«Uomini di Dio»: 8ª Serata cinematografica con «cocktail» [166]

Set

13

Ora: 19-22
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

Serata cinematografica, con la proiezione del film «Uomini di Dio» di Xavier Beauvois, la conversazione «In armonia con i fratelli musulmani» e il «cocktail», l’8ª Serata ideata all’interno dell’8ª edizione del CineCircolo con il motto: «A servizio della pace e della fratellanza, per immagini», ispirata ai tre grandi testi: 1. Messaggio «La buona politica è al servizio della pace» di Papa Francesco per la celebrazione della 52ª Giornata Mondiale della Pace (1.01.2019), 2. «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar Aḥmad al-Ṭayyib ad Abu Dhabi (4.02.2019), 3. Preghiera-poesia «Cantico delle creature» di frate Francesco d’Assisi (FF 263), promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta, a titolo gratuito, a tutti: soci, sostenitori, amici, credenti e «laici», vicini e lontani – la 166ª di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014.

 

♦ Uomini di Dio»

Regia: Xavier Beauvois. Genere: Drammatico. Paese: Francia. Anno: 2010. Durata: 120′

Trama: Un monastero in mezzo alle montagne algerine negli anni 1990… Otto monaci cristiani francesi vivono in perfetta armonia con i loro fratelli musulmani. Progressivamente la situazione cambia. La violenza e il terrore integralista si propagano nella regione. Nonostante l’incombente minaccia che li circonda, i monaci decidono di restare al loro posto, costi quel che costi.

 

Conversazione

In armonia con i fratelli musulmani

 

Programma

  1. Videoclip «È il tempo» (4:49’)
  2. Note sul film e sul tema della conversazione
  3. Proiezione
  4. Conversazione + Video «Fratellanza tra cattolici e musulmani» (1:20’) «È un segno di pace» (1:48’)
  5. Comunicazioni relative al Circolo
  6. Recita della Preghiera per la pace (Papa Francesco, Giardini Vaticani, 8 giugno 2014)
  7. Foto di gruppo e cocktail [In sottofondo: «Stai con noi» – Inno alla fratellanza (4:12’)]

 Recensioni

Vita e martirio dei sette monaci trappisti uccisi nel 1996 nell’Atlante algerino. Film di enorme successo popolare in Francia, di scarsissimo successo da noi, forse perché i fatti non appartengono alla nostra storia o perché siamo troppo distratti per interessarci a un film così austero e anomalo. Bello, commovente, qua e là magnifico. Solo che, per non cadere nel pregiudizio anti-islam, finisce con l’essere fin troppo reticente e cauto nell’attribuire le responsabilità e nel ricostruire gli eventi.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette monaci trappisti del monastero di Tibéhirine, nell’Atlante algerino, vengono rapiti. Il 21 maggio il Gruppo Islamico Armato (GIA) rivendica la loro esecuzione. Il 30 maggio le loro teste mozzate vengono ritrovate davanti al convento. I corpi non saranno mai rintracciati. Imperversava in quegli anni in Algeria la guerra civile tra forze governative e gruppi islamisti di vario tipo, ma accomunati dal fanatismo religioso e dall’odio verso il governo considerato illegittimo. Guerra durata oltre un decennio e non ancora del tutto spenta che ha causato 150 mila vittime, una tragedia alle porte di casa nostra, ma che l’Europa ha volentieri rimosso e dimenticato. Nemmeno Uomini di Dio di Xavier Beauvois, che pure ricostruisce la vicenda dei monaci di Tibéhirine, dice molto della guerra civile, la quale come un rumore di fonde percorre tutto il film, senza però che mai si accenni esplicitamente alle sue cause, all’identità delle parti in conflitto e alle loro motivazioni. Un prudente silenzio che è la cifra di tutto il film. A partire dal titolo originale – bello e ambiguo – Des hommes et des dieux, appiattito chissà perché nella versione italiana nel banale Uomini di Dio (eppure la distribuzione è Lucky Red, di solito sensibile alle sfumature linguistiche e non solo). Dunque, Uomini e dei. Quel plurale della parola Dio è stato subito inteso dalle tante anime belle inneggianti al dialogo tra le civiltà come una dichiarazione d’intenti ecumenica da parte di Beauvois, come volontà di non esaltare alcun monoteismo sull’altro, come affermazione della pari dignità tra cristianesimo e islam. Dimenticano, quegli ingenui esaltatori molto politically correct, ma assolutamente ignari di ogni cultura religiosa, che la sola parola dieux per l’islam non ha senso alcuno, visto che per esso esiste un unico Dio, e che questo Dio è lo stesso dei cristiani (Gesù è citato nel Corano come uno dei suoi profeti). Stando al quotidiano cattolico francese La Croix, Beauvois il titolo in realtà l’avrebbe mutuato da un salmo che recita, testualmente: «L’ho detto: Voi siete degli dei, dei figli dell’Altissimo, tutti voi! Pertanto, voi morrete come uomini», alludendo all’eterno e al caduco, al sovrannaturale e al terreno che si mischiano inestricabilmente nella drammatica vicenda dei monaci di Tibéhirine.

