«Il grande silenzio»: 6ª Serata cinematografica con dibattito (83)

Mar

24

Ora: 18.45
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

Ve 24 mar 2017

La 6ª Serata cinematografica con la proiezione del film «Il grande silenzio» di Philip Gröning, ideata all’interno della 4ª edizione del CineCircolo, il cui leitmotiv è: «’Sorella’ Terra per immagini», l’edizione ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta a tutti − l’83ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, a partire dal 10 gennaio 2014.

❻«Il grande silenzio»

Regia: Philip Gröning. Paese: Germania e Svizzera. Genere: Documentario. Anno: 2005. Durata: 164′.

Programma della Serata

  1. Ascolto dei brani dell’enciclica «Laudato si’» (nn. 235-237) [Audio-libro realizzato nel 2016 dall’editore Luca Sossella ed accompagnato da una guida alla lettura e all’ascolto del testo, scritta da Antonio Spadaro SJ, direttore di Civiltà Cattolica]
  2. Nelle paludi di Venezia Francesco si fermò a pregare e tutto tacque il testo tratto dalla Leggenda maggiore di s. Bonaventura (LegM VIII 9: FF 1154), musicato e cantato da Angelo Branduardi, musicista varesotto, insieme con Teresa Salgueiro, cantante portoghese
  3. Note preliminari riguardanti il regista Philip Gröning, la trama del suo film e il tema del cinedibattito («Il distacco dal mondo e il valore del tempo, del silenzio, della preghiera e del lavoro»)
  4. Proiezione del film «Il grande silenzio» (Intervallo: 10′)
  5. Impressioni, osservazioni e condivisioni sul tema del cinedibattito
  6. Comunicazioni relative al Circolo ed annuncio del prossimo evento
  7. Recita della «Preghiera cristiana con il creato» (Laudato si’, n. 246)
  8. Foto di gruppo e «cocktail»

 

Dall’enciclica Laudato si’

235. (…) Per l’esperienza cristiana, tutte le creature dell’universo materiale trovano il loro vero senso nel Verbo incarnato, perché il Figlio di Dio ha incorporato nella sua persona parte dell’universo materiale, dove ha introdotto un germe di trasformazione definitiva: «Il Cristianesimo non rifiuta la materia, la corporeità; al contrario, la valorizza pienamente nell’atto liturgico, nel quale il corpo umano mostra la propria natura intima di tempio dello Spirito e arriva a unirsi al Signore Gesù, anche Lui fatto corpo per la salvezza del mondo»[Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Orientale lumen, 2 maggio 1995)].

  1. Nell’Eucaristia il creato trova la sua maggiore elevazione. La grazia, che tende a manifestarsi in modo sensibile, raggiunge un’espressione meravigliosa quando Dio stesso, fatto uomo, arriva a farsi mangiare dalla sua creatura. Il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia. Non dall’alto, ma da dentro, affinché nel nostro stesso mondo potessimo incontrare Lui. Nell’Eucaristia è già realizzata la pienezza, ed è il centro vitale dell’universo, il centro traboccante di amore e di vita inesauribile. Unito al Figlio incarnato, presente nell’Eucaristia, tutto il cosmo rende grazie a Dio. In effetti l’Eucaristia è di per sé un atto di amore cosmico: «Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo» [Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003]. L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eucaristico «la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sante nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso» [Benedetto XVI, Omelia nella Messa del Corpus Domini, 15 giugno 2006]. Perciò l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato.
  2. La domenica, la partecipazione all’Eucaristia ha un’importanza particolare. Questo giorno, così come il sabato ebraico, si offre quale giorno del risanamento delle relazioni dell’essere umano con Dio, con sé stessi, con gli altri e con il mondo. La domenica è il giorno della Risurrezione, il “primo giorno” della nuova creazione, la cui primizia è l’umanità risorta del Signore, garanzia della trasfigurazione finale di tutta la realtà creata. Inoltre, questo giorno annuncia «il riposo eterno dell’uomo in Dio» [Catechismo della Chiesa cattolica, 2175]. In tal modo, la spiritualità cristiana integra il valore del riposo e della festa. L’essere umano tende a ridurre il riposo contemplativo all’ambito dello sterile e dell’inutile, dimenticando che così si toglie all’opera che si compie la cosa più importante: il suo significato. Siamo chiamati a includere nel nostro operare una dimensione ricettiva e gratuita, che è diversa da una semplice inattività. Si tratta di un’altra maniera di agire che fa parte della nostra essenza. In questo modo l’azione umana è preservata non solo da un vuoto attivismo, ma anche dalla sfrenata voracità e dall’isolamento della coscienza che porta a inseguire l’esclusivo beneficio personale. La legge del riposo settimanale imponeva di astenersi dal lavoro nel settimo giorno, «perché possano godere quiete il tuo bue e il tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e il forestiero» (Es 23,12). Il riposo è un ampliamento dello sguardo che permette di tornare a riconoscere i diritti degli altri. Così, il giorno di riposo, il cui centro è l’Eucaristia, diffonde la sua luce sull’intera settimana e ci incoraggia a fare nostra la cura della natura e dei poveri.

