«Una strana famiglia»: 5ª Serata cinematografica con «cocktail» (105)

Nov

24

Ora: 19
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

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➄ Ve 24 nov 2017

Serata cinematografica, con la proiezione del film «Una strana famiglia» (titolo orig. «Rara») di Pepa San Martín, la cineconversazione e il «cocktail», la 5ª Serata ideata all’interno della 5ª edizione del CineCircolo con il motto: «’Sorella’ e ‘madre’ terra per immagini di speranza», ispirata all’enciclica Laudato si‘ di Papa Francesco, alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco e al Messaggio per la 51ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali “Non temere, perché io sono con te” (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta, a titolo gratuito, a tutti, vicini e lontani − la 105ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014, senza contare altri eventi e iniziative.

«Una strana famiglia»

Regia: Pepa San Martín. Genere: Drammatico. Paese: Cile/Argentina. Anno: 2016. Durata: 90′

Trama: Cile, Vina del Mar. La storia drammatica della battaglia legale intrapresa da un padre per ottenere la custodia di sua figlia, cresciuta in una famiglia omosessuale, trasformata nella storia di una giovane donna alle prese con le inquietudini della crescita. Sara (Julia Lübbert ) è una tredicenne felice che vive in modo spensierato con la sorellina Catalina (Emilia Ossandón), la madre Paula (Mariana Loyola) e la sua compagna Lia (Agustina Muñoz), fino a quando all’inquietudine dell’adolescenza si aggiunge la battaglia legale per l’affidamento delle figlie, intrapresa dal padre Victor (Daniel Muñoz), con l’impatto devastante sulla vita delle persone che la circondano.

♦ Cineconversazione

«Arcobaleno», «stepchild adoption», tutela del benessere dei minori, omofobia…

Programma della Serata

  1. Video «In famiglia»: il canto dei Gen Rosso e Gen Verde (2:50′)
  2. Note preliminari riguardanti la regista cilena Pepa San Martín, la trama del film e il tema della cineconversazione
  3. Proiezione del film «Una strana famiglia» (90′)
  4. Cineconversazione: «Arcobaleno», «stepchild adoption», tutela del benessere dei minori, omofobia…
  5. Comunicazioni relative al Circolo e annuncio del prossimo evento
  6. Recita della Preghiera alla Sacra Famiglia (Papa Francesco, 29.12.2013)
  7. Foto di gruppo e «cocktail»

                                        

Recensione

Rara è un film intimo e allo stesso tempo potente, che arriva al cuore. Non ci sono cose gridate, slogan sfoggiati, ma è lo sguardo delicato e mai invadente della regista Pepa San Martín sulla vita di Sara e di Cata e sulla loro quotidianità. Un quotidiano molto particolare, per alcuni “raro”, strano in spagnolo, in quanto le due sorelle vivono con la loro mamma biologica e la sua nuova compagna e quindi in un contesto familiare inconsueto agli occhi dei compagni di scuola, del papà delle due ragazzine e soprattutto di una società che ancora non riconosce uguali diritti a tutti. Rara è anche un film tutto al femminile, sulle madri e i loro figli, su come far capire al mondo che si può essere “buone madri” anche se separate, anche se nessuno riconosce la tua “rara” famiglia. Un film sull’amore in tutte le sue sfumature.

➠ Un film spettacolare, la storia di Rara è quella di una ragazzina che dall’oggi al domani si ritrova catapultata nell’adolescenza e in una situazione familiare definita, da altri, “anormale”. I genitori divorziano e lei resta a vivere con sua sorella minore, sua madre e la sua nuova compagna. Nel film vediamo come Sara, che ha 13 anni, percepisce la “stranezza” della sua famiglia a volte provando anche imbarazzo per sua madre, e come invece la sua sorellina più piccola vive la questione con la normalità che dovrebbe avere: nei disegni fatti a scuola ritrae sé stessa e sua sorella mano nella mano con la madre e la compagna, la loro seconda madre. Dalla scuola al padre tutti non fanno altro che sottolineare “l’anormalità” della relazione sentimentale delle due madri e di come invece far vivere le due ragazzine con il padre e la sua nuova moglie potrebbe rappresentare la “normalità tanto ricercata”. Il padre intenta una battaglia legale per ottenere la custodia delle due figlie. La sceneggiatura si basa su una storia realmente avvenuta nel 2004 quando ad una donna vengono tolti i suoi figli solo perché lesbica, nel 2012 l’Inter-American Convention of Human Rights ha condannato il Cile per aver violato diversi principi della convenzione sui diritti umani. Una commedia drammatica e per niente infantile che ritrae dal punto di vista di una tredicenne il dolore che può provocare un divorzio, i litigi tra i genitori anche dopo la separazione e le conseguenze sulla vita scolastica e relazionale. Consigliatissimo soprattutto a chi crede fermamente che le coppie omosessuali non abbiano il diritto di poter adottare o poter crescere un figlio, anche se è quello del/la proprio/a compagno/a. La regista, al suo primo lungometraggio, ha prodotto un film che fa riflettere e che racconta con realismo e delicatezza le sensazioni di ogni personaggio. Un ottimo lavoro che riesce ad immedesimare lo spettatore nella vita quotidiana dei protagonisti. (BA)

