Programma completo del WikiCircolo

Amici, è disponibile il programma completo della 7ª edizione del WikiCircolo con il file rouge: «Negli spazi abitati dai giovani…». La nuova edizione s’inserisce nella marcia verso il Sinodo dei Vescovi sul tema: «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» (3-28 ottobre 2018), e verso la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù a Panamá (22-27 gennaio 2019). Per questo si ispira all’Instrumentum laboris della 15ª assemblea generale ordinaria del Sinodo, al Messaggio di papa Francesco per la 33ª GMG 2018 dal titolo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30), ed anche alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco d’Assisi.

Nel programma, 9 Serate conviviali, dal 21 settembre 2018 al 18 gennaio 2019, tutte gratuite e aperte a tutti, vicini e lontani, introdotte da un brano musicale o/e video, intervallate da una pausa di condivisione e concluse con un «aperitivo». A configurarle in dettaglio e a scegliere, per la piccola tavola rotonda, i relatori di rilievo sarà lo Staff dell’edizione: Clarissa Errigo, Valentina Gulli e Teresa Cona, in collaborazione con Alex Scicchitano e Luigi Cimino. Il Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», presso la sede del Circolo situata al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido, sarà il luogo degli incontri che si terranno un venerdì sì e un venerdì no, alternandosi con il ciclo cinematografico.

Non dimenticate di accompagnare la loro preparazione remota e prossima seguendo la pagina Facebook e fate un ‘regalo’ al Circolo: diventate suoi paladini, promotori, collaboratori e sostenitori. Contiamo su di voi. Non ci abbandoni mai la voglia di diffondere l’ideale del Circolo: «la cultura e la cura dell’altro», portando avanti i programmi già attivati e lanciando quelli elaborati, ma mai avviati, per il bene della collettività e di «sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba» (Cant, v. 9: FF 263).

Piotr Anzulewicz OFMConv

a nome del Consiglio direttivo

 

 

 




«Sessanta Jazz»

La Serata «Sessanta Jazz», che si è svolta il 29 giugno 2018 presso la sede del Circolo Culturale San Francesco a Catanzaro Lido, a detta di molti, è riuscita a sprigionare lo charme a 360 gradi. E’ stato proprio il M° Luigi Cimino, con il suo sax, ad emanarlo. Di per sé ha una fiamma dentro di sé. Essa però divampa per un ambito in cui si è “specializzata”: il jazz, quel genere musicale che si distingue per l’uso estensivo dell’improvvisazione, di «blue notes», di poliritmie e di progressioni armoniche insolite, ineguali, elastiche, “saltellanti”, “dondolanti” (ingl. swing). Bastava esserci per provarne attrazione, e non erano pochi, nel corso della performance, a lasciarsi attrarre ed incantare.

Durante il «break», due sorprese: 1. l’ascolto dell’inno «’Siamo Qui!’. Proteggi Tu il mio cammino» dell’incontro dei giovani italiani con Papa Francesco che si svolgerà a Roma l’11 e il 12 agosto, reso noto appena tre giorni fa, scritto dall’Istituto Diocesano di Musica e Liturgia di Reggio Emilia e diretto dal M° Giovanni Mareggini: un’invocazione di protezione verso tutti coloro che attraversano la vita cercando di dirigere al meglio i propri passi; 2. la proiezione delle foto archiviali con Peppino Frontera, saggio consigliere del Circolo e solerte curatore delle Serate del WikiCircolo, che se n’è andato inaspettatamente il 24 gennaio scorso, alla vigilia della 2ª Serata conviviale dedicata a «I ‘ragazzi fantasma’, soli e isolati dalla società».