Nelle paludi di Venezia Francesco si fermò a pregare e tutto tacque

Alle paludi di Venezia poi Francesco arrivò
E in compagnia di un altro frate
Le attraversò…
Fu tornando dall’Oriente
Che in quel luogo si fermò,
venne la sera e tempo fu di pregare.
Stormi di uccelli neri
Sui rami stavano
Ad alta voce cantando…
Pareva che quel fragore
Fosse a lode
Del loro Creatore.
Così Francesco in quelle paludi
Con gli uccelli volle pregare
Ed in mezzo a quella folla
Si incamminò…
Svaniva tra quelle grida
L’eco dei suoi passi,
la voce della sua preghiera…
“Vi prego di volere tacere”
Ed il silenzio sulle paludi calò.
E nessuno più cantò
Sinchè Francesco smise di pregare
E se ne andò (LegM VIII 9: FF 1154)

 Trama

Philip Gröning (n. 1959), regista e sceneggiatore tedesco, autore di tre lungometraggi di fiction (Sommer del 1986, Die Terroristen! del 1993, L´amour, l´argent, l´amour del 2001), passò sei mesi nel silenzio irreale del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi, vicino a Grenoble, per documentare la vita dei monaci certosini e la loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo. Il grande silenzio è il frutto di questa esperienza. Scandito dall’alternarsi delle stagioni, commentato da passi del Vangelo che sintetizzano i precetti dei monaci, intervallato dai primi piani frontali dei confratelli, questo viaggio ipnotico sulle montagne, che toccano il cielo, ha il ritmo lento di un eterno ritorno dal valore mistico, in cui gli atti, i riti e le azioni ricorrenti della “Regola” si sposano e si rispecchiano nella natura. Un documentario-fiume senza commento, lontano dall’estetica televisiva, estremo ed ostico, seducente sul piano formale e privo di qualsiasi finalità apologetica (M. Billi).

Cinedibattito

Il distacco dal mondo e il valore del tempo, del silenzio, del lavoro…

Critica

① “Philip Gröning ama interrogarsi sulle questioni della vita e quelle esistenziali. Infatti, un altro suo film è dedicato alla filosofia (Philosophie, 1998), e anche Nel grande silenzio ha posto un interrogativo più profondo: Perché alcune persone sono attratte dalla vita in convento e sono disposte a portarla ai massimi estremi, come questi monaci ritiratisi sulle montagne francesi in un luogo dove non passa mai nessuno perché loro non accettano ospiti, e non insegnano in nessuna scuola, e che non fanno altro che pregare? In silenzio. «Una scelta incredibilmente radicale! E pensare che se nel paese vicino muore il parroco, loro non possono nemmeno dire la Messa per lui, perché il loro compito è rimanere li dentro. Che estremismo!»” (Elfie Reiter, Il Manifesto, 20 agosto 2005)