Comunque sia, e al di là delle citazioni bibliche di Beauvois, il tono del film è più dialogante e accomodante verso l’islam che accusatorio, accreditando in pieno l’interpretazione multiculturalista data a quel dieux del titolo. Uomini di Dio sceglie prudentemente la strada della rappresentazione dall’interno della vita dei monaci futuri martiri, della loro quotidianità fatta di preghiere, di pasti frugali, di lavoro nell’orto. I contatti con la popolazione locale, interamente musulmana, sono quasi idilliaci, i frati sono rispettati e anche amati per le cure mediche praticate da uno di loro attraverso un piccolo, ma efficiente ambulatorio. Il fanatismo jihadista è lontano, arriva solo attraverso le cronache dei giornali e della televisione o i racconti della gente del villaggio. Finché un gruppo armato irrompe nel convento per far curare un ferito, ed è qui che la minaccia incomincia a materializzarsi. Quando alcuni operai croati di un cantiere dei dintorni vengono brutalmente sgozzati, e il pericolo si fa sempre più consistente, i monaci si chiedono se restare o partire. In una delle scene più commoventi decidono di resistere, finché non accade l’inevitabile. Ma Beauvois ci mostra solo i sette monaci che vengono portati via dal gruppo islamista (mai precisato e sempre presentato genericamente) sulle montagne e fatti camminare stremati nella neve. Non vediamo la loro esecuzione. Qui capiamo definitivamente quale sia la scelta del film, che è quella di non prendere una posizione precisa, di tenersi prudentemente a distanza da ogni interpretazione troppo netta dei fatti e da ogni attribuzione di responsabilità. Gli islamisti del GIA non vengono mai esplicitamente chiamati in causa come autori della strage.

Questa reticenza ha consentito a Uomini di Dio di non urtare nessuno e di piacere a tutti. L’immenso e inaspettato successo in Francia, due milioni di spettatori in poco più di un mese, la vetta del box office mantenuta per ben cinque settimane consecutive, le copertine di magazine come L’Express, si deve anche all’assoluta mancanza di polemica di Des hommes et des dieux verso l’islam, al suo non essere film politico, ma solo storia di una comunità monastica che si conclude, quasi per propulsione interna e non per intervento esterno, nel martirio. Niente scontro di civiltà nella narrazione di Beauvois, ma solo conflitti a bassissima intensità tra le culture cristiana e musulmana, increspature. Tutto è smussato, tanto che si faticherebbe a capire, se non sapessimo come sono realmente accaduti i fatti, del perché i monaci a un certo punto vengano uccisi. Da noi qualcuno (tanto per fare nomi, Guliano Ferrara sul Foglio) ha fortemente polemizzato con questa scelta dialogante e irenista, giungendo perfino a dire che Beauvois in questo modo tradisce la memoria dei sette monaci e ne invalida il sacrificio. Personalmente, pur rilevando l’ambiguità e l’eccesso di prudenza del film, sarei più indulgente. Certo, Des hommes et des dieux è cauteloso, manca di coraggio, non prende posizione, si astiene da ogni giudizio e da ogni pregiudizio, ma non si può chiedere a un produttore, a un regista, a degli attori di pronunciarsi troppo esplicitamente, rischiando quello che hanno rischiato il vignettista danese che ha ritratto Maometto o Salman Rushdie, o peggio, rischiando di fare la fine dell’olandese Theo van Gogh. I tempi sono questi, l’Europa è diventata, come scrive Bat Ye’or, Eurabia, e l’eroismo non lo possiamo pretendere da nessuno. Allora va abbastanza bene così, accontentiamoci di un film che ripropone un fatto tragico perlopiù dimenticato e ci costringe a riflettere su noi e l’islam, anche se lo fa in modo felpato. Xavier Beauvois sapeva benissimo di doversi muovere su un terreno scivolosissimo e ha scelto di non alzare la voce. Anche stilisticamente tende al sommesso e al dimesso, i modelli di riferimento sono il sobrio Robert Bresson e il Georges Bernanos del Dialogo delle carmelitane. Il risultato è buono, molto buono, qua e là magnifico (la Messa cantata, la scena della votazione). Qualche caduta di tono che sfiora il camp, come la cena al suono del Lago dei cigni, è ampiamente perdonabile. Gli attori sono più veri del vero, con Michael Lonsdale su tutti. Uomini di Dio non convince, però commuove e fa pensare.