Una Serata incantevole, splendidamente condotta da Teresa Cona e Clarissa Errigo, a coronamento della 6ª edizione del Wiki– e CineCircolo dal «file rouge»: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra», e conclusasi con una foto comune e la bottiglia di champagne, abbinata ad auguri, ringraziamenti e… proiezioni. (pa)




La tenerezza «sogno» di Dio per tutti

Fu come se lo spirito della tenerezza aleggiasse davvero sull’11ª ed ultima Serata della 6ª edizione del CineCircolo, che si è tenuta venerdì 22 giugno 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Essere presenti e misurarsi con questa realtà così incandescente, fervida e vivida dell’essere divino e umano, significava percepire la grandezza come una rivelazione continua, un’epifania ribadita, una nota tenuta. Di tenerezza (gr. sympathés) parlava tutto il programma della Serata. La incorporava anche il videoclip iniziale: «Gi.Fra. estate 2018», pubblicato il 13 giugno 2018 da «Gi.Fra. Italia», con la presentazione degli eventi estivi della gioventù francescana, e proiettato in reminiscenza dell’11ª ed ultima Serata conviviale della 6ª edizione del WikiCircolo dal titolo: «Il ‘volto’ dei giovani francescani» (15.06.2018), e quello conclusivo dei Free Shots: «Siamo tutti profughi», realizzato dalla regista E. Montefinese con la partecipazione di numerose associazioni (Suq, MuMa, Ponti Migranti, Left Lab Genova, Ce.Sto), all’interno del Galata di Genova, il più grande Museo del Mare del Mediterraneo, e proiettato in occasione della 18ª Giornata Mondiale del Rifugiato (20.06.2018).

E poi la pellicola di G. Amelio che aveva per titolo «La tenerezza» ed evocava quel sentimento umile e insieme potente. La pellicola magnifica, segnata dalla costellazione lessicale e simbolica della tenerezza, che scandagliava i sentimenti umani attraverso dialoghi sublimi per delicatezza e intuizione. Un affettuoso ritratto umano che non cede al sentimentalismo e all’antiretorica, ma sa come far vibrare le corde drammatiche di una vicenda coinvolgente, al tempo stesso dura e tenera. Notevoli la messinscena, le immagini visivamente suggestive, la tensione umanista per la solidarietà fraterna. Valore urgente, necessario e prezioso, oggi più che mai…

Grazie per quanti hanno avuto la sensibilità «tenera», delicata e dolce, ed erano presenti alla Serata, la 130ª di seguito tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, portando anche la crostata e l’insalata russa per tutti (Teresa e Jolanda). La tenerezza attira a sé e ingloba affettuosità, amorevolezza, benevolenza e la stessa agape. Nella sua identità più profonda si collega a due esigenze fondamentali e permanenti, iscritte nel cuore umano: desiderare di amare e saper di essere amati, esistere «in relazione con» e vivere «in relazione per». «La tenerezza – afferma il teologo C. Rocchetta – suppone la capacità di partecipare, corpo e anima, alla celebrazione delle innumerevoli sinfonie del mondo: alle sue gioie e ai suoi dolori, vivendo con l’alterità relazioni cordiali (cor/cordis, cuore), di scambio, di reciprocità paritaria e di bellezza» (Teologia della tenerezza. Un ‘vangelo’ da riscoprire, Bologna 2000, 10). Vista in questa ottica, l’attitudine alla tenerezza corrisponde a un’esigenza incancellabile dell’animo e ne dice la nobiltà e la grandezza. Non è pensabile che l’uomo, in qualunque condizione di vita si trovi, matrimoniale o consacrata, di giovane o di anziano, da solo o in comunità, possa essere persona adulta senza un’attivazione effettiva di questo sentimento. È stato doloroso constatare, nel corso della 6ª edizione del Wiki- e CineCircolo, che nel nostro ambiente tante erano le persone ‘sorde’, indifferenti, prive proprio di questa qualità tipicamente umana e umanizzante; le persone che lasciavano inascoltate le proposte-inviti alle Serate, anche per un saluto veloce, una parola amichevole, un segno di benevolenza, un semplice grazie per tanta fatica e dedicazione profuse dallo Staff del Circolo (Clarissa Errigo, Valentina Gulli, Alex Scicchitano, Teresa Cona, Lugi e Ghenadi Cimino). «La persona – rimarca il Rocchetta – non può dirsi adulta se non si sforza di acquisire questo sentimento che la rende ‘compartecipe’», colma di rispetto e di meraviglia, capace di apprezzamento e di gratitudine.

