«Il superstite»: 6ª Serata cinematografica con «cocktail» (107)

Dic

15

Ora: 19
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

➅ Ve 15 dic 2017

La Serata cinematografica, con la proiezione del film «Il superstite» di Paul Wright, la cineconversazione e il «cocktail», la 6ª ed ultima della 5ª edizione del CineCircolo con il motto: «’Sorella’ e ‘madre’ terra per immagini di speranza», ispirata all’enciclica Laudato si‘ di Papa Francesco, alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco e al Messaggio per la 51ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali “Non temere, perché io sono con te” (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta, a titolo gratuito, a tutti, vicini e lontani − la 107 Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014, senza contare altri eventi e iniziative.

➅ «Il superstite»

Regia: Paul Wright. Genere: Drammatico. Paese: Gran Bretagna. Anno: 2013. Durata: 92′

Trama: Aaron, un giovane disadattato che vive in una remota comunità scozzese, è l’unico sopravvissuto di uno strano incidente di pesca che è costato la vita a cinque uomini, tra cui suo fratello maggiore. Incitato dalla superstizione locale, il villaggio incolpa Aaron per questa tragedia, facendo di lui un emarginato tra la sua stessa gente. Rifiutando fermamente di credere che suo fratello è morto, e accecato da dolore, follia e magia, Aaron esce in mare aperto per ritrovarlo.

♦ Cineconversazione

Elaborazione del lutto

  Programma della Serata

  1. Video-poesia: «Ho lasciato il corpo… questo messaggio è per te: Non piangere se veramente mi ami» (3:27′)
  2. Note preliminari riguardanti il regista Paul Wright, la trama del film e il tema della cineconversazione
  3. Proiezione del film «Il superstite» (92′)
  4. Cineconversazione: «Elaborazione del lutto»
  5. Video musicale: «La morte non è niente» (s. Agostino). Musica: “Yo Tuve un Sueño” di Zariz (4:30′)
  6. Comunicazioni relative al Circolo e annuncio del prossimo evento
  7. Video: «La morte non è niente». Poesia di Henry Scott Holland († 1918), canonico della cattedrale di St. Paul (Londra), ispirata a sant’Agostino. Musica: Alessandro Marcello (2:47′)
  8. Foto di gruppo e «cocktail» [In sottofondo: Video musicale (2011): «Resurrezione» − Gen Rosso (Performing Arts Group, nato nel 1966 a Loppiano da un’idea di Chiara Lubich − 2:55′)]                                   

Recensione

➠ E’ sempre una fortuna essere l’unico superstite in un drammatico incidente in cui tutti gli altri hanno perso la vita? La domanda non è così scontata in generale e non lo è in particolare nel caso di Aaron, adolescente scampato alla furia del mare durante una battuta di pesca dalla quale il fratello maggiore e altri uomini del villaggio scozzese non hanno fatto ritorno.

Il ragazzo, già instabile e tormentato prima dell’incidente, non è in grado di ricordare cosa è successo su quella barca e non sa fornire spiegazioni dell’accaduto, non esterna il suo dolore apparendo quasi distaccato e i familiari degli altri scomparsi vedono in lui il meno meritevole di essersi salvato. La piccola comunità vive di pesca e della lavorazione del pesce ed è costituita da gente di poche parole, abituata al lavoro duro e alla convivenza col pericolo, da generazioni conosce e rispetta l’oceano dispensatore di sostentamento, ma anche di morte. Fin da piccoli i bambini ascoltano storie e leggende di mostri marini che giustificano l’assenza dei familiari caduti in mare e insegnano loro a non sottovalutare mai la forza dell’acqua. E infatti Aaron, che non è mai diventato completamente adulto, è convinto che il fratello tornerà, forse è semplicemente prigioniero del leggendario mostro del mare, forse ora tocca a lui dimostrare di avere coraggio e sfidare l’oceano per salvarlo.

«For those in peril» di Paul Wright è un’opera prima nebulosa in qualche passaggio, ma indubbiamente interessante e sentita, che ha il merito di rifiutare fin da principio ammiccamenti e scorciatoie. Scene asciutte e realiste che descrivono l’ambiente del villaggio si alternano a immagini ondivaghe e scomposte prodotte dalla mente suggestionabile di Aaron e a filmini casalinghi di (perduta) intimità familiare. Buon equilibrio nella gestione e caratterizzazione del clima della vicenda: il risentimento e il sospetto che vanno formandosi attorno ad Aaron, pur non volendo essere giustificati, sono però presentati in modo plausibile perchè nascono da un reale dolore collettivo e dal fatto che il ragazzo presenta dei comportamenti oggettivamente strani. Anche la scelta di non fornire la spiegazione dell’incidente avvenuto in mare rimarca un interesse soprattutto descrittivo rivolto alle psicologie individuali e di gruppo e alla forte influenza che l’ambiente naturale esercita su di esse. L’inattesa conclusione, anticipata da una scena simbolica che torna alla mente con chiarezza solo alla fine, viene risolta in una indovinata forma fiabesca e metafisica e giunge al termine di un film che assume carattere e contorni più definiti man mano durante la visione, dimostrandosi un esordio molto interessante. In programmazione in un’unica eroica sala in città, fortunatamente in lingua originale con i sottotitoli perchè… come si può pensare di doppiare un film scozzese?! (Cantagallo)

➠E’ il classico dilemma che assale, ogni volta, chi debba scrivere di un’opera prima, ovvero propendere per una maggior indulgenza (in fondo è cosa più unica che rara imbattersi in un nuovo Quarto Potere di Orson Welles) o essere più esigenti nella ricerca continua di novità visive.