Certo, ci sarebbe piaciuto saperne di più. Sapere di più di quei trappisti (l’Ordine benedettino più radicale e fondamentalista, quello che è voluto tornare alle regole austere dell’inizio, preghiera e lavoro) confinati nell’Atlante algerino, in terra islamica. Chi erano? I sopravvissuti di una comunità cristiana tesa all’apostolato, insediata ai tempi del colonialismo francese e poi stentatamente sopravvissuta fino al tragico epilogo? O mistici in cerca di un luogo appartato e remoto per poter dialogare in solitudine con Dio? Soprattutto, avremmo voluto saperne di più di come sono morti. Che il film indicasse chiaramente fatti e responsabilità. Invece si è preferito la via diplomatica, in un momento in cui in Francia si torna a discutere e polemizzare sui tragici fatti di Tibéhirine, e dopo che su Le Monde e Le Figaro sono apparse (presunte?) rivelazioni che riaprirebbero la questione attribuendo la responsabilità dei fatti all’esercito algerino. Scrive il sito Missionline: «Il quotidiano di Parigi (Le Monde) ha dedicato l’editoriale di punta e tutta la terza pagina a nuovi risvolti giudiziari relativi al caso, ovvero all’annunciato via libera della pubblicazione di una parte dei documenti del ministero degli Esteri e della Difesa relativi all’assassinio dei 7 monaci. Nei mesi scorsi un generale in pensione dell’esercito francese, François Buchwalter, aveva rivelato a Le Figaro che i 7 cistercensi erano stati uccisi per sbaglio dai militari algerini. E che in seguito elementi deviati dei servizi segreti algerini avevano inscenato il rapimento dei 7 da parte del GIA». Prima di Le Figaro c’era stata un’intervista, realizzata a Helsinki da Valerio Pellizzari per La Stampa, a un non precisato “alto funzionario occidentale” che affermava: «I sette monaci francesi sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 a Tibéhirine da un gruppo islamico, infiltrato dalla sicurezza militare, furono uccisi da un elicottero dell’esercito algerino. Il velivolo sorvolava la zona montuosa dell’Atlante attorno a Medea, assieme a un altro elicottero. Era metà maggio, dopo il tramonto. L’equipaggio aveva visto il fuoco di un accampamento e il caposquadriglia in persona, un colonnello, aveva sparato su quel bivacco».

Mettendo insieme i tasselli di queste plurime rivelazioni, i fatti (se ho ben capito) si sarebbero svolti più o meno così. I servizi segreti, in accordo con un falso gruppo del GIA manovrato dagli stessi servizi, inscenano il rapimento dei monaci con l’intenzione di rilasciarli di lì a breve. L’operazione ha lo scopo di mostrare al mondo il pericolo islamista e l’efficienza del governo algerino nel risolvere un caso difficile come il sequestro di un gruppo di monaci francesi, ma le cose non vanno come previsto. Un elicottero dell’esercito, mentre sorvola la zona in cui sono tenuti gli ostaggi del finto rapimento, spara per errore e uccide i monaci. Il resto, le teste mozzate fatte ritrovare a Tibéhirine e il comunicato dello GIA, sarebbero una messinscena per attribuire la responsabilità agli jihadisti e coprire la realtà dei fatti. Bene, aspettiamo che la giustizia francese, che ha riaperto il caso, giunga a una qualche conclusione. Posso dire che questa versione mi lascia perplesso? Può darsi che le cose siano andate davvero così (e, ripeto, aspettiamo le conclusioni della magistratura), però una simile interpretazione puzza troppo di complottismo, ha tutti i tratti tipici di una conspiracy theory che, accusando i soliti indecifrabili servizi segreti, assolve di fatto i gruppi islamisti. L’impressione è che stia passando in Francia la teoria che gli autori del massacro non sarebbero gli uomini del GIA, ma l’esercito e i servizi (deviati, of course). Stato colpevole, jihadismo senza colpe e da assolvere. Basta dare un’occhiata a certi commenti sul sito dell’Express per rendersi conto di come questa visione stia attecchendo. Scrive un certo azimov: «Non è il GIA che ha ucciso i monaci, ma l’esercito algerino, tutti lo sanno tranne il regista (del film)». Povero Beauvois, accusato da una parte di cedimenti verso l’islam radicale, dall’altra additato dai tanti azimov di pregiudizi anti-islamici. Poi ci chiediamo perché sia stato tanto prudente nel raccontare la storia dei monaci di Tibéhirine. (Luigi Locatelli)