Comunque, la 6ª edizione del CineCircolo è approdata così, felicemente, a una conclusione che è stata una specie di celebrazione mistica del «sogno» di Dio-di-tenerezza, nascosto nel cuore di ognuno di noi come nostalgia di bellezza, di verità, di amore infinito, di felicità amante. Il suo «sogno» è un’umanità plasmata dalla tenerezza, a immagine e somiglianza del suo «Io-Noi». Ecco, allora, la rinnovata proposta-appello per una tenerezza ‘umile’ e ‘potente’, segno di maturità e di vigoria interiore che sboccia in un cuore libero, capace di donare e ricevere l’amore, in modo da mettere fuori causa i due antagonisti estremi: il violetto freddo del legalismo, dell’asprezza, della durezza, della severità, dell’indifferenza, ma anche il rosso del sentimentalismo, dell’affettazione, della leziosaggine, della moina, della sdolcinatezza che il poeta e drammaturgo russo V. Vladímirovič Majakóvskij sottoponeva a ironia. La tenerezza vera è ben altro ed è – come affermava il premio Nobel per la letteratura F. Mauriac – «un seme d’amore».

Potrà la nostra «età secolare delle reti» (Ch. M. Taylor) essere il tempo della «vita del Dio-di-tenerezza» che in Gesù Cristo si è posto, fin dalle tentazioni del deserto, verso l’amare, l’adorare, l’essere? Il tempo di un Dio-amante, libero e liberante, che ci dona la libertà e l’amore in tutte le sue vibrazioni, oppure di un dio-di-diffidenza, di conflittualità, delle guerre, dei centri di detenzione con pestaggi, torture, estorsioni e stupri? Tale è la portata della scelta di fronte a cui si trova l’umanità. Noi del Circolo non ci stancheremo mai di collocarci nelle più alte istanze e qualità della persona umana per valorizzarle, nella prospettiva del futuro di Dio-amante, e di farci promotori di un modello di sviluppo che sappia sostituire l’attuale «cultura della conflittualità» con una «cultura della convivialità», per usare la felice espressione di Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco? L’alternativa è ben chiara. La «cultura della conflittualità» muove dal principio enunciato da Thomas Hobbes, filosofo e matematico britannico: Homo homini lupus («L’uomo è lupo all’altro uomo»). La «cultura della convivialità» invece parte dal principio della preziosità della persona, l’espressione di un dono creatore che la fa essere. Vivere, quindi, vuol dirsi riceversi in dono. È da qui che la «rivoluzione della tenerezza» inizia e si fa lievito e sale, luce e «seme d’amore».