② Paziente, il tedesco Philip Gröning ha atteso 19 anni di riprendere in silenzio con una telecamera (120 ore in tutto) il quotidiano, le opere e i giorni della vita monacale. Il risultato è un’esperienza straordinaria che coi volti e lo scorrere della natura, fa del tempo una categoria dello spirito. Ripagato dal successo, l’eloquente viaggio nel paziente, religioso silenzio vive e rimbalza su percezioni, pensieri, associazioni, emozioni del pubblico, come si addice ai grandi spiriti evocatori del cinema (Dreyer, Bergman, Cavalier, Bresson, Resnais ), rispondendo al bisogno di silenzio invocato da Fellini nella Voce della luna” (Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 31 marzo 2006)

Recensione: A un passo dal cielo

Esperienza cinematografica, documentario monastico, saggio di cinema ascetico: formule apparentemente appropriate per Il grande silenzio, film-documento girato da Philip Gröning insieme ai monaci della Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi nei pressi di Grenoble. Soltanto apparentemente però che queste etichette non si adattano del tutto all’opera del cineasta tedesco: c’è qualcosa di più e qualcosa di meno nel suo documentario immersivo. Equipaggiato con una videocamera ad alta definizione e con una cinepresa leggerissima, Gröning si è trasferito per sei mesi nel monastero certosino, cercando di cogliere il trascendente quotidiano che ne scandisce la vita attraverso la descrizione meticolosa dei tempi, delle occupazioni e delle cerimonie religiose dei monaci. Una vita basata sulla regolarità e sulla ripetitività assolute, ma anche scossa da piccoli sconvolgimenti come l’arrivo di due novizi o la partenza di un fratello per Seoul.

Inutile sottolineare che questo approccio radicale genera una sequenza ininterrotta di immagini dotate di una suggestività e di un fascino simili a un sortilegio: quadri di ieratica fissità, squarci ambientali letteralmente prodigiosi, primi piani dei monaci dalla frontalità quasi bizantina, il pulviscolo luminoso sospeso nell’immobilità di un interno. Tutti momenti in cui il cinema sublima in pura visione trascendentale, sciogliendo ogni laccio contingente: qui il cinema è direttamente e immediatamente visione mistica, estasi priva di pathos, ma è nella stessa radicalità dell’approccio – che non può non ricordare quella di Nicolas Philibert e del suo indimenticabile Essere e avere – che si apre una piccola crepa, una impercettibile fessura che col passare del tempo si distende su tutta la superficie filmica.

Lo sguardo del cineasta tedesco sembra spesso risentire dell’eccessiva rigidità imposta dall’Ordine al suo progetto: nessuna voce narrante, nessun commento musicale, nessuna luce artificiale. Regole autenticamente dogmatiche che se da un lato favoriscono l’esercizio di uno sguardo incontaminato (una sorta di splendente grado zero della visione), dall’altro relegano il ruolo di Gröning a osservatore passivo e distaccato, finendo per limitarne le potenzialità empatiche. Il pudore si trasforma in pudicizia e la sobrietà in inibizione, soffocando sul nascere ogni velleità mimetica. È uno sguardo intimidito, insomma, quello che trapela dalle immagini de Il grande silenzio, un atteggiamento visivo quasi rinunciatario, costretto a ritagliarsi faticosamente spazi di autonomia all’interno di un’architettura inesorabilmente opprimente. Lo scollamento tra profilmico (realtà) e filmico (sguardo) non va senza conseguenze: fatta eccezione per le sequenze già menzionate e per la vertiginosa litania del Benedicite – senza dubbio il momento più intenso della pellicola – si ha spesso l’impressione (voluta o meno non ci interessa affatto) che questi fratelli siano veri e propri freaks (si pensi al monologo finale del monaco non vedente, di un semplicismo prossimo al delirio) e che il loro rifiuto del mondo coincida con l’ossessione della certezza e dell’Ordine (“I segni non sono incerti, siamo noi ad essere incerti”; “Se aboliamo i segni, andiamo incontro al disordine” − sono le eloquenti parole dei monaci durante una delle rarissime discussioni collettive all’aperto). Resta comunque l’innegabile malia di immagini potenti e incorrotte, filmate con indiscutibile talento visivo e quasi rubate ad un luogo impervio, silenziosamente arroccato sulle Alpi francesi. A un passo dal cielo.

