«L’attesa»: 4ª Serata cinematografica con cineconversazione sul lutto (103)

Nov

10

Ora: 19
Luogo: Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

Ve 10 nov 2017

4ª Serata cinematografica con cineconversazione e «cocktail» – 103ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, a partire dal 10 gennaio 2014 – promossa nell’ambito della 5ª edizione del CineCircolo «’Sorella’ e ‘madre’ terra per immagini di speranza» ed aperta a tutti, vicini e lontani.

lattesa-volantino➍ L’attesa

Regia: Piero Messina. Genere: Drammatico. Paese: Italia/Francia. Anno: 2015. Durata: 95’ ca.

Trama: In un’antica villa situata nella campagna siciliana si sviluppa l’intenso rapporto tra Anna, una donna francese di mezza età che vive da decenni in Italia, e Jeanne, una ragazza transalpina appena giunta dal suo paese di origine per le vacanze pasquali. Unite dall’attesa di Giuseppe, figlio della prima e fidanzato della seconda, le due si incontrano per la prima volta e trascorrono alcuni giorni insieme tra complicità e diverse ambiguità. La loro attesa si trasforma in un misterioso atto di amore e di volontà.

Il presupposto basilare de L’attesa e il punto di partenza della storia sono una madre (Juliette Binoche) che perde il figlio (non lo si dice apertamente ad inizio film) e riceve la visita a sorpresa della fidanzata (Lou de Laâge) che arriva dalla Francia alla Sicilia, ma non ha la minima idea della morte del fidanzato. A questo punto la madre, che ignorava l’esistenza di questa ragazza, decide di non dirle della morte del figlio/fidanzato, suscitando sguardi di riprovazione generale, e di sfruttare questo tempo per conoscere colei che non sarà mai sua nuora.

Cineconversazione: Lutto e attesa

 

Programma della Serata

  1. Video musicale (2016): «Amazing Grace» − «Grazia incredibile» − Canta Peter Hollens, cantautore americano, produttore e imprenditore, con il suo gruppo a cappella «On The Rocks» (3:27′)
  2. Note preliminari riguardanti il regista Piero Messina, la trama del film e il tema della cineconversazione
  3. Proiezione del film «L’attesa» (95′ ca.)
  4. Cineconversazione: «Lutto e attesa»
  5. Video musicale (2011): «Resurrezione» − Gen Rosso (Performing Arts Group, nato nel 1966 a Loppiano da un’idea di Chiara Lubich − 2:55′)
  6. Comunicazioni relative al Circolo e annuncio del prossimo evento
  7. Video musicale (2016): ‘Hallelujah’ − The Voice Kids Russia: Artem, Julia, Marsel, Xenia (3:38′)
  8. Foto di gruppo e «cocktail»

Recensioni

➠ I. Farà storcere il naso a molti critici di casa nostra l’esordio nel lungometraggio di Piero Messina, L’attesa. Già li sentiamo: estetizzante, compiaciuto, arrogante, persino odioso. Potrebbe invece piacere più al pubblico.

Piero Messina mette il talento davanti al film. Da questo punto di vista il regista calatino, classe ’81, è degno allievo di Paolo Sorrentino, un altro che ha più fan tra gli spettatori che critici a favore. Il talento esibito è un esercizio democratico.

Di Sorrentino è stato assistente  in una manciata di film (This Must be The Place e La grande bellezza), con lui sembra condividere l’idea di fondo che il cinema sia soprattutto una questione di stile (ma Messina è meno affabulatore e più cartesiano dell’altro).

In effetti L’attesa vive di stratificazioni continue, di immagini il cui contenuto non è mai custodito in un nocciolo interno ma si trova sempre fuori, come un effetto di regia, sul dorso di sovrapposizioni successive (stilizzazione della messa in scena, angoli di ripresa insoliti, maniacale attenzione al dècor, al sound, alle luci ecc.) che lavorano di continuo la materia ottica grezza, facendo del mostrare – sempre – un evidenziare.

Però che gusto. E poi questo principio di superfetazione, questa grossa ciambella col buco che è il film, ha anche una scusante nella storia che racconta e che si regge su un Assente. Un vuoto in mezzo. Il figlio morto della matrona fatto diventare il fidanzato “lontano” della ragazza straniera, da rimpianto a desiderio. Film di donne e di fantasmi, di crepe e vertigini di cuore, e di manipolazioni, per schermare il dolore, truccare la vita. Ispirato a una novella pirandelliana e ambientato in una villa decadente nell’aspra campagna siciliana (Chiaramonte Gulfi), L’attesa ricorda un po’ il Godot di Beckett e molto L’avventura antononiana, dove la sparizione di Lea Massari era il motore del racconto e la stessa ingegneria poetica del film.