Piotr Anzulewicz OFMConv




Evviva la ‘galassia’ francescana, ma…

«Lasciatevi sorprendere dal ‘volto’ dei giovani francescani!». Tale poteva essere lo slogan della Serata conviviale che si è tenuta il 15 giugno 2018 presso la sede del Circolo. Chi ama il Santo d’Assisi e il suo carisma non avrebbe resistito a non accendersi di fronte ai ‘volti’ luminosi dei giovani francescani (Gi.Fra.) accorsi entusiasticamente a questa Serata, 11ª ed ultima della 6ª edizione del WikiCircolo creata apposta per loro e per tutta la ‘galassia’ francescana ex-giovanile (OFS), che ‘ruota’ intorno alle chiese francescane, e in particolare a quella del «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido, e resa nota già il 26 dicembre scorso sul sito web e sulla pagina social del Circolo, con la pubblicazione del dépliant. Un’opportunità straordinaria di presentare a tutto il mondo, con poche “pennellate”, il ‘volto’ dei gifrini, araldini e francescani secolari, anche per valorizzare il fascino di frate Francesco e «ricuperare l’alleanza inter– e intragenerazionale, universale e cosmica, praticata da lui e promossa da Papa Francesco, e, attraverso lo scambio di idee e il confronto delle voci dei giovani con le istituzioni, le comunità, gli educatori e i pastori, progettare insieme un possibile avvenire, unendo creatività, energia, forza e saggezza per il bene della comunità religiosa e civile, della società, dell’umanità e della ‘sorella’-’madre’ Terra. Un’opportunità singolare di dialogo, di proposte, di iniziative… e un momento in cui «tessere relazioni improntate alla fiducia, alla condivisione, all’apertura fino ai confini del mondo». Un’occasione eccezionale che, purtroppo, non è stata colta… Lo Staff delle Serate, indirizzate a tutti: soci, sostenitori, amici, credenti e «laici», vicini e lontani, ha contato moltissimo sul loro entusiastico coinvolgimento nella preparazione remota e prossima e sulla loro appassionata presenza all’evento, insieme ai loro assistenti… In prossimità di questa Serata, la 129ª di seguito, ha stilato il programma, con i videoclip avvincenti e trainanti, e ad alcuni di loro ha inviato le lettere-inviti speciali…

Grazie immense a chi ne ha accolte: a p. Pio Marotti, assistente custodiale dell’OFS che a volo ha reimpostato i suoi impegni ed era presente con l’intervento di grande interesse. Grazie ad Anna D’Alta, viceministra della Fraternità «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore», per la sua testimonianza. Grazie all’unico gifrino, Giuseppe Panariello, che suppliva l’assenza di Emmanuele Rotundo, responsabile del gruppo della gioventù francescana marinota. Il loro exploit ha reso meno acuta l’emblematica assenza ‘francescana’ a una delle edizioni più accurate, laboriose e diligenti. Grazie anche a p. Mauro De Filippis Delfico, assistente nazionale della Milizia dell’Immacolata, e a Margherita Perchinelli, presidente nazionale di questo straordinario ‘sogno’ di s. Massimiliano Kolbe, frate francescano e martire di Auschwitz, per la loro presenza, anche se soltanto per alcuni minuti.

La sfida di fronte ai giovani ed ex-giovani francescani, con i loro responsabili ed assistenti spirituali, è immensa. Il Circolo ha lanciato nella parrocchia «Sacro Cuore» un’edizione che poteva essere il fiore all’occhiello dei loro incontri formativi settimanali o bisettimanali. Non ci voleva molto per capire che essa aveva grandi potenzialità. È ormai chiaro a tutti che non c’è futuro senza cultura. Non coltivarla o, peggio, accantonarla, è lo sbaglio più grosso che si possa fare. Per tornare a crescere, essere significativi ed offrire al mondo «amato e tormentato» il tesoro ricevuto gratuitamente, la ‘galassia’ francescana ha urgente bisogno di riappropriarsi delle intuizioni e del carisma di frate Francesco, intesi l’une e l’altro non in senso astratto e sistematizzante, ma dinamico e contestuale. Il suo carisma e il «volto»/«identità» delle sue fraternità sono davanti, al servizio degli altri, e non nel passato. Questo impone l’impegno nell’indagare in modo rigoroso e spregiudicato quali siano le intuizioni originarie e originali di frate Francesco, partendo dai suoi Scritti con il suo Testamento come testo base, anche per tenere lontano tentazioni mistificanti, falsificanti, teocratiche, ierocratiche e gerarchiche, tentazioni ben presenti nelle nostre fraternità.