Alessandro Baratti

http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2005-2006/g/grande_silenzio.htm

 

Intervista con Philip Gröning

Oltre Il grande silenzio (parte prima)

«Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. Solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere».

L’articolo di oggi ci porta dentro il film Il grande silenzio. Difatti, grazie all’ intervista che segue rilasciata dal regista Philip Gröning, potremo percepire le sue sensazioni, ed attraverso le sue parole conoscere simpatici aneddoti avvenuti durante la realizzazione del prezioso documentario. Ho raccolto venti risposte di Gröning, date ad altrettante domande fattegli, che verranno pubblicate in due post, per poter andare oltre la visione della magistrale pellicola. Cominciamo subito ad apprezzare le prime dieci risposte!

  1. Cosa l’ha portata a girare un film sul monastero certosino? Quale è stata la sua motivazione originale?

All’inizio non avevo veramente l’idea di girare un film sulla vita in un monastero; in realtà volevo fare un film sul concetto di tempo. Solo in seguito si è concretizzata in me l’idea di fare un film sulla vita in un monastero. Tra gli Ordini dove è osservato il silenzio, ho trovato quello dei certosini come il più interessante, poiché lì ognuno si tiene in disparte. Vivono in piccole celle con letti di paglia e, come stufa, tutto ciò che hanno è una piccola scatola di latta; si gela immediatamente se si lascia spegnere il fuoco. D’altra parte, c’è una vita comune molto stabile ed intensa. Ogni giorno è talmente organizzato che difficilmente si hanno due ore di tempo per se stessi. Ci sono preghiere anche la notte. È la vita di un eremita, ma in una grande comunità.

  1. Come l’idea di un film sul tempo si è trasformata in un film sul silenzio?

Di fatto, un film “normale” si basa sul linguaggio – e il linguaggio sovrasta il tempo. Credo che l’esperienza più profonda che uno spettatore possa avere quando guarda un film è di avere la percezione del tempo. Di solito questa esperienza è nascosta dalla storia. In un film sul silenzio – un film “silente” – questa esperienza del tempo è portata alla superficie. Non è disturbata da nulla. E questo è direttamente connesso al modo in cui i monaci vivono: in una struttura temporale assolutamente rigida che è fissata in base a quando qualcosa deve essere fatto e alle regole secondo le quali deve essere fatto.

  1. Il suo film si relaziona al tempo su due livelli: noi spettatori abbiamo un senso vero del tempo reale, ma percepiamo anche il cambio delle stagioni.

Chi vive in un unico posto i cui giorni si ripetono sempre, vivrà naturalmente le stagioni in modo più intenso. Immaginiamo di passare la nostra intera vita a guardare fuori dalla stessa finestra verso un segmento di un giardino o una certa montagna – il cambiamento della natura, e del tempo stesso, avranno un significato diverso in noi.

  1. Non solo il tempo, ma anche il valore del lavoro e delle cose sembra sia differente per i certosini.

I certosini vivono in estrema povertà, ma essi sono coscientemente poveri. Ad esempio, il sarto conserva ogni bottone ed ogni pezzo di stoffa. Quando un monaco muore, i suoi bottoni vengono riusati. Nel film c’è una scena dove vediamo la collezione di bottoni nell’officina del sarto. Ci sono anche scatole di fili e anche il più piccolo scampolo utilizzabile della tonaca di un monaco viene riciclato. Se si guardano attentamente le tonache, si può vedere che spesso sono cucite con molteplici pezzi. Di base nulla viene gettato via. E tutti i proventi che non vengono spesi entro la fine dell’anno vengono donati. Non hanno mai un surplus di denaro.

