Proiezione del film «La fine del gioco»

Set

04

Ora: 19.15
Luogo: Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», situato al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

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Regia: Gianni Amelio. Durata: 55′. Trama: Dopo la visita in un riformatorio in Calabria, un giornalista televisivo fa un viaggio in treno con il dodicenne Leonardo, da lui scelto come rappresentante tipico di ragazzo succube della devianza minorile. Leonardo parla con sincerità, lontano dalle telecamere, ma trova nel giornalista un mero interesse professionale. Gli si ribella, ne mette in crisi il ruolo e se ne va. Girato a Catanzaro.

La fine del gioco

Il primo film di Gianni Amelio: «La fine del gioco», è bello, uno dei suoi più belli… In una intervista del 9 agosto 2015 sul «Fatto Quotidiano» Gianni Amelio parla della sua carriera e della sua vita, e cita «La fine del gioco».In quegli anni, 1968-1974, ho diretto – confida Italo Moscati, scrittore, regista, critico teatrale e cinematografico, sceneggiatore che ha collaborato con Liliana Cavani (scrivendo tra l’altro «Il portiere di notte»), Luigi Comencini e Giuliano Montaldo – il cinema degli Sperimentali della Rai, e produssi una quarantina di lavori, tra cui per primo quello del debutto di Gianni; aggiungo per inciso che chi firma nei titoli di testa la produzione, lo ha fatto e lo fa come ‘esecutivo’, come altri amici con cui abbiamo lavorato. Gianni ha spesso ricordato il precedente che fu seguito da due film: «La città del sole», dedicato alla sua Calabria, e un back stage su «Novecento» di Bernardo Bertolucci, un bel documentario, anzi molto di più. Diventammo amici e ogni volta, che ci vediamo, festeggiamo quei giorni. Anni dopo, in occasione di un importante convegno a Torino, fu lui a chiamarmi per raccontare quel periodo e la nostra collaborazione, in mezzo a funzionari e dirigenti che non sapevano nulla, o non volevano saperlo, di quegli inizi, di quei momenti, in cui abbiamo imparato tante cose: ad esempio che il cinema è una cosa seria, da amare”.

Cinedibattito: infanzia difficile, valore pedagogico di un istituto correzionale, invadenza e strumentalizzazione giornalistica

Recensioni

I.

► Sulle incerte prospettive di un cinema verità votato al sociale, Gianni Amelio esordisce con questa opera prima per la RAI che sperimenta una sorta di ricostruzione cinematografica ‘dal vero’ di un reportage giornalistico sul disagio e la difficile esperienza di vita di un dodicenne, orfano di padre, recluso in un istituto correzionale e sui suoi complicati rapporti familiari. Distinto nei due momenti dell’intervista ‘ufficiale’ all’interno del riformatorio e delle esternazioni ‘spontanee’ al giornalista (un giovane Ugo Gregoretti) che lo accompagna in treno verso la casa materna, è un apprezzabile, ma non del tutto riuscito tentativo di teorizzare e misurare l’obiettività del mezzo cinematografico entro la dimensione di un resoconto credibile di una difficile realtà sociale non già attraverso un approccio diretto con il giovane protagonista, ma seguendo il percorso inverso di una elaborazione romanzata di questa ricostruzione, una ricognizione artificiosa di momenti ‘dal vero’ (la selezione del candidato ideale, la pretesa del giornalista di un comportamento naturale da parte dell’intervistato, gli slanci insinceri di una simulata diffidenza, l’uso capzioso del dialetto o quello altrettanto improbabile di un italiano corretto) che segna da un lato il fallimento di qualsiasi elaborazione verosimile di una realtà che non sia la realtà stessa (utopia che si era già eclissata alla fine degli anni ’60) e dall’altro tradisce la lezione pasoliniana sugli effetti di distorsione e manipolazione del mezzo televisivo, laddove lo stesso regista friulano si era cimentato in una documentazione esemplare e priva di filtri sulla controversa realtà del disagio giovanile e sullo spaccato sociale di un’Italia a due velocità attraverso memorabili interviste televisive confluite in una preziosa indagine sociologica («Comizi d’amore» – 1963). A parte questi limiti formali, l’autore calabrese rivela già una spiccata sensibilità per un tema difficile come il valore pedagogico di una istituzione pubblica quale il riformatorio (la RAI di allora sembra essere assai più moderna e libera di quella attuale) e per un mondo dell’infanzia colto in una condizione dolente di solitudine e di emarginazione sociale. Da rispolverare. (Fonte: http://www.filmtv.it/film/2759/la-fine-del-gioco/recensioni/728319/#rfr:film-2759)

II.

