«All Cops are Bastards»: 9ª Serata cinematografica con «cocktail» (126)

Mag

25

Ora: 19-21.30
Luogo: Salone «S. Elisabetta d'Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido

La 9ª Serata cinematografica, con la proiezione del film «All Cops are Bastards», la cineconversazione «La voce sbagliata della violenza» e il «cocktail», ideata all’interno della 6ª edizione del CineCircolo con il motto: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», l’edizione ispirata al documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», ma anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta generosamente, a titolo gratuito, a tutti, soci, sostenitori, amici, vicini e lontani − la 126ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014, senza contare altri eventi e iniziative.

«All Cops are Bastards»

Regia: Stefano Sollima. Genere: Drammatico. Paese: Italia. Anno: 2012. Durata: 112′

Trama: Il film ACAB racconta le vicende dei tre poliziotti Cobra, Negro e Mazinga, che hanno più di 40 anni e militano nel VII Nucleo di Polizia, un reparto speciale mobile in prima linea contro ultrà, black bloc, No Tav ecc. Tratto dall’opera letteraria A.C.A.B. di Carlo Bonini, edita da Einaudi Editore, il film il cui titolo è l’acronimo di All Cops are Bastards (Tutti i poliziotti sono bastardi) racconta la storia di questo gruppo di poliziotti del reparto celere con toni duri e violenti, raccontando da un punto di vista diverso manifestazione ed eventi pubblici dentro il casco di un poliziotto.

Cineconversazione

«La voce sbagliata della violenza»

Programma della Serata

  1. Videoclip «Giocondità» (Marcia d’ordinanza della Polizia di Stato) in Piazza del Duomo a Milano, in occasione della chiusura di ExpoMilano 2015 (2:18′)
  2. Note sul film e sul tema della cineconversazione
  3. Proiezione
  4. Cineconversazione con il Video contro la violenza sulle donne, ideato da «Vita e Pensiero», costruito in collaborazione con i Collegi «Marianum» e «Ludovicianum» dell’Università Cattolica «Sacro Cuore»: un invito a conoscere il problema e a diffondere la cultura del rispetto della donna nel rapporto di reciprocità con l’uomo (4:08′)
  5. Comunicazioni relative al Circolo ed annuncio del prossimo evento
  6. Recita della Preghiera di Papa Francesco per i giovani (Sinodo 2018)
  7. Foto di gruppo e «cocktail» [In sottofondo il video musicale «AmandoTi», realizzato dai ragazzi disabili del Centro riabilitativo Nuova Itaca a San Pietro in Lama (Lecce), con la collaborazione di artisti e musicisti del Salento, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne (7:58′)]

♦ Recensioni

✺ Si capisce fin dalle primissime immagini, che tipo di film sia ACAB, l’esordio cinematografico di Stefano Sollima, che dopo aver (ri)raccontato Romanzo criminale in televisione, sceglie l’omonimo libro inchiesta di Carlo Bonini che racconta, dal di dentro, la vita, il pensiero e le manganellate dei celerini. 

Un film duro, sporco, cattivo. E per questo notevolmente affascinante. Ben girato, ben interpretato dai protagonisti (Marco Giallini su tutti), basato su una sceneggiatura solida non solo per via delle fondamenta garantite dal libro del giornalista de «La Repubblica». 

Un film efficace, persino. Efficace nel mettere di fronte lo spettatore al disagio della violenza, di quella violenza che non è solo e soltanto fisica, ma sociale, politica, etica. La violenza straziante di un paese sul quale grava ancora lo spettro ansiogeno del G8 di Genova e di quanto accaduto alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, di un paese nel quale poliziotti in servizio allo stadio vengono uccisi da tifosi, ai tifosi si spara nel bel mezzo dell’autostrada, donne vengono violentate impunemente e gli ultras scatenano rivolte urbane con scenari apocalittici. 

L’Italia di ACAB, sintetizzata nel complesso e compresso territorio urbano della sua Capitale, è un’Italia inesistente, sepolta dalla rabbia, dall’egoismo e dalla miseria, incapace di dare alcuna risposta, alcuna speranza. È l’Italia che risponde alla sua assenza con il razzismo e la violenza, con l’aggrapparsi a simbologie vacue, che si dilania in una lotta intestina tra povertà, ignoranze, fascismi. Questo, ben oltre il ritratto “da dietro la visiera del casco” degli agenti del Reparto Mobile, persone che fanno un lavoro sporco e difficile, purtroppo necessario, è il vero fuoco d’interesse del film di Sollima, anche perché, dopo quanto avvenuto a Roma il 15 ottobre 2011, il dibattito avvenuto in rete sul lavoro dei celerini e sulle forze dell’ordine in generale quando costrette a confrontarsi con la violenza, aveva già squarciato in parte il velo in precedenza alzato da Bonini.

