini solidali e umanitari collabora tra l’altro con il Ministero di Grazia e Giustizia, il «Volontariato Giustizia», la Fondazione Antiusura «S. Maria del Soccorso», le «Associazioni Amiche», la «Libera Catanzaro». Grazie alla caparbietà del gruppo guidato da Mariaconcetta, e al sostegno della storica comunità di Firenze, l’«Emmaus Italia» ha inaugurato il 13 giugno 2016 la sua seconda comunità al sud Italia, dopo Palermo, a Satriano Marina, e l’ha fatto con lo stile sobrio che caratterizza i suoi operatori e volontari. Qui la gente “di strada”, esclusa dalla società, trova una casa e chi è disposto a darvi ascolto. Gli “irrecuperabili”, del resto, come teneva a precisare l’Abbé Pierre, non esistono: esistono le persone malate di «anoressia esistenziale» (don Luigi Ciotti), cioè le persone sole che forse vivono la peggiore delle povertà: quella interpersonale.

Tenendo conte dell’affinità spirituale tra il Circolo e l’«Emmaus», Mariaconcetta ha rivolto ai presenti l’invito a partecipare ad eventi di maggio, atti a coinvolgere sempre più persone nell’educazione del “riciclo” di materiali che la “cultura dello scarto” distrugge con tanta nonchalance.

Nel prosieguo della Serata, a sorpresa, un «break», per un affettuoso brindisi a Lawrence Mondoka OFMConv, membro della fraternità conventuale di Catanzaro Lido e assiduo «habitué» del Circolo, che ha compiuto gli anni, e, a conclusione, dopo lo scambio di opinioni ed esperienze, la recita della «Preghiera cristiana per il creato» («Laudato si’», n. 246), il video «Cantico delle creature» musicato da Domenico Stella OFMConv († 1956) ed eseguito dai partecipanti al 32° incontro dei Giovani verso Assisi (2011), una foto comune e un momento conviviale di grande simpatia e reciproca stima.

Le porte del Circolo sono aperte ogni venerdì e invitano ad entrare chi sta fuori, chi è escluso, chi è avvertito o un semplice curioso: «Entrate! Entrate tutti per vedere ciò che sta dentro!» Il Circolo accoglie tutti, aspetta tutti, invita tutti. Le sue porte inducono anche ad uscire chi vi è entrato: «Andate fuori a portare speranza». Qui vengono posti i semi, ma essi vanno sparsi fuori, per il mondo. Tutto attorno a noi grida, «geme e soffre le doglie del parto» (Rom 8,22), a causa del peccato dell’uomo, nell’«attesa ardente» (v. 19) e nell’ansia impaziente di riscatto e di rinnovamento, con supplica di aiutarlo in quest’opera di liberazione «dalla «vanità» (v. 20) e dalla «corruzione» (v. 21). A noi viene chiesto il coinvolgimento, l’impegno, il nostro “poco”…

pa/tc




Immersi nella bellezza dell’AsproMonte

«AsproMonte»: è stato lo slogan della Serata cinematografica che si è svolta venerdì 24 febbraio presso la sede del Circolo a Catanzaro Lido, la 4ª Serata della 4ª edizione del CineCircolo, il cui leitmotiv è: «’Sorella’ Terra per immagini», ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco, la 79ª di seguito…

A presentare il suo programma (http://circoloculturalesanfrancesco.org/event/aspromonte-4a-serata-cinematografica-dibattito/) ed animarla è stata, come consuetudine, la dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo e curatrice delle Serate con dibattito, in collaborazione con l’avv. Peppino Frontera e il M° Luigi Cimino che questa volta ha indossato anche i panni dell’operatore tecnico, supplendo − insieme all’assistente Gabriele Milasi − Ghenadi Cimino, impegnato in un’altro evento culturale.

Il film «Aspromonte» di Hedy Krissane, preceduto dal video «Tu sia lodato, mio Signore» (il testo del «Cantico delle creature» adattato e musicato da Pietro Diambrini ed eseguito dai bambini della prescuola familiare di Nomadelfia, la comunità fondata nel 1948 da don Zeno Saltini), ha catapultato i presenti in una terra magica, piena di fascino e calore umano, dove le maestose montagne e i verdi boschi, fanno addirittura male agli occhi, tanto sono belli e intensi, e dove il cibo piccante e il vino fresco fanno venire l’acquolina in bocca. Al suono di ritmiche musiche, composte da Peppe Voltarelli, cantautore e attore nativo di Cosenza, si sono lasciati rapire dalle bellezze paesaggistiche, vere protagoniste della pellicola del cineasta di origini tunisine. Accompagnati dalla migliore guardia forestale e dal suo cane Farouq, hanno girato con Torquato, calabrese trapiantato al nord e diventato imprenditore, tutto l’AsproMonte alla “caccia” di Marco, il fratello presumibilmente rapito. Malgrado alcuni bloopers (papere), qualche difetto di recitazione e una storia in superficie, il film ha mostrato loro come sia bella la terra calabrese, specie là dove è rimasta incontaminata, e ha ricordato come le origini sono nel sangue e non vanno rinnegate.