  1. È questa una filosofia?

Si. Mi ricordo che una volta buttai via qualcosa. Non mi ricordo cosa. Il sarto venne immediatamente a cercarmi e mi chiese perché lo avevo fatto. Non avevo avuto rispetto per il fatto che ciò che avevo buttato una volta era stato lavorato dalle mani di qualcun altro? Perché avevo pensato fosse qualcosa di inutile? Questo non ha nulla a che fare con la parsimonia,ma con l’attenzione. L’attenzione con cui ognuno qui si rapporta con ogni cosa: con gli oggetti, con il tempo, con se stesso, con l’anima.

  1. Perciò non è un assoluto voto al silenzio?

La Regola dei certosini è che bisogna parlare il meno possibile. Ci sono alcuni luoghi dove non è permesso mai di parlare: nella cappella, nell’anticamera, nei corridoi. Al contrario, ci sono altri luoghi dove è espresso desiderio che si parli, ad esempio nelle passeggiate domenicali. Comunque, ognuno deve mantenere la propria sfera di solitudine. Per questo motivo le stanze sono così grandi. Se qualcuno sta tagliando le verdure nella cucina, un’altra persona che sta anch’essa tagliando le verdure dovrebbe sentirsi così lontana dall’altra da dimenticare praticamente la sua presenza. Questo è chiaramente un meccanismo per rendere più facile l’osservazione del silenzio. In questa atmosfera ho cercato di muovermi il più silenziosamente e lentamente possibile. All’inizio di una ripresa, la cosa più difficile era il rumore che io stesso stavo facendo. Nel silenzio che regna lì, ogni ticchettio o stridore di un oggetto appare oltraggioso. Ho trovato insopportabilmente rumorose le stoffe della mia veste che si sfregavano tra di loro.

  1. È stata un’idea molto efficace drammaturgicamente quella di accompagnare un novizio che è inizialmente un corpo estraneo nella comunità.

Ma è avvenuto per puro caso. Ero appena arrivato ed avevo eseguito una o due riprese dell’architettura del luogo quando fui informato che qualcuno nuovo sarebbe arrivato la mattina successiva alle 9 ed è quello che essenzialmente ho filmato. Ho creduto che fosse troppo presto per me e che non mi sentivo ancora molto sicuro nel documentare un avvenimento così intimo, ma non sapevo se avrei avuto un’altra occasione…

  1. È stato lui l’unico ad essere ammesso durante quel periodo?

No. Altri quattro sono stati ammessi nei cinque mesi che ho vissuto lì. Non tutti sono rimasti. Ci sono molti che pensano che vogliono diventare monaci, ma poi capiscono che non è realmente la cosa giusta per loro. Direi che circa l’80% dei novizi abbandona. E del restante 20%, alcuni vengono mandati via dai monaci.

  1. Non è terribile essere mandati via dal monastero?

Nella cerimonia di ammissione è detto chiaramente che ognuno ha il diritto di andarsene – e che la comunità ha anch’essa il diritto di far andare via. È anche una protezione per i postulanti: se i monaci vedono chiaramente che il postulante non può vivere in un Ordine così rigido, viene mandato via. All’inizio ho provato a convincere i monaci che erano contrari al mio film che questo sarebbe stato una sorta di pubblicità per il loro monastero, ma questo tipo di idea è totalmente assurda per i certosini. Non c’è niente di peggio che avere un monaco che entra nell’Ordine e poi, dopo forse 25 anni, si rende conto che questo non è realmente il suo tipo di vita. Cosa farebbe allora? Inoltre, nessuno nell’Ordine certosino si preoccupa della sopravvivenza dell’Ordine stesso. È esistito per quasi mille anni, ma se Dio decide che domani deve avere termine, allora che sia.

