«La strada verso casa»: 1ª Serata cinematografica con «cocktail» (110)

Gen

19

Ora: 19
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

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➊ Ve 19 gen 2018

La Serata cinematografica, con la proiezione del film «La strada verso casa» (titolo orig.: «Lion»), la cineconversazione «Non solo social: la cibernetica come adiuvante nella vita di tutti i giorni» e il «cocktail», la 1ª Serata ideata all’interno della 6ª edizione del CineCircolo con il motto: «I giovani con la ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», l’edizione ispirata al documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», che si celebrerà ad ottobre, ma anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta, a titolo gratuito, a tutti, soci, sostenitori, amici, vicini e lontani − la 110ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014, senza contare altri eventi e iniziative.

«La strada verso casa»

Regia: Garth Davis. Genere: Drammatico. Paese: USA/Australia/Gran Bretagna. Anno: 2016. Durata: 129′

Trama: Il ritorno tormentato di un figlio adottivo alla sua famiglia d’origine tra benessere, povertà e radici incancellabili. Un’epopea meravigliosa, un viaggio avventuroso tra India e Australia e che riesce a dare un nuovo senso alla parola «famiglia». Una coinvolgente ricerca esistenzialista e un insostenibile richiamo delle origini.

♦ Cineconversazione

Non solo social: la cibernetica come adiuvante nella vita di tutti i giorni

Programma della Serata

  1. Video musicale: BTS (방탄소년단) ‘DNA’ Official MV (4:13′)
  2. Presentazione della 6ª edizione del CineCircolo
  3. Note sul film e l’argomento della cineconversazione
  4. Proiezione
  5. Cineconversazione: «Non solo social: la cibernetica come adiuvante nella vita di tutti i giorni»
  6. Comunicazioni relative al Circolo ed annuncio del prossimo evento
  7. Recita della Preghiera di Papa Francesco per i giovani (Sinodo 2018)
  8. Foto di gruppo e «cocktail» [In sottofondo il video musicale: «Bienaventurados los misericordiosos…» – Inno della GMG Cracovia 2016 (6:00′)]

Recensione

✺ Garth Davis riesce ad evitare le trappole presenti nel soggetto, puntando su un elegante realismo. Nel 1986, il piccolo Saroo di cinque anni, decide, una notte, di seguire il fratello più grande non lontano da casa, nel distretto indiano di Khandwa, per trasportare delle balle di fieno. Non resiste, però, al sonno e si risveglia solo e spaventato. Sale in cerca del fratello su un treno fermo, che parte, però, prima che lui riesca a scendere e percorre così 1600 chilometri, ritrovandosi a Calcutta, senza nessuna conoscenza de bengalese e nessun modo per poter spiegare da dove viene. Dopo una serie di peripezie, finisce in un orfanotrofio e viene adottato da una coppia australiana. Venticinque anni dopo, con l’aiuto di Google Earth e dei suoi ricordi d’infanzia, si mette alla ricerca della sua famiglia.

Sulla carta, una storia del genere pareva presentarsi da sola, restava da decidere se aver voglia o meno di piangere tutte le proprie lacrime per una versione ancora più incredibile, per quanto vera, e magari narrativamente più piatta, di The Millionaire. I meno scettici si potevano aggrappare al nome del regista, Garth Davis, artefice della maggior parte dei bellissimi episodi di Top of the lake, per sperare in qualche sorpresa. Per una volta, invece, c’è di più. Tutta la prima parte, che vede protagonista il piccolo Sunny Pawar, ha un che di magnetico. Si resta incollati alla forza d’animo del bambino, al suo sguardo attento, al suo cuore gonfio, mentre viene catapultato suo malgrado dal nulla della casa d’origine alla vastità della megalopoli e della sua disumanità. Davis racconta bene come lo sguardo di Saroo si aggrappa a quello degli altri bambini, in cerca di una fratellanza, sullo sfondo di un mondo adulto ambiguo se non meschino.