Il cinema di Messina, ancora così acerbo, eppure così vivo e insolente e orgogliosamente borghese, sembra strutturarsi attorno a questo Vuoto, lo guarda e ne ha paura, lo costeggia e lo nasconde, ne sta alla larga. E mette continuamente in scena questa dinamica, i drappi di velluto sugli specchi, le finestre chiuse, la processione mascherata e ovviamente le bugie della protagonista. Brava la Binoche, ma che sorpresa Lou de Laâge! Accattivante la colonna sonora (pezzi originali del regista e pezzi celebri, come Missing di XX e Waiting for the Miracle di Leonard Cohen). Gli uomini sono sempre muti o di passaggio. Il mondo è delle Madonne e per il loro patire. Così oscenamente bello. (Gianluca Arnone, giornalista e critico cinematografico)

➠ II. Sette minuti di applausi hanno accolto al Lido la prima proiezione con il pubblico di L’attesa di Piero Messina, il film con Juliette Binoche in concorso alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia. Commosso, il regista, alla sua opera prima ha abbracciato gli interpreti, fra i quali oltre a Juliette Binoche, Lou de Laâge, Giorgio Colangeli e Domenico Diele. Quello di Messina, è il primo dei quattro film italiani in concorso ad essere proiettato al Festival.

«Questo film ha un impianto visivo importante. La esemplificazione delle immagini che possono far dire che è un film alla Sorrentino la trova superficiale». Così oggi Piero Messina, regista de L’attesa, primo film italiano in corsa per il Leone d’oro a Venezia, liquida la domanda sull’influenza del suo maestro di cui è stato aiuto-regista in This Must be the Place e La grande bellezza. Questo l’unico momento di leggero imbarazzo del regista siciliano nell’incontro stampa sul suo film, che ha diviso la stampa, e che vede due donne Anna (Juliette Binoche) e Jeanne (Lou de Laâge) unite da un lutto da esorcizzare. Anna vive in una grande villa nella campagna siciliana, ancora allestita a lutto, quando riceve la telefonata di una ragazza Jeanne, ragazza del figlio Giuseppe, che l’ha invitata a passare qualche giorno da lui. Anna la invita volentieri anche se il figlio non c’è. È come sparito, ma entrambe sono disposte ad aspettare il suo arrivo che forse non ci sarà mai. «Questo film nasce da ricordi d’infanzia – dice -, da una serie di suggestioni e soprattutto da una cosa che mi ha raccontato un amico, ovvero la storia un padre che, dopo la morte del figlio, aveva deciso di non parlarne tanto che a un certo punto anche chi gli era intorno faceva finta che quel fatto non fosse mai davvero accaduto. È terribile – aggiunge – nei funerali vedere tante persone, anche bambini, che piangono verso un pezzo di legno. Così è anche possibile decidere di credere a una cosa che è al di là della realtà». L’influenza di Pirandello, spiega Messina in questo film che sarà in sala dal 17 settembre in 150 copie distribuite da Medusa, «in realtà c’è stata poco. Ho scritto decine di stesure delle sceneggiatura e solo alla fine mi hanno indicato il libro-tragedia di Pirandello La vita che ti diedi e la novella La camera in attesa. Due testi che mi hanno comunque aiutato».

La partecipazione della Binoche, spiega il regista nato a Caltagirone nel 1981,«era inizialmente solo un sogno che poi si è avverata mentre per Lou De Laâge l’ho scoperta solo alla fine di un lungo casting. E mi ricordo che mi aveva fatta anche arrabbiare perché era arrivata al provino in ritardo, ma poi, appena ha iniziato a leggere qualcosa della sceneggiatura ho capito che era proprio lei quella giusta». Sulla difficoltà di rendere credibile la storia di una scomparsa all’epoca dei cellulari e social network, spiega Messina: «Ci abbiamo riflettuto a lungo su questo problema tanto che avevamo pensato inizialmente di fare un film in costume. Poi abbiamo riflettuto che forse non era un problema così insormontabile. Ci sono sempre le segreterie telefoniche per comunicare con una persona che non vuole essere raggiunta». Il fatto è che «nel caso di questi personaggi c’è molta autoillusione. Sono persone che non vogliono davvero andare a vedere cosa c’è dietro quella porta. È il caso di Jeanne che fa solo piccoli passi verso quell’entrata per ritardare di aprirla davvero».