 

La ricostruzione della triste vicenda che vide il martirio di una comunità di monaci in Algeria nel 1996, ad opera di terroristi islamici. Ricordo bene il triste caso dei monaci algerini trucidati dai terroristi islamici, ma dei particolari non so praticamente nulla. Quindi, guardando questo film, una delle domande che mi sono posto è stata che cosa di esso sia finzione – nel senso di “immaginazione” perché i realizzatori forse non sapevano tutto – e che cosa sia invece riprodotto in base a testimonianze e ricordi di chi vide e sopravvisse. In ogni caso, è una pellicola ben girata, con solo alcuni momenti leggermente stiracchiati qua e là. Accanto a questi, però, ve ne sono altri di molto intensi, tesi o emozionanti, come gli incontri con i terroristi e l’esercito. Il regista costruisce la tensione con i personaggi (ben interpretati) e la situazione che si crea, e non con gli espedienti da quattro soldi del cinema d’azione americano di serie B. E poi è uno di quei film di cui conosciamo il finale sin dall’inizio, ma è comunque interessante vedere come ci si arriva.

Si può ravvisare un livello superiore di impostazione del regista, legittimo, ma personale, cioè l’inquadrare l’intera vicenda come una assurda contrapposizione tra due religioni a suo avviso sorelle (cristianesimo e islam), ad opera di gruppuscoli di fanatici senza pietà. A questo proposito mi piacerebbe sapere se la lettura del Corano da parte del priore e la lettera di addio dello stesso siano ricostruzione di realtà, reperto, o immaginazione. Se io ritengo che siano religioni molto diverse tra le quali si possono tracciare pochissimi paralleli, mi è comunque piaciuta l’attività di aiuto e di cura della popolazione locale musulmana da parte dei monaci, cosa che peraltro i missionari in paesi islamici praticano sempre. Un altro fronte, invece, si apre sulla questione del curare i terroristi feriti: è giusto salvare la vita di assassini, senza che si pentano, i quali la useranno poi per commettere altre atrocità? Lo stesso priore accetta il ferito, ma rifiuta di dare altri aiuti, come in bilico su una questione difficile. Se poi mi trovo d’accordo con la dolorosa scelta di non abbandonare il convento, è molto più problematico il rifiuto da parte dei monaci della protezione del governo, della quale è arduo capire le vere motivazioni: volontà di evitare uno scandalo internazionale (come poi fu) o anche desiderio di proteggere quei poveri uomini con una buona reputazione? Ma tant’è che la protezione viene rifiutata, e la condanna a morte è con ciò praticamente firmata. Va anche detto che il regista svuota il concetto cristiano di martirio, a favore di un più laico assassinio di uomini buoni e innocenti.

Tecnicamente il film procede con un ritmo tranquillo e gode di una bella fotografia colorata e luminosa, che inquadra in campo lungo diversi panorami del nord algerino; l’aria è tersa e i colori vengono giustamente lasciati vividi. Tra gli interpreti segnalo solo il veterano e sempre incisivo Michael Lonsdale, l’attore franco-inglese già scritturato da registi come Luis Bunuel e Fred Zinneman. E’ uno di quegli attori che bucano lo schermo con la loro sola presenza. Emozionante, nel finale, la salita sul monte innevato verso il luogo dell’esecuzione. Non perfetto, ma sicuramente da vedere. (Baliverna)