Lion è perciò un oggetto particolare, un film “da Oscar” che dei film “da Oscar” evita più o meno tutti i soliti difetti. Un grande narrazione a lieto fine, sì, ma nel quale il risarcimento emotivo non è completo e lascia dietro di sé e nello spettatore degli strascichi forse non contemplati; un film in cui le immancabili “rimonte” di sceneggiatura, tipiche del genere, sono gestite con eleganza non comune, senza che quasi che ne accorgiamo, e così il destino di Saroo è raccontato come una storia nella storia, quella di un cucchiaio immaginario che diventa un reale e anglofono “spoon” e del quale si deve liberare, tornando ad usare il naan, il pane indiano, come un cucchiaio, per poter tornare a toccare il proprio sé. L’India stessa, infine, non è quella povera, ma colorata e pop di Danny Boyle, è più vera o per lo meno credibile: c’è infatti una ricerca di verosimiglianza, che si trova anche nell’estremo avvicinamento della coppia Nicole Kidman-David Whenam alla coppia vera della storia vera che ha ispirato il film, che non è francamente richiesta ad un prodotto di questo tipo, però fa la differenza.

Nella seconda parte, il discorso cambia: l’ellissi è molto, forse troppo, ampia, e affidare il riemergere del passato di Saroo ad un jalebi, come ad una Madeleine proustiana, vuol dire tirare un po’ la corda. Subentrano nuove tematiche, legate alla nuova famiglia, al destino della madre e alla figura di Mantosh, il fratello “diverso”, l’altra faccia della favola dell’adozione. Troppo materiale, forse; che sarebbe stato perfetto per lo spazio concesso ai personaggi tipico della nuova serialità, meno, invece, per un pezzo di film che comincia e finisce altrove. Eppure, la seconda parte è importante, è il vero viaggio del film, sviluppato con qualche insistenza di troppo (il “ritorno” ad una condizione trasandata e disperata del personaggio di Dev Patel non era affatto necessario), ma sempre al riparo dal pericolo, pur presente, di grossolani scivoloni nel mélo. (Marianna Cappi)

✺✺ (…) E’ un film che racconta la vera storia di Saroo Brierley, un uomo del nostro tempo che a soli cinque anni si è perso lontano dal suo villaggio indiano di Ganesh Tilai, è poi sopravvissuto da solo negli slum di Calcutta per qualche tempo ed è stato infine adottato da una famiglia australiana dove è successivamente cresciuto e ha potuto studiare senza particolari difficoltà. Diventato adulto Saroo riesce con l’aiuto di Google Earth e di una tenacia simile per molti versi all’ossessione personale a ritrovare la sua famiglia d’origine in India. Il regista australiano Garth Davis prende in mano questa storia realmente accaduta e raccontata nell’autobiografia di Saroo, ‘A Long Way Home’, e la trasforma in un film in due tempi, molto diverso in ciascuna delle due parti, che però riesce continuamente a permearsi della malinconia del suo personaggio principale Saroo (Dev Patel) e che avverte per una vita che non sente mai completa senza il ritrovamento delle proprie radici.

Lion nella prima ora di pellicola è soprattutto un racconto avventuroso, cioè ci porta nella miseria degli slum dell’India, tra pericoli, povertà, degrado, e raccontando allo stesso tempo sia la difficoltà di crescere in simili condizioni, sia il sentimento di sicurezza e il conforto che deriva pur nella povertà assoluta dall’avere una famiglia comunque unita e capace di cura.

È questo forse il momento più autentico del film, che pur essendo una grossa produzione con attori ultrapremiati e ultraconosciuti riesce, grazie soprattutto alla recitazione del piccolissimo attore Sunny Pawar (Saroo giovane), a mostrarci un’India meravigliosa nella sua miseria e molto spietata nel sottoporre un essere fragile come un bambino di cinque anni alla solitudine di una grande città e all’indifferenza, quando non alla crudeltà totale, degli adulti. Meno convincente è invece la seconda parte con protagonista Saroo grande.

Qui dominano la scena gli attori Dev Patel, Rooney Mara, Nicole Kidman e David Wenham. Se infatti il tema della famiglia è centrale in tutto Lion, che in tale direzione attribuisce uguale importanza sia a quella di tipo naturale sia a quella di tipo acquisita, nella prima parte esso lascia un maggiore spazio all’avventura in grandi scenari, mentre nella seconda si sofferma sul tormento di un uomo che non si sente completo, perché privo di contatto con le proprie radici.

Forse l’unico difetto di Lion è proprio quello di indugiare troppo in questo secondo aspetto prima di riportarci al brivido, all’adrenalina, alle lacrime e alla disperazione dell’India più povera e problematica. Ed è per questo motivo un’opera che si colloca appena sotto il vero capolavoro. [Alessia Laudati (Nexta)]

Nota

Il film ha ottenuto 6 candidature a Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, 4 candidature a Golden Globes, 5 candidature e vinto 2 BAFTA.