➠ III. L’atmosfera è vicina a quella lattiginosa di Sils Maria, recente film con Juliette Binoche, e anche l’empatia sviluppata tra due donne (nel lavoro di Assayas era Kristen Stewart) ne ricorda vagamente l’intreccio, anche se nell’opera d’esordio di Piero Messina, L’attesa, ad incontrarsi, in un claustrale dramma da camera bergmaniano, sono una madre e la fidanzata del figlio. Rispetto alle nuvole che formano il “serpente del Maloja”, Messina racconta i fantasmi interiori che non si disperdono in convenzionali vedute paesaggistiche, come nella pellicola francese sopra citata, ma si raccolgono, stretti, intorno a oggetti, feticci, involucri e stanze vuote, tra silenzi ovattati e virtuosismi stilistici.

La storia prende avvio nel mezzogiorno italiano della controra, in cui uomini e donne devono fare i conti con i propri tormenti e con insidiosi demoni meridiani portatori di allucinazioni nell’assolata terra sicula. Mentre in una folcloristica città sicula incombono i preparativi per la processione pasquale chiamata “a giunta”, Anna (Juliette Binoche), prefica dal fascino magnetico, si sostituisce fin dalla prima sequenza al Cristo morente per adempiere alla sua personale passione; perché il lavoro di Messina, manierista con gusto sopraffino, parla proprio di una passione al femminile, come ci dimostrano i continui riferimenti ad una donna inquieta con gli occhi sempre lucidi e il costume locale delle processioni che scortano il Cristo sofferente per gli stretti vicoli. Sappiamo tutto già dall’inizio, nulla della storia è precluso, anzi, viene portato alla luce grazie a quelle che sono continue e volute inverosimiglianze, costruite «ad hoc» per sospendere l’incredulità e trasportare lo spettatore in una Shangri-La onirica che coincide con l’intimo turbamento della perdita.

L’attesa riflette infatti sulla rielaborazione del lutto e lo fa utilizzando uno stile barocco e sfarzoso, facendo del ralenti e delle sequenze-madri i suoi cavalli di battaglia. Nella sua “stanza del figlio”, più elegante e pomposa di quella di Moretti, il rigore drammaturgico è sostituito dall’abilità tecnica che illustra le pene obbligate da scontare per la madre addolorata. Quasi riproponendo per immagini la teoria freudiana del lutto e della malinconia, Anna accoglie con affetto materno la ragazza del figlio assente – anche la giovane è giunta da Parigi per incontrarlo – e cerca di trattenere nell’animo esacerbato – le è appena morto il fratello – uno spiraglio di speranza prima di affrontare da sola il dolore della perdita. In tal sede è impossibile svelare altro senza ricadere in un fastidioso «spoiler», per cui si prenda per buono il discorso sull’accettazione del lutto e le strategie che utilizza l’inconscio di Anne per metabolizzare la scomparsa.

Per il cineasta siculo la partecipazione al Festival di Venezia è una delle tre prime volte, dopo il successo raggiunto con il cortometraggio Stidda ca curri, vincitore del 50° Taormina Film Festival; a questo si aggiungono gli altri battesimi del fuoco: il primo lungometraggio girato e la direzione di un’attrice premio Oscar del calibro di Juliette Binoche. Liberamente ispirato alla pièce teatrale di Luigi Pirandello La vita che ti diedi e impregnato di umori ancestrali, il film di Piero Messina ambientato nella sua Sicilia, avvolta dalla “paesana” (la nebbia), è una scommessa vinta, nonostante parte della critica non gli perdoni la vicinanza espressiva ad un autore come Paolo Sorrentino di cui è stato assistente di regia. Ciò che gli altri sostengono debba scorgersi in filigrana, Messina lo fa traboccare, con un tripudio di effetti estetizzanti e continue sovrapposizioni di luci e suoni, in superficie, esteriorizzando i sentimenti e raccontando l’assenza con la sovrabbondanza stilistica, il vuoto con il pieno. L’attesa vive così nel tempo lungo e ininterrotto della coscienza, intervallato dall’affiorare del volto sofferente e magnetico di Juliette Binoche e di quello ingenuo di Lou de Laâge. Nulla si può immaginare perché il lutto si fa spettacolo in un triumphus mortis che è sinestetico, profondo e sempre presente, fino alla fine.

Il film ha il potere di incantare perché a volte, forse, le emozioni possono amplificarsi se incanalate attraverso l’artificio tecnico del virtuosismo che non è necessariamente una strategia di autocompiacimento, ma la scelta obbligata di rimanere ancorati al proprio immaginario di appartenenza, alla propria scuola di pensiero per ribadire massima coerenza stilistica e libertà di espressione.