«Gran Torino»: 7ª Serata cinematografica con «cocktail» [163]

Giu

14

Ora: 19-22
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

Serata cinematografica, con la proiezione del film «Gran Torino» di Clint Eastwood, la conversazione «La volontà di amare e integrare» e il «cocktail», la 7ª Serata ideata all’interno dell’8ª edizione del CineCircolo con il motto: «A servizio della pace e della fratellanza, per immagini», ispirata ai tre grandi testi: 1. Messaggio «La buona politica è al servizio della pace» di Papa Francesco per la celebrazione della 52ª Giornata Mondiale della Pace (1.01.2019), 2. «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar Aḥmad al-Ṭayyib ad Abu Dhabi (4.02.2019), 3. Preghiera-poesia «Cantico delle creature» di frate Francesco d’Assisi (FF 263), promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta, a titolo gratuito, a tutti: soci, sostenitori, amici, credenti e «laici», vicini e lontani – la 163ª di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014.

«Gran Torino»

Regia: Clint Eastwood. Genere: Azione, drammatico. Paese:USA. Anno: 2008. Durata: 116′

Trama: Il veterano della guerra di Corea Walt Kowalski, ormai da lungo tempo in pensione, si impegna per cercare di raddrizzare la vita al suo giovane vicino, un ragazzo asiatico senza padre che ha cercato di rubargli l’auto, una prestigiosa Ford Gran Torino del 1972, per riuscire a essere ammesso in una gang giovanile.

 

Conversazione

La voglia amare ed integrare

 

Programma della Serata

  1. Videoclip «Ti andrebbe di cambiare il mondo?» di Renato Zero (4:15’)
  2. Note sul film e sul tema della conversazione
  3. Proiezione
  4. Conversazione + Videoclip «Comunque andare» di Alessandra Amoroso (3:42’)
  5. Comunicazioni relative al Circolo
  6. Recita della Preghiera per la pace (Papa Francesco, Giardini Vaticani, 8 giugno 2014)
  7. Foto di gruppo e «cocktail» [In sottofondo: «Eccomi, eccoci, siamo tuoi» di don Mimmo Iervolino (4:13’) e «Fuoco d’amore» del RnS (4:25’)]

♦ Recensioni

­ Walt Kowalski è un uomo sospeso nel limbo di un presente angoscioso. Il suo passato lo tormenta, ma il futuro che lui stesso ha contributo a costruire – vedi i suoi figli, i suoi nipoti – lo inorridisce. Giustamente. Walt vede quanto c’è stato di buono nel (suo) passato andare perso, schernito, svilito, insultato. Walt vede di fronte a sé l’invasione dei barbari (nulla a che vedere, grazie al cielo, con l’obbrobrio di Arcand). La sua reazione a tutto questo è una chiusura in sé stesso ancor più drastica e radicale di quanto già non fosse normale per lui. Ma anche Thao – apparentemente l’esatto opposto di Walt: giovane, straniero, timido e insicuro – vive nello stesso limbo. Il passato della sua cultura originaria lo opprime, lo limita, anche nell’integrazione nel tessuto sociale. Ma il futuro che sembra aspettarlo, quello delle gang e della galera, pare terrorizzarlo. E sfuggirgli appare difficile. La sua, di reazione, è quella del silenzio e della paura. E allora è quasi inevitabile che le due anime vaganti s’incontrino. E che Walt “adotti” Thao come Frankie “adottò” Maggie.

Siamo sinceri: la condizione di Walt e Thao non ci appare così aliena, ed è questo uno dei tanti (tantissimi) motivi per cui Gran Torino è un film così splendidamente devastante. Gran Torino è il film che racconta di come sia indispensabile (e facile in modo spiazzante) abbattere quelle fondamenta sbieche e già luride del futuro che abbiamo di fronte per ricominciare daccapo, linearmente, solidamente, utilizzando come saldissimo cemento quella necessaria compenetrazione di esperienze, culture, società e caratteri che nasce dall’unione tra differenze. Da quel meticciato oggi tanto presente e discusso. E il simbolismo di un’auto vintage affidata a un ragazzino diverso, di quel che c’è di solido e bello del passato da far guidare da mani (e sensibilità) nuove verso il futuro, è tanto semplice quanto inevitabile. Nel corso di una conversazione Walt, un tempo razzista (?), si sente apostrofare dalla sua nuova amica Hmong: “Beh, ma tu sei americano”. “E allora?”, risponde. E allora, the times they are a-changin’. Devono cambiare. Per Walt già sono cambiati. O forse son tornati come erano, all’alba del sogno americano, quando gli States nascevano nel segno di quello stesso meticciato. Ma Gran Torino è (anche) molto più di tutto questo. Ancora una volta, ci troviamo a definire zen il cinema di Eastwood, per la sua capacità strabiliante di aprire abissi di complessità attraverso un gesto filmico economico e lineare. Gran Torino è una storia umanissima di amicizia commovente e pudicissima nella sua emozionalità. Gran Torino è (anche, forse) uno splendido canto del cigno per Eastwood, che in Walt ha condensato, raccontato e demolito (facendola così risorgere più fulgente che mai) un’icona costruita in decenni: da Callaghan a Gunny Highway passando per i suoi personaggi più recenti.