Il dibattito, che è seguito alla proiezione, ha trasportato l’attenzione dei cinefili nel tempo primordiale, all’origine, alla creazione. Il paesaggio − si è detto − è soprattutto luogo dell’anima e non soltanto connubio estetico di forme e colori, odori e suoni che appagano il bisogno sensoriale, o uno strumento promozionale per valorizzare l’ambiente e mostrare aspetti inediti o poco noti del territorio, come ad esempio specialità gastronomiche, costumi, lingue e dialetti. Esso è − o può esserlo − scenario di viaggio spirituale, oltre che reale, dove è intenso il nostro rapporto con “il creato” e dove all’improvviso risuona nel “viatore” la corda troppo spesso tacitata della nostra ragione: il bisogno strettamente “religioso”, quello di Dio. Un bisogno che per l’uomo contemporaneo è diventato incosciente, censurato, soppresso, riempito da altro, alienato da bisogni diversi, immediati, a portata di mano, facili da soddisfare.

Non c’è nulla di nuovo. «E’ una tentazione in tutti e di tutti i tempi − afferma p. Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine cistercense. − Dal peccato originale in poi, l’uomo mortifica il suo bisogno di Dio dentro l’idolatria». Eppure oggi pare esserci qualcosa di più, come se il cane Farouq faticasse a trovare le orme di Marco e come se esso stesso fosse preda di un disorientamento che non gli fa individuare l’invisibile che tuttavia c’è ed è soverchiante. «Forse − dice p. Lepori − l’invisibile è immerso in una cultura in cui opprimere il suo desiderio è diventato il fattore preponderante, il che è una sorta di negazione della vera cultura, che è sempre consistita in qualcosa mosso da un desiderio di bellezza, di verità e di benessere. Nelle società, in cui questo desiderio era coscientemente teso all’infinito, si è visto che l’espressione culturale era bella, proprio perché questa stessa cultura esprimeva tale desiderio». La cultura contemporanea invece «fa chiaramente emergere il tentativo di bloccare e di mortificare ogni desiderio del vero, del bello e del buono». Lo mortifica e lo censura, eppure esso «c’è, rimane, è invisibile». Serve un «input», una molla, una scossa che risvegli la sua «apertura all’infinito». E’ necessario, oggi più che mai, «riannodare un’amicizia tra l’uomo e il creato». Idea ambiziosa e attraente, ma come si fa? Innanzitutto è necessario partire da sé, in barba a tante narrazioni catastrofiche e catastrofiste, peana luttuosi e sensi di inferiorità. Chi lo fa, sperimenta che rispettando, custodendo ed ammirando il creato, la flora e la fauna, realizza la vita più umana e più piena. «La società in cui viviamo − continua Lepori − non è peggiore delle società d’un tempo». Certo, qualcosa è cambiato, se è vero che «questa è come fosse una società di cadaveri, di gente che non vive, che non sa cosa sia la felicità». Il problema è piuttosto che «l’uomo di oggi è meno inquieto. Ha paura dello stato dell’economia e di ciò che succede nel mondo, ma è una paura legata quasi esclusivamente al contingente. Appare invece meno inquieto del senso della vita, e questo è l’elemento più preoccupante. Quando l’uomo non è inquieto, è seduto».