Se però l’aspetto puramente cinematografico di ACAB è lodevole, e se il ritratto di una società al suo grado zero è forte, riuscito e necessario, non possiamo non sottolineare come il film di Sollima nasca da una contraddizione di fondo che ne ipoteca anche le qualità.  Perché quello che sulla pagina scritta di un libro inchiesta è sconvolgente, ma neutro nella sua proposizione, dato l’approccio documentario e oggettivizzante, quando viene tradotto in materiale narrativo, in un film che nelle dichiarazioni del suo stesso autore vuole essere un prodotto di genere, ecco che i problemi si moltiplicano e le ombre si allungano, non tanto perché la natura stessa della narrazione impone un’adesione soggettiva a personaggi negativi, faccenda a volte perfino necessaria, ma perché troppe delle azioni violente che vengono rappresentate, dei mantra filo-fascisti e razzisti che vengono incessantemente pronunciati, delle implicite “giustificazioni” fornite ai protagonisti del film – e perfino ai loro antagonisti – dalla situazione di degrado generale e diffuso in cui si trovano ad operare, rischiano di essere letti come legittimi e inevitabili.  E questi rischi finiscono con l’essere esaltati dalla sorprendente faciloneria con la quale il film tira in ballo i fatti di Genova per poi metterli velocemente sotto il tappeto per non affrontarli (salvo ri-citarli implicitamente e non solo nel finale di Piazzale Maresciallo Diaz), e per la facile scappatoia rappresentata dalla rottura del circolo della violenza privata e dell’omertà da parte della giovane recluta. 

ACAB quindi si addossa la responsabilità di (poter) essere letto come un inno apologetico – e a tratti spettacolarmente compiaciuto – a quella violenza, a quel razzismo e a quel fascismo che invece vorrebbe condannare attraverso la loro rappresentazione.  Una responsabilità che, con i tempi che corrono, non ci saremmo sentiti di affrontare. (Federico Gironi)

✺ «Per quello che lo riguardava, a Genova la legalità era stata sepolta con la rinuncia consapevole e irresponsabile a ogni mediazione. Era convinto che l’odio avesse chiamato altro odio. Che Carlo Giuliani fosse un morto di tutti, e il lager di Bolzaneto e la macelleria della Diaz l’approdo di una catastrofe di cui si erano ignorate le avvisaglie. Non il 19, non il 20, non il 21 luglio, ma voltando quotidianamente lo sguardo di fronte alla ferocia e alla solitudine che lui aveva imparato a conoscere ogni giorno che Dio aveva mandato in terra. (…) Sapeva perfettamente che questo non toglieva nulla allo schifo di cui era chiamato a rispondere. Non aveva intenzione di mentire, ma sapeva che dire la verità lo avrebbe reso un infame per il branco cui apparteneva, e un lurido bugiardo per il branco con cui non avrebbe mai voluto confondersi».

Riteniamo importante cominciare a parlare dell’esordio cinematografico di Stefano Sollima – già molto noto al pubblico televisivo per essere il regista delle due stagioni di Romanzo Criminale – con un estratto dal libro omonimo di Carlo Bonini, che è servito da canovaccio per la realizzazione della sceneggiatura di questa nuova, controversa, ma importante, pellicola di Cattleya.

Il reparto mobile. “La celere”. I suoi appartenenti sono stati chiamati in tanti modi, spesso poco lusinghieri, ma in fondo, sono gli stessi ‘celerini’ i primi a scherzarci sopra, e a darsi dei soprannomi con cui chiamarsi e a cui rispondere agli altri ‘fratelli’. «Perché il celerino è qualcuno solo se fa parte di un gruppo. E nel gruppo sono tutti fratelli». Parole di Cobra (Pierfrancesco Favino) poliziotto di grande esperienza che sa come cavarsela in ogni situazione. I suoi modi sono spicci, ma rivelano una spiccata intelligenza, le sue simpatie politiche (come quelle di gran parte dei suoi colleghi, del resto) sono chiare e la sua appartenenza al corpo è la sua stessa vita. Ogni giorno lavora, vive, respira ‘da celerino’ insieme ai suoi ‘fratelli’. Come Negro (Filippo Nigro) o Mazinga (Marco Giallini), o ancora Carletto (Andrea Sartoretti), ex collega ora guardia giurata, o Adriano (Domenico Diele), nuova recluta, che ancora deve ‘farsi le ossa’. La vita sembra scorrer via dalle loro mani, mentre di giorno in giorno combattono una crociata che li vede veicolatori, al contempo, di odio e di ideali di giustizia.