►«La fine del gioco», esordio alla regia di Gianni Amelio, può essere visto come un ideale corollario al capolavoro «I 400 colpi» (Les Quatre Cents Coups = Fare il diavolo a quattro, o meglio: Combinarne di tutti i colori) di François Truffaut. Come Antoine Doinel, «alter ego» del regista, Leonardo, il piccolo protagonista del film, si caratterizza per la spavalderia ribelle, il cipiglio determinato, la provocatoria intelligenza, l’innocenza infranta, la finta ingenuità, l’atteggiamento sospetto, ma curioso, la medesima voglia di crescere lontano e libero dagli adulti che gli hanno procurato solo amarezze e delusioni. Amelio sembra prendere spunto, in particolare, dalla bellissima sequenza del lungo colloquio tra la psicologa ed Antoine in cui Doinel racconta candidamente la sua infanzia irregolare e sfortunata, alle prese con genitori assenti e del tutto disinteressati, per i quali era avvertito esclusivamente come un peso da scaricare ad altri. Con stile rigoroso ed essenziale, quasi documentaristico, il regista osserva, studia, segue il suo protagonista e ci offre un quadro lucido ed efficace di una realtà dolorosa (quella dei riformatori) troppo spesso dimenticata o, peggio ancora, ignorata, dalla stessa tv che dovrebbe fare il servizio (emblematica la sequela di domande che Leonardo fa al suo interlocutore chiedendogli: «Avete controllato anche le celle del rigore? Avete visto come viviamo? Come mangiamo? Se mangiamo sporco? Avete visto anche come beviamo? Se ci fa freddo? Dove dormiamo? Questo non lo avete visto, no! Questo per la televisione non è importante!»), nonché il ritratto partecipe, credibilissimo ed affettuoso di un fanciullo problematico, ma assai brillante, sventurato, ma non rassegnato.

Ci sono poi il tema del viaggio e quello del rapporto tra un adulto e un ragazzino, temi che torneranno spesso nei film del regista calabrese (basti pensare ai suoi due titoli più celebri “Il ladro di bambini” e “Le chiavi di casa”). Non manca, infine, una critica netta, in anticipo sui tempi, su certo tipo di televisione che invade avidamente la privacy delle persone, pur di fare spettacolo. In fondo è evidente che all’intervistatore, interpretato dal regista Ugo Gregoretti, poco interessa della situazione critica di Leonardo, nonostante invano cerchi di rassicurarlo sulla serietà, la bontà e l’importanza di quello che stanno facendo, ribadendogli che non lo considerano “un fenomeno da circo” e che «vogliamo che i tuoi problemi vengano risolti e stai tranquillo che in televisione nessuno ti guarderà come fossi Rivera, Rin Tin Tin o che so io!» (ma Leonardo, in più occasioni, con la spontaneità, la semplicità e la sfacciata sincerità tipica dei ragazzini, gli rinfaccia l’opportunismo strumentale dell’operazione). Basti vedere poi come Gregoretti, ogni volta che Leonardo gli racconta qualcosa di particolare, di inconsueto o di interessante, prenda immediatamente il microfono e cerchi di farglielo ripetere per registrare le sue dichiarazioni ed impressioni, invitandolo inoltre a parlare in italiano e non in calabrese, in modo che tutti gli spettatori possano capirlo. O l’indifferenza professionale che mostra quando Leonardo gli dice che il direttore del riformatorio ha allestito con ogni attenzione i locali (le tovaglie ai tavoli, le coperte ai letti, le piante nei corridoi), giusto per fare bella figura di fronte alla televisione, quando nel quotidiano la realtà è ben diversa e molto meno edificante. E poi quel viaggio in treno per consentire l’incontro tra Leonardo e la madre che altro è se non un’anticipazione dei vari «Carramba» e soci? Ed infatti Leonardo chiede: «Ma mia madre lo sa?». «No, gli facciamo una sorpresa!», risponde il regista. Mai sottovalutare però l’intelligenza dei bambini. Leonardo, non appena il treno si ferma, approfittando del fatto che il suo interlocutore si è addormentato, scende ad una stazione, da solo, e va con il suo zainetto. Non gli interessa rivedere la madre. Preferisce continuare per la sua strada: «A casa non ci vuoi stare?». «No». «E nell’istituto nemmeno?». «No». «E dove vuoi stare?». «Fuori!». Si è stancato di quella lunga intervista. La fine del gioco, appunto. Quel gioco organizzato «ad hoc» per lui, con cinismo, dalla Tv che può comunque continuare a giocare. Senza di lui però, irrimediabilmente da sola, in un ironico e sorprendente contrappasso. Uno scherzo quasi geniale e sottilissimo, organizzato da Amelio, paradossalmente, proprio con un film commissionatogli dalla Tv. (Fonte: http://www.filmtv.it/film/2759/la-fine-del-gioco/recensioni/328471/#rfr:film-2759)