C’è il pericolo che le cosiddette Fonti francescane (Scritti e biografie di s. Francesco d’Assisi. Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di s. Chiara d’Assisi. Testi normativi dell’Ordine Francescano Secolare, Padova 2004) – quella miniera agiografica in cui si può trovare di tutto e il contrario di tutto – siano trattabili in modo omologo, addirittura alla stregua dei testi biblici. Nello specifico, c’è un pregiudizio diffuso che agisce e condiziona la vita o, meglio, l’uso rapsodico e combinatorio della vita di frate Francesco. Così l’Assisiate si colora delle più svariate tinte, diventando un santo decontestualizzato, svirilizzato e proiettato nell’universo dell’immaginario individuale e collettivo: Francesco rosso, anticapitalista e antimperialista; Francesco rosa, femminile e femminista; Francesco nero, nazionalista e fascista, definito «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi»! Si dà per acquisito che le Fonti riproducano fedelmente le varie tappe di quella vita e che ogni momento, ricordato in esse, abbia la stessa autorità testimoniale. Le cose non stanno assolutamente così, tant’è che il lettore attento non sfugge a incongruenze e contraddizioni quando non miscela e non integra avvenimenti diversi, realtà, mistificazione e fantasia. È indispensabile allora fornire ulteriori spunti di conoscenza e di riflessione, anche in modo sintetico e rapido, a partire dagli Scritti dello stesso frate Francesco. Rispettarli e studiarli richiede fatica intelligente, oltre che assunzione consapevole e dolorosa delle proprie responsabilità qui e ora, anche nei confronti dell’intera ‘galassia’ francescana che ruota attorno ai frati (Gi.Fra., OFS, MI).

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno – ha ribadito Papa Francesco il 21 giugno scorso nel Centro Ecumenico del World Council of Churches [Consiglio Mondiale delle Chiese] a Ginevra – è «un nuovo slancio evangelizzatore». «Siamo chiamati a essere un popolo che vive e condivide la gioia del Vangelo», un popolo che «serve i fratelli con l’animo che arde dal desiderio di dischiudere orizzonti di bontà e di bellezza inauditi a chi non ha ancora avuto la grazia di conoscere veramente Cristo», un popolo che loda «il Creatore e Redentore e Salvatore, solo vero Dio il quale è il bene pieno, ogni bene, tutto il bene, verso e sommo bene, che solo è buono, pio, mite, soave e dolce, che solo è santo, giusto, vero, santo e retto, che solo è benigno, innocente, puro, dal quale e per il quale e nel quale è ogni perdono, ogni grazia, ogni gloria di tutti i penitenti e giusti» (Rnb XXIII 9: FF 70).

La Serata, che doveva essere animata e contrassegnata anche dai francescani secolari di solido percorso formativo, portava con sé altresì la domanda: Come comunicare e trasferire ai giovani francescani, nei canali prediletti da loro, dunque soprattutto quelli digitali, il «know how», il saper essere e il saper fare, francescanamente, in questa «inquieta età secolare» e, più in particolare, nel mondo che non è più dicotomico (reale o virtuale), ma unico, con le due dimensioni (reale e virtuale), che a volte co-esistono e a volte si sovrappongono e/o si sostituiscono?

