«Joy»: 8ª Serata cinematografica con «cocktail» [147]

Gen

11

Ora: 19-21.30
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

Serata cinematografica, con la proiezione del film «Joy», la cineconversazione «Trovare il proprio ‘posto’ nel mondo: vocazione e direzione» e il «cocktail», l’8ª Serata ideata all’interno della 7ª edizione del CineCircolo con il motto: «Negli spazi abitati dai giovani, per immagini», l’edizione ispirata all’Instrumentum laboris della 15ª assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, al Messaggio di Papa Francesco per la 33ª GMG 2018 dal titolo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30) e all’inno-lode Cantico delle creature di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta, a titolo gratuito, a tutti: soci, sostenitori, amici, vicini e lontani − la 147ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014.

«Joy»

Regia: David O. Russell. Genere: Biografico, drammatico. Paese: USA. Anno: 2015. Durata: 124′

Trama: La storia turbolenta di una donna e della sua famiglia attraverso quattro generazioni: dall’adolescenza alla maturità, fino alla costruzione di un impero imprenditoriale che sopravvive da decenni. Tradimento, inganno, perdita dell’innocenza e pene d’amore sono gli ingredienti di questa storia e saranno un punto di riferimento sia nella vita privata sia nell’ambito professionale. Gli alleati diventano nemici e i nemici diventano alleati, sia dentro che fuori la famiglia, ma il lato più intimo di Joy e la sua fervida immaginazione la aiutano a superare i problemi con cui si dovrà scontrare.

Cineconversazione

Trovare il proprio ‘posto’ nel mondo: vocazione e direzione

Programma della Serata

  1. Videoclip «Mamma mia! International Tour – Liverpool» (3:04’)
  2. Note sul film e presentazione del tema della cineconversazione + video «’Credo’ nella vita…» di Giorgia (4:09’)
  3. Proiezione
  4. Cineconversazone «Trovare il proprio ‘posto’ nel mondo: vocazione e direzione»
  5. Comunicazioni relative al Circolo ed annuncio del prossimo evento
  6. Recita della Preghiera della 34ª GMG (Panama, 22-27 gennaio 2019
  7. Foto di gruppo e «cocktail» [In sottofondo «Mamma mia!» – Finale (8:41’)]

♦ Recensioni

♣ Joy, tratto dalla storia vera di Joy Mangano, segue le vicende di una casalinga statunitense che è riuscita a farsi strada nel mondo del business grazie ad una serie di invenzioni per la casa, innovative e particolari, non senza ostacoli e problemi sia sociali che economici. Voce narrante e presenza importante è la nonna di Joy (Diane Ladd), che da sempre ha avuto fiducia nelle capacità della nipote.

Jennifer Lawrence, nei panni di Joy, offre, come sempre, una prova di recitazione impeccabile, coinvolgendo lo spettatore nella sofferenza e nella frustrazione della protagonista, derivante dal fatto che in campo economico e giuridico ci sia un divario enorme tra coloro che ‘possono’ e ‘non possono’ avere successo. Affidarsi agli altri in questo caso è, come si dice, ‘a tuo rischio e pericolo’.

Joy: personaggi che conquistano accanto a una protagonista convincente

A condividere le vicende di Joy c’è la sua famiglia al completo, un gruppo notevole di personaggi ben caratterizzati che bucano lo schermo, da l’ex marito della protagonista (Edgar Ramirez), un latinoamericano troppo impegnato a cantare e a diventare il nuovo Tom Jones per andare a lavorare e mantenere la famiglia, a Trudy (Isabella Rossellini), la nuova fidanzata del padre di Joy, una signora ambigua e a tratti illogica nel suo modo di pensare, che fa ridere e allo stesso tempo riflettere. La madre e il padre di Joy (Virginia Madsen e Robert De Niro) sono dotati di uno spessore e di un’umanità incredibili nei loro numerosi difetti e mentalità ristretta, che potrebbero risultare quasi sopra le righe se non fosse per un carattere così ben strutturato da renderli in qualche modo estremamente credibili.

La sceneggiatura carta vincente di Joy

A spiccare sopra ogni altro aspetto del film è però la sceneggiatura, un piccolo capolavoro che si destreggia agilmente tra profondità, leggerezza e ilarità, permettendo allo spettatore di non annoiarsi mai. L’elemento surreale, molto simile a quello de Il lato positivo, funziona in maniera eccellente e offre momenti di pura ilarità che smorzano la frustrazione costante della protagonista, creando una dualità molto piacevole che alleggerisce notevolmente l’elemento drammatico della pellicola.