Ed è un film esistenziale nel senso più ampio del temine: ancora una volta si racconta del cammino verso la fine della storia di un eroe duro e solitario, e del senso che si vuole dare a questa fine, a tutta una vita. “Me, I finish things, that’s what I do”, dice Walt a Thao. E nel modo in cui Eastwood finisce le cose, nel modo in cui le fa finire a e per i suoi personaggi, è racchiuso un senso di compassione, di umanesimo, di moralità che non che essere definito laicamente, ma profondamente religioso e spirituale. È ovvio dal finale del film – attenzione agli spoiler – che Walt assuma una dimensione prettamente cristologica: la sua volontaria crocefissione orizzontale, il suo sacrificio, il suo farsi carico dei peccati suoi, di Thao, della società. Per permettere che la vita, l’America, il mondo vadano avanti migliori e più leggeri. (Federico Gironi)

 

­­ ♦ ♦ Un vecchio operaio della Ford si scontra con i nuovi immigrati. Gran Torino, la storia capolavoro di Eastwood sulle ingiustizie e i doveri dei padri: un dramma che va oltre l’America.

Come si può definire un film che si apre con un funerale e si chiude con un altro? Un osservatore superficiale potrebbe anche definirlo iettatorio, ma in realtà Gran Torino appartiene più correttamente alla categoria dei film «testamentari», quelli dove l’autore — qui il 78enne Clint Eastwood — ci lascia in eredità il suo messaggio «finale», il suo pensiero definitivo sulla vita e sulla morte. Meglio, su come comportarsi in vita e come affrontare la morte, cioè, sul bene e sul male. Questa riflessione ha sempre attraverso le opere di Eastwood regista. L’azione, che in altre età della vita sembrava predominare su tutto, finiva però per riportare primo o poi il suo «eroe» ai temi centrali della responsabilità. E a volte del castigo se non della morte, come condanna (al cattivo di turno), ma anche come estremo destino di sconfitta.

Come succede in Bird, in Un mondo perfetto, in Lettere da Iwo Jima… In Gran Torino, la riflessione di Eastwood prende un’andatura più zigzagante, a volte fin contraddittoria, come per riassumere tutte le diverse opzioni di una carriera che ha portato il suo regista a confrontarsi non solo con i limiti della vita, con le sue debolezze e le sue sconfitte, ma anche a farsene carico, ad assumerli (cristologicamente?) su di sé. Questo, almeno, fa Walt Kowalski (Eastwood), operaio in pensione dalla Ford, che vede il suo quartiere di Detroit spopolarsi di bianchi americani per lasciare il posto a ispanici e a un gruppo di invadenti «musi gialli» (in realtà «hmong», popolazione che non può più vivere nei territori d’origine, a cavallo tra Laos, Cambogia e Cina). All’inizio del film, però, durante il funerale della moglie, scopriamo che la rabbia di Kowalski si rivolge anche verso i membri della sua famiglia, i due figli Mitch e Steve da cui lo allontanano scelte di vita e gusti automobilistici (uno di loro commercia auto giapponesi, peccato più che mortale per un ex dipendente Ford), per non parlare dei nipoti vari, di cui disprezza praticamente ogni cosa, dall’abbigliamento all’indolenza. E senza preoccuparsi troppo di abbassare il tono quando fa le sue esternazioni. Con una buona dose di autoironia, Eastwood/Kowalski si mette in scena nel meno compiaciuto dei modi, ringhioso e urticante, capace di prendere il fucile per allontanare chi osa invadere la sua proprietà privata e preoccupato solo di due cose: avere una scorta di birra fresca da bere in solitudine nella sua veranda e ammirare la sua Gran Torino Ford del 72, che ogni tanto tira fuori dal garage e lucida con maniacale pazienza.

Inevitabile che a un certo punto le rabbie e le recriminazioni di Kowalski comincino a vacillare, e proprio quando stanno per esplodere di fronte alla scoperta che il timido figlio dei vicini di casa, Thao (Bee Vang), sta tentando di rubare come «cerimonia» di iniziazione all’età adulta proprio la sua amata auto. A partire da questo momento, la rabbia si trasforma in disprezzo, poi in non belligeranza per diventare curiosità e infine protettivo spirito paterno. Anche per merito della sorella di Thao, Sue (Ahney Her), meno impacciata nel suo percorso di integrazione nella cultura americana.

Lo strano, o per lo meno l’insolito, in un film hollywoodiano è la libertà che sembra prendersi Eastwood, che a un certo momento dà l’impressione di «perdersi» in lunghe deviazioni apparentemente non essenziali. Si prende il tempo per raccontare alcune specificità antropologiche degli hmong, scherza con le differenze razziali (e razziste) delle varie anime americane (i duetti col barbiere italo-americano), allontana la minaccia che incombe sul film (il violento bullismo di una banda orientale che scorrazza nel quartiere) come se volesse far imboccare al film un’altra strada, quella di una commedia di costume un po’ fuori dal tempo. E poi, all’improvviso, fa ripiombare lo spettatore di fronte alla violenza e alla crudeltà. Obbligandolo però a fare un passo ulteriore, che è quello dell’assunzione delle proprie responsabilità di fronte alle ingiustizie della vita. E chiudendo perfettamente il percorso che unisce questo film a Mystic River e Million Dollar Baby: la coscienza della responsabilità che i padri — veri o «putativi» poco importa — hanno verso i figli. E il carico di «debiti» morali da cui non possono certo liberarsi. Alla fine la storia riprende il suo percorso incalzante e sorprendente, che naturalmente lasciamo allo spettatore scoprire. Possiamo solo aggiungere che Eastwood lo fa con una assunzione di responsabilità inusitata anche per i suoi film, quasi fosse riuscito finalmente a fare i conti davvero con la morte che nelle sue ultime regie aveva sempre più invaso le avventure dei suoi non-eroi, finendo per assumere l’aspetto del convitato di pietra. E che Eastwood filma con la semplicità e l’immediatezza che hanno solo i grandi. (Paolo Mereghetti)