Di fronte all’opera prima del trentacinquenne Paul Wright, «Il superstite», questo dubbio shakespeariano sembra risolversi nella prima scelta, almeno a sentire i primi pareri della critica. Presentato in anteprima mondiale nella Semaine de la Critique al Festival di Cannes, il film ha collezionato discrete recensioni, soprattutto sui giornali inglesi. Il «Telegraph», con quattro stelle su cinque, azzarda che il film potrebbe assicurarsi lo stesso successo di «Re della terra selvaggia» di Behn Zeitlin, altra opera prima presentata nel 2012 a Cannes.

Al di là delle previsioni, Paul Wright, con all’attivo tre corti on the road, decide di raccontare la storia di un remoto villaggio scozzese e l’elaborazione di un lutto collettivo. Il protagonista è Aaron, un giovane introverso che ha partecipato ad una sfortunata battuta di pesca dove hanno trovato la morte i tre componenti del gruppo e il fratello maggiore. Unico sopravvissuto, vive nella speranza di ritrovare il fratello. La comunità del villaggio, suggestionata dalle superstizioni locali, emargina Aaron, ritenendolo l’unico responsabile dell’accaduto. Non basteranno la forza della madre e l’amicizia della ragazza del fratello, che sconfinerà in amore: la tragedia sarà inevitabile e il mare reclamerà un altro corpo.

La prima immagine, sgranata e in bianco e nero, ci presenta il mare, impetuoso e violento, fin da subito il vero protagonista della pellicola. Il mare sarà la causa motrice di tutta la storia e intorno ad esso ruoteranno, come bambole stregate, molti personaggi. Come le onde, sospinte dai venti da più parti, senza una direzione precisa, anche le ragioni degli abitanti della comunità si agitano senza senso mosse da puro istinto. E’ soprattutto la paura che fa nascere i sospetti e diventa terreno fertile per il sacrificio del giovane Aaron, interpretato con impressionante intensità da George MacKay. Nei suoi occhi leggiamo lo smarrimento, la paura, l’amore e la delusione e la cinepresa lo tallona stretto, come la Rosetta dei Dardenne, per spremere ogni emozione.

Paul Wright non si accontenta di un unico piano narrativo, ma “rompe” la narrazione con altri tre livelli: quello del ricordo dell’incidente in mare, che piano piano torna a galla più nitido, quello della vita di Aaron coi suoi coetanei e, infine, i ricordi del fratello da bambino. E ognuno di questi momenti è ritratto con un linguaggio diverso, rispettivamente: la ripresa digitale dalle immagini desaturate, la ripresa a scatti di un cellulare e quella con il super 8. L’idea non è certo una novità (basta solo ricordare «Redacted» di De Palma), però serve a conferire al film una certa freschezza e un senso quasi documentaristico che non risulta del tutto incoerente con l’impianto narrativo.

Peccati da opera prima però ce ne sono. Per esempio, Paul Wright indulge troppo sui ricordi dei bambini col super 8, rischiando così di ricattare eccessivamente lo spettatore. Oppure, la scena nella piscina tra Aaron e la ragazza del fratello (Nichola Burley), così patinata, è troppo debitrice di altre scene già viste. Con questo, il rapporto di solidarietà e affetto tra i due ragazzi è molto ben sviluppato e la stessa figura della madre (Kate Dickie) è decisamente caratterizzata.

Le favole e le superstizioni del villaggio, in particolare quella del pesce, una leggenda che la madre raccontava ad Aaron bambino, contrastano con la cruda e grigia realtà degli abitanti del villaggio e costituiscono un sottotesto vibrante, che piano piano si insinua nel racconto, fino ad esplodere in un finale potentissimo. Il regista sembra quasi dirci che non esiste un unico modo di raccontare una storia del genere, ma il triplicare i punti di vista impedisce anche di individuare il motivo di questa tragedia. La risposta ci sarebbe e potrebbe essere quella di tornare a credere ai miti del passato: solo cercando di vedere la realtà con occhi più giovani forse si potrà credere ad un pesce rosso gigante capace di rassicurare gli animi e riportare uno spiraglio di speranza. (Alessandro Corda)

 

Note

Presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2013, e molto bene accolto nel Regno Unito, «Il superstite» è un film affascinante e misterioso, anche se il pedinamento del protagonista ripreso di spalle e nuca con macchina da presa a mano rivela qualche velleità autoriale di troppo. Tuttavia il rapporto della comunità con il superstite è molto ben descritto nei suoi toni drammatici, dai confronti nel pub alle angherie dei ragazzini, fino alle botte del padre della fidanzata e a quella rete che appende Aaron lasciandolo penzolare al porto, in una notte da tregenda. Quasi un horror dell’anima dove a essere inquietanti non sono i sopravvissuti.