Frate Francesco non cercava un ideale astratto per offrirlo ai propri frati. Da ciascuno di loro ricavava invece, come in una sorta di gruppo terapeutico ante litteram, la parte migliore, più promettente, più seria, «componendone – puntualizza Paolo Floretta – uno sfolgorante patchwork di virtù vissute (Saluto alle virtù, 1-18: FF 256-258). In questa proposta, estetica ed etica, esse si armonizzano in modo mirabile, quasi felicemente ovvio, alla fine, con molta e attesa “aria di casa”» (Le reti di Francesco, Padova 2015, 96). Tra tutte le virtù brilla inattesa l’ultima: l’inquietudine, quella che meno ci attenderemmo, quella più fastidiosa, mai messa sugli altari prima di frate Francesco, attribuita per di più a frate Lucido, che, in tutte le Fonti francescane, compare con il suo nome luminoso soltanto nello Specchio di perfezione, un’opera illuminante di scrittore anonimo, scritta intorno al 1318 (cfr. Spec 85: FF 1782). La santa inquietudine che come pedagoga pungente e amorevole si pone a nostro servizio, in cerca della verità di noi stessi e di Dio. «Forse essa è il vero motore di ricerca vitale – scrive ancora Floretta – che dovrebbe accomunare e accompagnare credenti, non credenti e increduli. Forse la scopriremo cortese nel prendere per mano noi e i nostri dubbi, il nostro piccolo o grande ateo che ci abita e si sforza di ricominciare a credere […]. Forse ne apprezzeremo il suo umile servizio al pensare che non si arrende di fronte all’assenza, alla mancanza o anche all’abbandono di Dio. Forse, ancora, ne potremo stimare la sana incontentabilità rispetto a soluzioni o consolazioni a buon mercato. Una sorella, insomma, certo un po’ scomoda, talvolta pure molesta e imbarazzante, che ci mantiene tutti, credenti e no, sulla soglia delle domande vere che ci fanno pensare la tragicità del vivere per portarvi o riconoscervi senso e bellezza» (Le reti…», 96-97).

L’inquietudine è per il francescano una cosa seria. Se egli è inquieto, è, oltreché sano, anche più vicino al mistero e tra di noi, capace di ospitare i nostri naufragi, i nostri dubbi, i nostri drammi di fede, che, se accolti, ci impediscono provvidenzialmente di barricarsi dietro le autistiche certezze, più o meno targabili divinamente o teologicamente, ma gravide di morte perché prive della passione del domandare. Forse è davvero giunto il «kairòs» – il momento opportuno – per una nuova «devotio», che porta il profilo inquieto della nostra debolezza, riconosciuta e redenta, che ci mantiene «pellegrini e forestieri in questo mondo» (Rb VI 1: FF 90), orientati alla Terra che sarà il nostro approdo definitivo. Questa inquietudine, santa, provvidenziale e postmoderna, la possiamo accostare a quell’umiltà con cui frate Francesco chiude, riconciliato con se stesso, con gli altri, con il creato e con l’«altissimo, onnipotente, bon Signore», il suo Cantico delle creature: «Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate e serviateli cum grande humilitate» (v. 14: FF 263). Francescanesimo è porsi così al servizio dell’inquietudine per poter incontrare gli «abitanti» che si sentono a casa in una visione della vita e della realtà che prescinde da Dio, e accompagnarli a diventare «cercatori» di senso. Tutto ciò suppone rispetto reciproco, attenzione vicendevole, prossimità, dialogo, generosità, solidarietà. Accompagnare gli «abitanti» della nostra Casa comune significa anche porsi in una dimensione contemplativa dove poter cogliere le loro specifiche ricchezze e le loro nuove possibilità, amorevolmente offerte da Chi sta guidando tutto il creato verso la pienezza di senso, di amore, di vita…

Per garantirsi l’inquietudine, bisogna accogliere la chiamata universale a quella «cella» o «chiostro»-laboratorio di unità, dove si abitua a smarcarsi dall’ovvio, interrogarsi e ascoltare il mistero della vita e la sua indelebile sacralità. L’ascolto è certamente l’atteggiamento più proprio ed efficace, come afferma frate Bonaventura da Bagnoreggio (+ 1274), filosofo e teologo, uno tra i più importanti biografi di frate Francesco, quando scrive: «Verbum divinum omnis creatura» («Ogni creatura è una parola divina»). L’ascoltare è il primo vero culto e il primo vero atto del dialogo, perché lo apre, lo rende possibile, per credenti e miscredenti, alleati perché inquieti, come a più riprese ci ha ricordato anche Papa Francesco (si leggano, ad es., le sue due omelie: quella tenuta il 28 agosto 2013 nella chiesa romana di S. Agostino in occasione dell’apertura del Capitolo generale degli agostiniani [Dall’inquietudine fecondità pastorale] e quella pronunciata il 3 gennaio 2014 ai gesuiti nella ricorrenza del SS. Nome di Gesù presso la chiesa del Gesù [«Senza inquietudine siamo sterili»]).