➠Un film sensibile e misurato, nella scrittura e nella regia, con un cast di ottimi interpreti. (…) L’inquietudine della protagonista è il motore del film, come racconta il primo lungo piano sequenza all’interno della scuola, ma viene pian piano messo in prospettiva dalla battaglia legale tra il padre e la madre: qualcosa di molto più grande della ragazzina, che la supera e la esclude, ma nasce sul terreno fertile del suo smarrimento. Pepa San Martín e la sceneggiatrice Alicia Scherson sono partite da una storia vera per fare un film che della verità si cura da cima a fondo: della verità della finzione. Il clima nel quale si svolge e ci avvolge Rara, infatti, è familiare prima di tutto perché appartiene alla verità della famiglia come luogo di convivenza, di tensioni e di affetti, e dunque a tutte le famiglie, a tutti i figli in quanto figli e ai genitori in quanto genitori.

Nonostante il film opponga drasticamente il calore della casa materna di Sara alla fredda perfezione di quella del padre, con uno schematismo un po’ spinto (com’è, forse, per l’episodio del gattino), la figura dell’uomo non è mai ritoccata in negativo, la regista non disegna più ombre su di lui di quanto non faccia su altri (si potrebbe notare che, a suo modo, illumina tutti i personaggi, ammorbidendoli), ma, come la paura di Sara di essere diversa dagli altri la porta a sentirsi tale, la preoccupazione del padre per un evento senza peso ci porta verso un finale che non ci aspettiamo e che non vorremmo.

Tanto la virata drammatica quanto i momenti «coming of age» della prima parte sono condotti con mano delicata e ottimo senso del ciglio, oltre il quale la strada si farebbe scricchiolante, retorica, inutilmente urlata. C’è invece un bel silenzio su molte cose, piccole grandi ellissi che ben rispondono alla visione e alla comprensione di Sara, che non è lucida né totale, che vede accadere le cose rapidamente e altrettanto rapidamente sostituisce la preoccupazione per lo sguardo altrui su di sé con quella per la sorella, per la quale si fa, in piccolo, madre e compagna.

“Non mettermi in bocca parole che non ho detto”, dice Victor all’ex moglie Paula, nel corso di un confronto telefonico, e il film ne sposa la linea di condotta: se dice necessariamente la sua nel dibattito sulla tutela legislativa dei figli di coppie omosessuali – tutela che in Cile ancora non è contemplata – lo fa senza proporre frasi fatte, cinematograficamente parlando, ma presentando la questione quale è, delicata e amaramente aperta. (Marianna Cappi)

➠ Il film si basa sulla storia vera della battaglia legale condotta in Cile per la custodia di tre figlie (nel film sono due) di genitori separati. La madre, lesbica, dopo la separazione convive con una donna e questa cosa scandalizza ancora molti, padre compreso. La battaglia si concluse con le raccomandazioni della Corte Interamericana dei diritti umani (IACHR) contro la stato del Cile.

Nel film la storia è raccontata attraverso gli occhi di Sara, tredicenne, introversa e riflessiva (forse fin troppo per la sua età), che si vede contesa tra due famiglie differenti, quella della madre, giudice, che convive con la donna che ama, e quella del padre che si è risposato. Sara e la sorella di otto anni vivono al momento con la madre e la sua compagna, ma all’avvicinarsi del tredicesimo compleanno Sara inizia a sentirsi a disagio. Molte, troppe cose le stanno succedendo: un corpo che cambia, la sua prima cotta, la sorellina che vuole adottare un gatto, ma soprattutto i conflitti tra i suoi genitori, con il padre che non sopporta di vedere crescere le sue figlie in una famiglia di lesbiche. Per questo inizierà una battaglia legale per riavere la custodia delle figlie. “Quindi (…) Tua mamma e Lia si baciano in pubblico?”. “A volte. Non più di tanto”. Ma il film non è la storia di un processo, è soprattutto la storia di una famiglia lesbica e della sua normalità, ma anche di sentimenti e situazioni che vorrebbero estromettere dal consesso mondiale una parte dell’umanità.