Le voci inconfondibili di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra condiscono quest’ottimo mix di scene drammatiche, comiche e introspettive che legano lo spettatore al destino di Joy. Dopo Il lato positivo, David O. Russell ci regala per la seconda volta un’opera in perfetto equilibrio, ricca di umanità e di spunti per ragionare sulla vita e sulle relazioni umane.

Joy: una soap opera come sfondo della vita

Il tocco brillante di Joy è indubbiamente la soap opera che la madre della protagonista guarda tutti i giorni della sua vita, una versione ironica di Beautiful, interpretata da famosi attori di soap statunitensi quali Maurice Benard e Laura Wright. La serie rasenta volutamente il ridicolo, portando all’estremo alcune caratteristiche delle soap opera americane per creare situazioni improbabili e dialoghi spassosi, ma è interessante vedere come la madre di Joy prenda come oro colato tutto ciò che dicono, finendo per vivere completamente fuori dalla realtà. Un altro spunto di riflessione che invita a pensare con la propria testa e a vivere veramente, e non attraverso storie raccontate su uno schermo.

Joy: un messaggio per le donne

La pellicola colpisce soprattutto il pubblico femminile, perché ogni donna almeno una volta nella vita si è sentita impotente, sacrificata, costretta a prendersi cura della famiglia e a rinunciare ai propri sogni per mancanza di tempo o perché chiunque intorno le mette i bastoni fra le ruote. Joy diventa così un simbolo, un modo per dire: ‘Ce la puoi fare anche tu, che non sei nessuno’. Il cosiddetto ‘sogno americano’, che è in realtà il sogno di tutti, e che storie come questa fanno credere sia veramente a portata di mano: l’importante è non smettere di lottare. (Valeria Brunori)

 

♠ Nascosta dai ricami della macchina da presa e tradita dallo sguardo del regista, l’urgenza di un film, nelle conseguenze che provoca sulla riuscita del prodotto, costituisce il più delle volte una variante imponderabile nelle mani dell’autore, il quale, da par suo, si ritrova a dover gestire una duplice spinta che vede, da una parte, il bisogno di liberarsi – mettendola sullo schermo – dell’ossessione che ne alimenta il desiderio, e dall’altra, la necessità di ottimizzarla all’interno di un prodotto quantomeno comprensibile, soprattutto quando in gioco ci sono i soldi e gli incassi delle major hollywoodiane. Una schizofrenia che David O. Russell conosce bene, un po’ per le intemperanze caratteriali che a più riprese l’hanno portato sull’orlo del collasso artistico e personale, un po’ perché non sempre l’eccentricità delle sue visioni è coincisa con il pragmatismo di chi lo ha finanziato. E questo, al di là delle valutazioni che si possono fare su una produzione non sempre ben considerata dal pubblico e dalla critica, ci porta dritti al punto di una questione che nel cinema del regista americano è pregnante, e che riguarda appunto la difficoltà di riuscire a compensare dal punto di vista narrativo la propensione a lasciare il campo alla stravaganza e all’eccentricità dei propri personaggi e alle performance di chi li interpreta.

Qui, per esempio, al centro del progetto dovrebbe esserci la voglia di raccontare la vicenda di Joy Mangano e della sua strampalata famiglia, coinvolta nel tentativo di trasformare il talento inventivo della donna in un business miliardario a partire dalla Miracle Mop, il mocio utilizzato per pulire i pavimenti che la Mangano sulla base della sua invenzione riuscì a brevettare e successivamente, grazie alle proprie capacità imprenditoriali, a commercializzare negli Stati Uniti e nel mondo. Trattandosi di un biopic, seppure sui generis per la scelta del regista di raccontare con gli strumenti tipici della commedia, ci si aspetterebbe che Joy salvaguardasse in qualche modo gli aspetti più realistici della storia, operando un bilanciamento delle situazioni tragicomiche di cui il film si compone, con un stile di regia magari orientato a una messinscena volta a privilegiare la verosimiglianza dell’assunto.

Al contrario e come spesso gli succede, O. Russell preferisce complicarsi la vita con una struttura poliedrica e stratificata, per cui a partire dall’espediente della voce fuori campo – quella di Mimi, la nonna di Joy – inserita ad arte (vedere per credere) per giustificare la componente onirica e fiabesca di cui il film si avvale, l’autore si diverte ad affastellare toni (comico, drammatico, surreale e persino grottesco) generi (oltre a quelli già citati, aggiungiamo il gangster movie utilizzato per rappresentare la resa dei conti finale) e rimandi cinematografici (alla commedia classica degli anni d’oro), a cui fa eco sul piano visivo un immaginario a dir poco variopinto che, specialmente nella prima parte, quella caratterizzata dagli inserti televisivi relativi alla soap opera seguita dalla madre di Joy e dai flashback relativi ai trascorsi della protagonista, mette insieme un potpourri di cultura popolare a volte anche kitsch, basti pensare agli orizzonti esistenziali proposti dalle avventure catodiche di Danica e Clorinda a cui la famiglia Mangano fa riferimento e che in qualche modo imita, il più delle volte fantasiosa, quando si tratta di scandire i vari snodi dell’intreccio con cambi di sound che dal classico al moderno mettono insieme Frank Sinatra e i Rolling Stones.