Serve l’inquietudine dell’amore che ci spinge ad uscire da noi stessi e andare incontro all’altro. È un promettente presupposto per impostare un’efficace azione evangelizzatrice, e in particolare la (web)pastorale francescana, in questa «età secolare delle reti» dove – come afferma Taylor – si è passati da una società, in cui la fede in Dio era incontestata, assiomatica e non problematica, a un’altra società, in cui la fede viene considerata un’opzione tra le tante. Credenza e non credenza oggi non sono più percepite come rivali. Sono modi alternativi di vivere la vita morale e spirituale, in cerca di pienezza. Ed è ascoltando queste diverse esperienze che si potrà aiutare a cogliere il totalmente Altro, Dio, già all’opera anche nella vita degli altri, credenti e non credenti. Frate Francesco faceva rete con tutti. Ci chiediamo allora come possiamo farla insieme? Se una mission è urgente, perché non progettarla e compierla insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della «carità intellettuale» (A. Rosmini), spirituale e corporale?

Lo Staff del Circolo ha già deciso di impostare le nuove edizioni del Wiki- e CineCircolo sui giovani in cammino verso il Sinodo dei Vescovi e la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Panamá dal 22 al 27 gennaio 2019. È quanto mai prezioso ed importante aiutarli ad affacciarsi da protagonisti su possibili sentieri e panorami inediti. La ‘galassia’ francescana ha un messaggio di amore e di pace da proclamare e il Circolo con il suo sito web è una formidabile camera di risonanza, un grande megafono, un potente evidenziatore. Sarà saggio cogliere questa ennesima opportunità e affezionarsi, organizzando le proprie attività in base al programma del Circolo, in vista di una «mission» di qualità…

Evviva quindi lo Staff del Circolo: Clarissa Errigo, Valentina Gulli, Alex Scicchitano, Teresa Cona (segretaria del Circolo), Luigi Cimino (consigliere) e Ghenadi Cimino (tecnico fonico)!

Piotr Anzulewicz OFMConv




Con il Cuore al centro

Una Serata speciale, quella che si è svolta l’8 giugno 2018, presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido, con il Cuore al centro. È stata creata dal Circolo Culturale San Francesco in concomitanza con la solennità del Sacro Cuore di Gesù e a coronamento delle celebrazioni liturgiche e paraliturgiche. Tutta all’insegna della tenerezza, spiritualità e convivialità. Divinamente si è inserita nella «Lunga Notte delle Chiese»: una manifestazione per avvicinare la comunità, che godeva del patrocinio del Pontificio Consiglio per la Cultura e del Ministero dei Beni Culturali, e della collaborazione delle diocesi italiane.