  1. Perché ha deciso di non usare alcun commento con voce fuori campo?

Non si può usare il linguaggio per descrivere un mondo che funziona fuori dal regno del linguaggio. I monaci cercano di approfondire la loro comprensione delle cose. Posso solo sperare che lo spettatore sperimenti qualcosa di simile, ma ovviamente questo non può funzionare se io immediatamente offro spiegazioni per ogni cosa che vediamo. È stato per me chiaro che questo sarebbe stato un film sul vedere le cose ed ascoltarle in modo preciso. Certamente, nel montaggio i commenti sono impliciti … Naturalmente… ma hanno una qualità differente. Attraverso il montaggio lo spettatore è lasciato da solo a capire ciò che vede e sente, quando è giorno e quando è notte… Era quello che volevo, ma non un film silenzioso. La colonna sonora è molto eccitante. Si cominciano ad ascoltare le cose differentemente nel monastero, e a vedere le cose differentemente. Attraverso il silenzio gli oggetti diventano la propria controparte, come i bottoni del sarto, ad esempio.

Posted on 21 maggio 2012 by cartusialover

https://cartusialover.wordpress.com/2012/05/21/oltre-il-grande-silenzio-intervista-con-philip-groning-parte-prima/

Oltre Il grande silenzio (parte seconda)

Eccovi la seconda parte dell’intervista, con le restanti dieci domande e relative risposte. Spero di avervi offerto una significativa testimonianza atta a fare da corollario alla sempre godibile visione del film capolavoro Il grande silenzio.

11    Come spettatore, spesso, non si comprende subito cosa i monaci stiano facendo.

Va bene per me! Il mio film non deve rispondere a tutte le domande. Se sveglia l’interesse dello spettatore, allora questo può andare su internet e fare una ricerca da solo. Oggi siamo letteralmente inondati dalle informazioni. Ciò che stiamo perdendo – e che bisogna trovare da soli – è il significato delle cose. Il mio film vuole anche essere un film sullo spettatore stesso, sulle sue percezioni, i suoi pensieri, per focalizzarsi su se stesso. È anche un film sulla contemplazione. Pensiamo soltanto che i monaci passano circa 65 anni della loro vita lì – 65 anni in cui ripetono gli stessi rituali giorno dopo giorno. Non posso spiegare il significato di ciò ad ogni spettatore, e si può solo averne un’idea almeno attraverso le ripetizioni nel film. Questo è l’unico modo con cui sono stato capace di girare questo film: non dando allo spettatore alcuna direzione, ma lasciandogli la sua libertà.

12    Una libertà che appartiene anche ai monaci?

Ai monaci è offerta una certa libertà attraverso la rigidità delle regole, dato che hanno abbandonato tutto il controllo sulle loro vite. Pensiamo di essere capaci di modellare le nostre vite da soli, o che dovremmo modellarle da soli e che questa sia l’unica via alla felicità. Questo è il motivo per cui oggi tanta gente ha paura della vita. Il monastero è un luogo che è libero dalla paura. Ognuno ha la fiducia che Dio gli provvederà.

13    I monaci hanno visto il film?

Sì, certo, e lo hanno amato molto. Quando lo guardavano ridevano anche perché, involontariamente, alcune scene mostrano dei momenti in cui le norme della vita monacale non vengono osservate. Parlare con dei gattini vuol dire infrangere la regola del silenzio e anche appendersi con forza alla corda della campana perché si è arrivati in ritardo per suonarle, non è esattamente nello spirito del monastero!

14    Qual è stata la reazione dei monaci davanti alla telecamera?

Semplicemente non c’è stata. Per loro la macchina da presa è un oggetto come un altro, senza alcun valore. In fondo non sanno cosa sia la vanità, per cui non si sono preoccupati di apparire dei “bei” monaci. Solo due hanno chiesto di non essere ripresi e gli comunicavo attraverso il metodo del monastero, ovvero con dei bigliettini, tutti i miei spostamenti così potevano evitare le riprese.