Il film, dopo essere stato presentato in anteprima alla Berlinale 2016 (dove ha vinto il Grand Prix of the Generation Kplus), arriva in concorso al Giffoni Film Festival 2016, vantando anche il Premio Sebastiane Latino che riceverà al prossimo Festival di San Sebastiano. La regista, già premiata per corti, qui al suo primo lungometraggio, ha dichiarato: “Oggi noi abbiamo il riconoscimento dei diritti sulle unioni civili [in Cile è stata approvata la legge, ndr], ma non quelli dei figli nati da genitori omosessuali. Mi sono ispirata a un fatto di cronaca eclatante in Cile che mi ha dato spunto di grande riflessione, ho capito che la società civile è più rapida nella sua evoluzione della politica e ci possiamo trovare con situazioni dove c’è un genitore che resta senza diritti e così i figli sono privati di un genitore, quindi, di un diritto. Questo è quello che ho cercato di mostrare nel film. Il film è pensato per gli omofobici, perché dobbiamo abituarci alle famiglie in cui ci possono essere genitori dello stesso sesso e dobbiamo accettare, e rispettare, l’idea secondo cui un bambino possa crescere serenamente e bene, senza essere soggetto al giudizio altrui, in una famiglia in cui due omosessuali si amano, si rispettano e condividono la visione di come si possa impostare una vita insieme nel presente e nel futuro”. (https://www.cinemagay.it/film/rara/)

➠ Sara è una ragazzina quasi tredicenne che vive con la sorella minore assieme alla madre e alla compagna di lei, dopo il divorzio di questa dal marito, che si è risposato. È una situazione tranquilla e piena d’amore, ma le insicurezze della crescita, l’ansia di essere accettata dai coetanei e il timore di uscire dal cerchio della normalità tracciato dagli altri, la spingono a dire cose che mettono in agitazione il padre, che chiede l’affidamento delle figlie.

L’adolescenza è al tempo stesso l’età della ribellione e del conformismo. La prima è soprattutto contro i genitori e gli adulti in generale ed è un momento necessario per affermarsi come individui autonomi. Il secondo nasce invece dal desiderio di appartenenza e dalla pressione dei coetanei, una massa in gran parte conformista. Solo chi ha una forte personalità riesce a ignorarla e a seguire la propria strada, magari a prezzo di una maggiore solitudine. È comunque un momento di «Sturm und Drang» anche per i più pacifici dei ragazzi.

Pepa San Martín in Rara, suo film di debutto premiato a Berlino e a San Sebastian, affronta una storia di ordinaria omofobia senza calcare il piede sul pedale della denuncia politica o ricorrere a slogan, ma raccontandola con rara naturalezza e tocco leggero, attraverso gli occhi di due ragazzine. Le quali non mettono minimamente in dubbio il modello di famiglia in cui vivono – due donne che si amano e che le amano e le accudiscono – ma vengono “fraintese” da una società solo in apparenza aperta e in realtà ostile a qualcosa che percepisce come non normale.

Le normali liti e gli accaniti confronti che una ragazzina che sta crescendo ha con la madre, lo sfogo col padre e un calo nel rendimento scolastico vengono dunque interpretati dagli esterni come una reazione a una situazione di disagio che ha le sue radici nel fatto di non vivere con un uomo e una donna, unico nucleo riconosciuto dalle leggi e dalla morale maggioritaria. I sensi di colpa di Sara per quello che alla fine le sfugge di mano e che non voleva assolutamente provocare, il dolore della madre e delle figlie sono raccontati benissimo nel film (basato su una storia vera) che sembra un pezzo di vita colto nel suo reale svolgimento.

Sono bravissime soprattutto le bambine – la maggiore Julia Lübbert e la minore Emilia Ossandon – a rendere con naturalezza il rapporto conflittuale tra sorelle e quello con i genitori, la quotidianità scolastica e sociale, i momenti di gioia e quelli di dolore. È certo che San Martín ha fatto un grande lavoro con i suoi attori e anche per questo Rara si vede con interesse, partecipazione ed empatia fino all’amaro e (ancora) spesso inevitabile finale: finché la società non imparerà a tutelare il benessere dei minori non in base al pregiudizio, ma alle loro reali esigenze e a comprendere che una famiglia è sana o è malata a prescindere dal sesso di chi la compone, non andremo molto lontano.

Il pregio maggiore di Rara sta proprio nella sua (apparente) semplicità e nel senso della misura con cui la regista si ferma sempre un attimo prima di scivolare nell’ovvio o nel melodramma: il messaggio (importante) non travalica mai il godimento del film e arriva al cuore proprio per la sua capacità di mostrarci persone e sentimenti reali e non personaggi simbolo scritti in modo astratto. (Daniela Catelli)

Note di regia

«Il mio lavoro deriva dalla necessità di raccontare storie incentrate sui personaggi, sulle persone coinvolte da questi personaggi, senza rivendicazioni, senza un’agenda politica. Sono storie raccontate con un tono intimo, senza slogan o dichiarazioni forti. Non perché non creda nella politica, ma perché credo che un film e l’arte in generale siano in grado di modificare la società in un modo diverso e più sottile di uno slogan in quanto producono cambiamenti molto più duraturi e profondi. Questo film è basato su casi di discriminazione e pregiudizio che sono realmente accaduti. È una storia vera che ruota intorno a tribunali e dichiarazioni, una storia fredda e aliena. Eppure Rara vuole essere un film sull’amore, sull’innocenza, sulle perdite e su come superarle senza smarrire la propria identità».