Così se il risultato complessivo è frammentario e discontinuo, con sequenze da ricordare come quella in cui rivediamo insieme Cooper e la Lawrence, e altre, relative per esempio ai personaggi della serie televisiva, ridondanti e dimenticabili, Joy si prende la sua rivincita per la capacità di creare un personaggio come quello di Joy Mangano, davvero memorabile e al quale, dopo tutte le peripezie a cui il destino l’ha sottoposta nel corso della storia, non si può non volere bene, e per l’abilità di alimentare la partita con un contorno di ruoli di secondo piano, ognuno dei quali – da Tony, ex-marito di Joy interpretato da un Edgard Ramirez (Carlos) canterino e sciupafemmine al malinconico e pragmatico Neil Walker, a cui Cooper si presta con naturale immedesimazione – meriterebbe di essere sviluppato a sé stante, magari in uno spin off a lui dedicato. Così come di presentarci un ensemble attoriale talmente in palla da far pensare che per Russell i film non siano altro che il mezzo per aggiornare un album personale in cui Joy e la sua banda figurano come autentici campioni d’umanità. Un’impellenza che per Russell conta più d’ogni altra forma di coerenza. (Carlo Cerofolini)

 

♥ La fiaba di una cenerentola moderna sorretta dalla straordinaria versatilità di Jennifer Lawrence, protagonista assoluta. Joy è una cenerentola moderna: sogna un principe, ha una sorellastra che non perde occasione per denigrarla, e passa gran parte della giornata con le ginocchia a terra, a passare lo straccio sul pavimento. Sarà proprio il brevetto di un mocio a portarla dalle stalle alle stelle, ma la strada sarà tutta in salita, costellata di tradimenti, delusioni e umiliazioni, un po’ come nelle soap opera che la madre, malata immaginaria, guarda giorno e notte, confondendo il sonno di Joy e annullando il confine tra fantasia e realtà. 

La prima parte dell’ottavo film di David O. Russell intriga e cattura, pur mostrando apertamente i caratteri stilistici e narrativi che ne pregiudicheranno il proseguimento: su tutti la confezione fiabesca in voice over del racconto fatto dalla nonna. La confusione che regna nella famiglia, nella casa e nella mente della protagonista è un caos buono: anticamera possibile di un incubo quasi lynchiano (Isabella Rossellini ci sta d’incanto), quadretto grottesco dai costumi fuori luogo e dal trucco indelebile (alla Falcon Crest, appunto) e prologo audace nel quale la lettura del letargo della cicala si abbatte sul personaggio interpretato da Jennifer Lawrence con la forza di un’epifania traumatica, risvegliandola dal coma del desiderio e dell’azione. 

Sfortunatamente, non si esce mai dalla soap, e anzi: con l’avanzare del film e della trasformazione del personaggio, il regista si addentra consapevolmente in un territorio, quello del linguaggio televisivo, che rischia di trascinarlo con sé e oppone il cinema solo a parole, con l’infelice sequenza in cui il giovane producer Neal spiega a Joy il mondo delle televendite citando Selznick (David O.) e altri grandi produttori e tycoon che hanno fatto la storia del cinema americano. Quando, nella sequenza texana filtrata attraverso la lente del moderno western, dopo il dialogo ridicolo tra Joy e l’uomo col cappello che credeva di poterla fregare, il regista interrompe il piano americano della pistolera solitaria per non svelare i fianchi abbondanti della star, capiamo che non c’è verità possibile nel registro scelto per Joy, ed è allora che scende a pacificarci con noi stessi una bianca spruzzata di neve finta. 

Quattro montatori accreditati non sono evidentemente bastati per far convivere in maniera fluente e credibile la fiaba della ragazza che non ha mai smesso di sognare, l’autentica scalata imprenditoriale di Joy Mangano, la donna che ha creato un impero dal nulla, e l’immaginario cinematografico a metà tra melodramma e working class movie. Come nella finzione, tocca che la Lawrence faccia da tutto da sola e non le difettano certo capacità e versatilità, ma l’occasione è sostanzialmente mancata. (Marianna Cappi)