15    In alcune scene è riscontrabile un aspetto quasi infantile dei monaci.

Assolutamente. Ad esempio, c’è la scena quando scivolano dalla montagna e che si tirano la neve. Ci sono delle similitudini in questo caso, ma non bisogna dimenticare quanto i monaci siano atletici. Mi hanno aiutato a trascinare la mia attrezzatura sulla montagna quando non ce la facevo più da solo – anche coloro che erano contrari al film. Un problema per me importante è stato il contatto fisico: dove c’è contatto fisico nel monastero? Dopo tutto è una componente importante della vita umana. Questo è il motivo per cui le scene del barbiere sono state così importanti, quando vengono tagliati i capelli o quando l’anziano monaco è strofinato con un unguento.

16    Potrebbero i certosini essere anche degli artisti?

Certamente. Uno dei monaci del monastero dipinge, un altro scrive poesie, ma sopra di loro c’è il concetto di umiltà. Se uno dei monaci diventa troppo famoso e l’attenzione che ottiene disturba la vita della comunità, il priore gli dirà immediatamente di smettere. E il monaco lo farà.

17    Quale è la posizione corrente dei certosini? Quanto grande è la loro influenza?

Di nuovo: queste risposte possono essere ottenute da un’altra parte. Non ho voluto girare un film sul monastero, ma un film sull’essere un monaco. Specialmente dal momento in cui ci vedo dei paralleli con la vita di un artista, e con la mia vita quotidiana come regista. Sono particolarmente attento ai molti sacrifici che si fanno per le cose che si vogliono realizzare, e come costantemente vengano respinte certe altre cose. In entrambi i mondi, siamo legati a concetti quali la concentrazione, le percezione, il significato dell’azione.

18    E’ cattolico?

Si, sono cresciuto come cattolico. Non sono d’accordo con molti aspetti prescritti dalla Chiesa ufficiale, ma credo che si dovrebbe pensare ad una catena di avvenimenti fortuiti troppo grande se il mondo in cui viviamo fosse nato completamente senza significato.

19    Che effetto ha avuto su di lei un’esperienza così intensa?

Molte persone oggi sono alla ricerca di una spiritualità, ma spesso il loro obiettivo è conoscersi a fondo per poi rinnegarsi. Non credo che sia un approccio costruttivo. Il bisogno di trovare se stessi va affrontato nella cultura in cui ognuno è nato e cresciuto. É facile rivolgersi ad altre culture, esserne affascinati proprio perché, essendoci estranee, non provocano in noi nessun conflitto. Ciò che mi ha cambiato di più in questa esperienza è stata la consapevolezza di incontrare persone che non avevano alcuna paura, che possedevano una libertà e una felicità interiore sorprendenti. Mi hanno insegnato una cosa preziosa: che non esistono vite fallite perché tutto si svolge secondo il volere di Dio.

20    Cosa ha significato per lei vivere per sei mesi in quell’isolamento?

La vera sorpresa per me è stata vivere”l’esperienza del tempo”. E’ proprio il fluire del tempo che viene recuperato in un posto come quello. Io credo infatti che la tecnologia ci sottragga la percezione del mondo per come è realmente. Siamo così spaventati da noi stessi che cerchiamo di riempire il vuoto della nostra esistenza con rumori e immagini.

Posted on 25 maggio 2012 by cartusialover

https://cartusialover.wordpress.com/2012/05/25/oltre-il-grande-silenzio-intervista-con-philip-groning-parte-seconda/

Note

In concorso alla 62ª mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (2005) nella sezione “Orizzonti”. Vincitore dell’European Film Academy Documentario 2006 – Prix Arte. Candidato ai Nastri d’Argento 2007 come miglior film europeo