ACAB non è un film facile. L’acronimo di ‘Tutti gli sbirri sono bastardi’ è oramai da quarant’anni un inno alla disobbedienza civile, divenuto sempre più un messaggio di odio verso ‘i servi dei servi dei servi’, e proprio l’odio è la chiave di volta di una questione difficile e controversa quale il confronto tra il poliziotto e il disobbediente. Il libro di Bonini, edito nel 2009 da Einaudi, partendo da clamorosi e tragici fatti di cronaca degli ultimi dieci anni si proponeva di indagare, senza giustificare o mitizzare né l’una né l’altra sponda, l’animo, le scelte, le ideologie delle parti contrapposte. Spesso contrapposte più per ruolo che per ideologia, essendo in molti casi due facce della stessa medaglia. L’odio represso a causa delle ingiustizie sociali, scoppiato in maniera a volte tristemente strumentalizzata. Fino ad arrivare al punto in cui son tutti vittime e carnefici, in cui ‘il sangue chiama sangue’ e quel che ne esce fuori è l’istinto primordiale dell’uomo.

Non vogliamo dilungarci troppo sulla – seppur importante e interessante – questione, tuttavia, essendo questa una semplice recensione di un film e non un trattato socio-politico, ma speriamo che la visione della pellicola in questione stimoli le riflessioni personali e lo scambio di opinioni in una società che sembra, a volte, addormentata nel suo qualunquismo di convenienza. Qualunquismo che inevitabilmente si sgretola nel momento in cui il pubblico assisterà a questo film con la dovuta consapevolezza che, nella volontà dei suoi realizzatori, non vi è alcun intento a mitizzare o svilire la figura del celerino, quanto a riportare una realtà per come il libro originale di Bonini la presenta. Senza sconti per nessuno. Tutti vittime e carnefici, dicevamo.

Il testo originale è servito da traccia, ma il tutto è stato rimaneggiato in modo da diversificare maggiormente i personaggi protagonisti, tutti ottimamente caratterizzati (e interpretati da attori assolutamente in parte) pur calandoli in un contesto realistico e attuale. A differenza del libro, tuttavia, non si entra troppo nello specifico dei drammatici casi di cronaca ripercorsi nel film (che pure fanno da sfondo, da Genova a Sandri, passando per Raciti) quanto nell’etica dei suoi rappresentanti, e di come essa si scontri con una realtà in cui, a volte, faticano loro stessi a riconoscersi. 

Combattono, in un certo senso, una guerra persa in partenza, schiacciati da un lato dai poteri ‘alti’ e dall’altro da un costante desiderio di rivalsa verso chi non porta rispetto per loro e le loro idee. Addentrarci ulteriormente vorrebbe dire spolverare gustosi spaccati di ottima caratterizzazione, quindi ci limiteremo a fare i complimenti agli sceneggiatori Daniele Cesarano, Barbara Petronio e Leonardo Valenti per aver creato personaggi così ricchi e complessi, ‘eroi’ perdenti che molto fanno pensare, soprattutto una volta staccati dalla loro figura in uniforme e calati in un contesto privato. Sollima utilizza al meglio le risorse a propria disposizione e, nonostante in alcuni punti si senta ancora l’influsso televisivo sul suo operato, costruisce tempi scenici apparentemente frammentari, ma in realtà parte di un tutt’uno molto ritmato e convincente, complice una colonna sonora d’eccezione, usata come raramente si vede in produzioni italiane. (A cura di Marco Lucio Papaleo)

✺ Cobra, Negro e Mazinga sono celerini e ‘fratelli’ dentro gli stadi, lungo le strade e intorno alle piazze che ‘ripuliscono’ la domenica dagli ultras e i giorni in avanzo dai clandestini, dagli sfrattati, dai delinquenti e dalle puttane. (Co)stretti tra le logiche dello Stato e l’odio della comunità, i poliziotti del Reparto Mobile assorbono dosi di rabbia e producono violenza legalizzata contro la violenza cieca dei tifosi dei sassi e delle lame. Uomini invisi, mariti congedati, padri inadeguati, Cobra, Negro e Mazinga provano a dimenticare il privato dolente nella cosa pubblica, picchiando duro chi minaccia l’ordine e la nazione. Dentro la divisa e dietro la visiera guardano la miseria del mondo e i miserabili che la abitano senza intenzione se non quella della prepotenza e della sopraffazione. Compromessi dalla ‘spedizione genovese’ e perduta l’anima nella scuola Diaz, sei anni dopo cercano il riscatto nell’azione e nell’istruzione alla fratellanza di un giovane agente individualista e ribelle. Spina, eccitato dal sangue e iniziato col lacrimogeno, seguirà gli anziani sul confine, decidendo per sé e per la divisa che indossa un domani meno celere. Sulla strada restano i fratelli maggiori. Assediati dal buio, impugnano il manganello e sollevano gli scudi, sfollando le ombre e ricacciando i fantasmi. 