Il rischio può essere quello di limitarsi a pensare secondo schemi mentali propri dell’Occidente: «E’ vero, in Africa e in Asia (…) si è immersi ancora in una cultura in cui rapporti sono prossimi al cuore. Il problema è che anche là è sempre più forte la tentazione portata dall’Occidente: un modello culturale teso solo a un progresso interno, ma non profondo», una tendenza di esportare lo stile di vita che ormai è per l’immediato e che soffoca i bisogni profondi del cuore. Un soffocamento progressivo. «Un’asfissia − ha chiosato Papa Francesco durante la Messa nella basilica romana di S. Sabina sull’Avventino (1.03.2017) − che soffoca lo spirito, restringe l’orizzonte, anestetizza il cuore». Un cuore cui si bada sempre meno. I più lo ignorano del tutto. Molti lo trattano come organo di reattività istintiva e sentimentale. Pochissimi lo mettono con le spalle al muro, rendendolo responsabile di un sentimento cosciente di sé. Può allora l’uomo ridestarsi da questa «asfissia dello spirito generata dall’egoismo, dall’indifferenza e dalla superficialità», mentre accanto a lui gli attentati sono quasi all’ordine del giorno e i preti vengono sgozzati sugli altari delle
chiese in mattine fresche dell’estate francese? Può essere questo buio, per paradosso, a svegliarlo dal torpore e spalancare un nuovo orizzonte? Lo può fare un’escursione in AsproMonte? Certamente sì. «I monti − ripeteva Carlo Alianello († 1981), scrittore e sceneggiatore − a ogni cima spalancano l’orizzonte». Di più, annullano i ritmi concitati della quotidianità, riposano la mente e scuotono il cuore, portandolo a riflettere sul senso della vita, così grande così fragile, così misera e così sublime, sfidata dal limite e tesa all’infinito, in eterna “caccia di Dio”.

La Serata, che ha fatto venire grande voglia di AsproMonte, si è conclusa con la recita della Preghiera cristiana per il creato, tratta dall’enciclica Laudato si’, e con un “cocktail”, tra dolcetti e croissant.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Serata memorabile (78ª)

Serata memorabile, incancellabile, eccezionale, quella di venerdì 17 febbraio al Circolo Culturale San Francesco, la 3ª conviviale con aperitivo sul tema: «Il creato: “dominarlo” o custodirlo? La sapienza di grandi racconti biblici», ideata nell’ambito della 4ª edizione del WikiCircolo il cui tema conduttore è: «L’uomo e sua ‘sorella’ Terra», l’edizione ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco, la 78ª di seguito.

Serata speciale, vivace e molto simpatica, che ha visto il presidente del Circolo, suo malgrado, al centro dell’incontro. La segretaria e il curatore delle Serate conviviali, a nome del Circolo, gli hanno consegnato, a sorpresa, un iPhone 6S, corredato di una pergamena in cui una mano ha scritto tra l’altro: «Speriamo di aver fatto “centro”, aiutandolo nel suo intenso desiderio di comunicare la bellezza di quanto è umano e insieme divino nel sapere, nel creato e nella fatica di vivere, perché a volte anche lo Spirito Santo può servirsi della tecnologia per raggiungere vicini e lontani». E’ stato il dono dei suoi più stretti collaboratori e di alcuni «fans» del Circolo. Passato il primo momento di stupore, il presidente, che aveva visto andare in frantumi il suo smartphone, meno avanzato e ormai fuori commercio, rimanendo per settimane senza possibilità di comunicare all’esterno se non utilizzando il computer (sua appendice), ha espresso la sua commossa gratitudine a quanti lo hanno riempito di meraviglia: «Sono le persone “speciali”, quelle che ti leggono dentro, che sentono i tuoi pensieri, che colgono solo la parte più bella del tuo cuore e che ti regalano con un gesto questa gioia che avevi dimenticato. Sono quelle persone che non ringrazierai mai abbastanza per averle incontrate sul tuo cammino».

La Serata è stata splendidamente illuminata da un altro “regalo” fuori programma: l’inattesa presenza di Dariusz Wisniewski OFMConv, confratello ed allievo del presidente, arrivato appena poche ore prima, con una visita-lampo, da Roma, ma in realtà da Dobra Szczecinska, una cittadina sorta presso la grande Stettino (in polacco: Szczecin) sulla sponda destra del fiume Oder, delle anse, degli angiporti e delle isole, in un intrico di ponti, gru e banchine, a sud della laguna e della baia della Pomerania, dove da secoli si incrociano le strade che collegano l’Europa occidentale a quella orientale, la Scandinavia al sud Europa. Infatti, il gradito ospite, nel suo breve intervento, ha fatto cenno al suo lavoro tra i protestanti in Svezia (4 anni), ma anche tra i musulmani in Turchia (9 anni), motivato dall’argomento della sua tesi dottorale («Ire inter Saracenos». Il dilemma tra la crociata e la missione nelle opere di Ruggero Bacone, Roma 2005).

Tutto pareva essere eccezionale, anche il programma della Serata pubblicato anticipatamente sul Sito Web del Circolo (http://circoloculturalesanfrancesco.org/event/creato-dominarlo-sfruttarlo-custodirlo-rispettarlo-la-sapienza-grandi-racconti-biblici-3a-serata-conviviale-aperitivo/).

Alla prossima tornata!

(tc/pa)