Abbattuti sui marciapiedi della Magliana i criminali fascinosamente famelici di De Cataldo, Stefano Sollima ‘archivia’ la televisione e debutta al cinema con un film che produce uno spiazzamento e mette in circolo altre visioni. Profondamente buio, ubiquo e pervasivo, ACAB attenta il gusto dominante, aprendo uno squarcio, soggettivo, parziale, ideologico, estetizzante e tutto ciò che si vuole, su una realtà altrimenti muta. Diversamente dai poliziotti domestici e addomesticati dei distretti Mediaset o delle squadre Rai, le ‘guardie’ di Sollima nascono dal popolo e dalle periferie romane, abbandonate alla criminalità straniera che spegne la tolleranza e accende il desiderio di farsi giustizia da soli. Usciti dall’indagine e dalle pagine di Carlo Bonini, giornalista del quotidiano «La Repubblica», i celerini di ACAB sono una massa incandescente di energia umana, un corpo di solitudine incapace di gestire nel pubblico come nel privato un rapporto non autoritario con l’altro.

Sollima (…) si guarda bene dal creare alcun mito, pur avvalendosi, anche inconsapevolmente, di materiali mitologici preesistenti. I celerini di Nigro, Favino e Giallini sono essenzialmente guerrieri, combattenti fedeli a un codice (e a un reparto) e chiusi in una psiche scultorea che non riesce a fugare le ombre di un pensare barbaro e radicale. Cortocircuitando cronaca e cinema di genere il regista prova a leggere la realtà sotto la scorza e dietro la visiera, regalandoci uno spaccato di vita italiana come e meglio di molto realismo conclamato. ACAB interviene aspramente sui problemi sociali, giocando con la pura finzione ma facendo attenzione a non coprire la realtà con la vernice degli stereotipi.

Sollima individua nel libro omonimo di Bonini una struttura forte di partenza, un punto di vista inedito e francamente impensabile nel nostro Paese e nel nostro cinema, segnalando che l’inferno non è mai (solo) là dove vedi fuoco e fiamme, e che il sangue più terribile non è mai (solo) quello che ci fanno vedere. I protagonisti di ACAB, diversamente dai banditi della Magliana secondo Placido, non patiscono il capriccio sacrificale e romantico degli ex bambini poveri da rievocare in flashback. Dentro set e costumi (di ordine pubblico) che non si ‘sentono’ mai, incoraggiando la visione e la convinzione di quello a cui si assiste, i protagonisti in blu, azzurro e cremisi abitano una società violenta che ‘sfratta’ il superfluo, il brutto, il debole e chiede loro di esserne gli esecutori tutt’altro che immuni. Perché non tutti i poliziotti sono violenti e dediti alla repressione ma allo stesso modo sono scarsi gli anticorpi capaci di fronteggiare deviazioni sempre possibili in una professione delicata e irascibile come quella dei reparti mobili. La macchina da presa testimonia silenziosa le tensioni e lo stress che gli attori ‘agenti’ vivono in molte, troppe situazioni, trattenuti da quadri legislativi sempre ambigui in un originario modello di braccio armato del potere e impediti dai governi, nessuno escluso, a infilare la direzione di organo statuale garante dei diritti. 

Sollima, senza dimenticare o scontare la mentalità nera di quella struttura operativa, che ha radici sprofondate in una giovane Repubblica costretta a fare i conti con una continuità pressoché integrale della polizia fascista, mette in piazza uomini biasimati e disapprovati, malpagati, male addestrati e nulla equipaggiati, che devono agire immediatamente, privilegiando l’efficacia ai valori democratici. Là fuori il controllo gerarchico si allenta e gli uomini restano soli con la paura di un ‘nemico interno’ e la libertà d’azione di fare il male, di fare male, di farsi male. (Marzia Gandolfi)

✺ Un film duro, sporco, cattivo. Ben girato, ben interpretato dai protagonisti, basato su una sceneggiatura solida. Efficace nel mettere di fronte lo spettatore al disagio della violenza, di quella violenza che non è solo e soltanto fisica, ma sociale, politica, etica. Una contraddizione di fondo però ne ipoteca anche le qualità: perché quello che sulla pagina scritta di un libro inchiesta è sconvolgente, ma neutro nella sua proposizione, quando viene tradotto in materiale narrativo, in un film che nelle dichiarazioni del suo stesso autore vuole essere un prodotto di genere, ecco che i problemi si moltiplicano e le ombre si allungano. ACAB quindi si addossa la responsabilità di (poter) essere letto come un inno apologetico – e a tratti spettacolarmente compiaciuto – a quella violenza, a quel razzismo e a quel fascismo che invece vorrebbe condannare attraverso la loro rappresentazione. (Federico Gironi)