Il Circolo, che nel suo logo ha il simbolo di cuore, non poteva non “chinarsi” sul cuore: il centro operativo più intimo, la scaturigine delle relazioni dinamico-personali con l’altro, l’organo esatto della comprensione integrale, la sede privilegiata dell’uomo non-ancora-rivelato – infatti, in ognuno c’è «l’uomo nascosto del cuore» (cfr. 1 Pt 3,4). Esso non è l’illogico o l’irrazionale che si contrappone al logico o al razionale. È invece un’attitudine conoscitiva diversa da quella della ragione. Il cuore ha il suo «ordine» (R. De Monticelli) e le sue «ragioni che la ragione non conosce» (B. Pascal). Solo le ragioni del cuore hanno la chiave per entrare nel mistero dell’altro. Non si può conoscere l’altro «io» se non lo si avvicina con il sentimento positivo dell’amore che è il punto più alto e più profondo della funzione del cuore. Forse è venuto il tempo in cui si debba riscoprire il cuore come punto di sintesi di tutte le dimensioni della persona, da quella affettiva e volitiva a quella razionale e religiosa, come «luogo dell’integrazione viva, come spazio in cui l’uomo è già intero, non frantumato o smembrato» (M. I. Rupnik), come luogo dove l’intelletto ha il suo sentimento e dove il sentimento intende e comprende… Il cuore o l’«uomo-cuore» (S. Palumbieri) è l’uomo «tutto intero». Egli, vivendo nel corpo, pensando, progettando, decidendo, disperandosi e collezionando sconfitte, continua tuttavia a rilanciare speranze. L’uomo è un essere speciale. Il suo essere è il sentirsi-essere, in moto permanente, in vibrazione costante, in tensione perenne. È l’in-quietudine, l’incapacità di placarsi, la vibratilità costitutiva, l’«abisso» da colmare, la «finitudine» da completare, l’«ammasso di fallibilità» da purificare, l’«interrogativo» da ascoltare… È come un ago calamitato che continua a vibrare finché non è puntato verso il suo Nord, l’Infinito, l’Assoluto. «Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te» (Agostino d’Ippona), l’Amore di Dio incarnato ed «umanato» (Angela da Foligno), l’unica risposta perfetta al nostro «inquietum cor».

Nel programma della Serata ci stava a cuore tutto ciò che riguardava il cuore, in tutte le sue sfumature e dimensioni: «intelligente» (1 Re 3,12; Prov 14,33; 15,14; 18,15), «saggio» (Sal 90,12), «retto» (1 Re 3,6), «integro» (1 Re 11,4), «mite e umile» (Mt 11,29), «risoluto» (At 11,24), «creativo»… Ne hanno parlato con passione e competenza i protagonisti della tavola rotonda: Valentina Gulli, Clarissa Errigo e Teresa Cona, ed altri ed altri ancora: Stefania, Gino, Marisa, Maria… I videoclip, proiettati da Ghenadi, hanno reso la Serata ancora più toccante e vibrante. Le parole erano amore e noi continuavamo ad assorbirle abbondantemente, perché questa era l’aria che si respirava nella giornata del Sacro Cuore. Le immagini e le melodie ci offrivano stimoli e indicazioni grazie ai quali sentivamo che il Sacro Cuore richiamava il nostro cuore. Tutti abbiamo bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto al Cuore divino; di un cuore tenero, generoso, «intelligente» che non si lascia chiudere in sé e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza; di un cuore «sociale» che si spende per l’altro e il totalmente Altro. Una Serata davvero con il Cuore al centro. 

Piotr Anzulewicz OFMConv




…vibrava l’ideale della nonviolenza

In ogni scelta non dobbiamo mai lasciarci guidare dalla logica della violenza, e neppure da quella del taglione, cioè dell’«occhio per occhio» e «dente per dente». Non ne hanno avuto dubbi i presenti alla 9ª Serata cinematografica, che si è svolta venerdì 25 maggio 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. La Serata si è aperta − è vero − con il videoclip «Giocondità», la marcia militare eseguita dalla banda della Polizia di Stato in Piazza del Duomo di Milano, ma si è conclusa con il filmato AmandoTi» realizzato dai ragazzi disabili del Centro riabilitativo «Nuova Itaca» di San Pietro in Lama (Lecce) con la collaborazione di artisti e musicisti del Salento, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Nell’aria vibrava l’ideale della nonviolenza, della comunione, della fratellanza. Con il film «All Cops are Bastards» (Tutti i poliziotti sono bastardi) del regista Stefano Sollima, ideato all’interno della 6ª edizione del CineCircolo dal motto: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», e la cineconversazione, moderata dalla dott.ssa Teresa Cona, si è voluto mettere in risalto la legge che il cristianesimo ha impiantato in Europa come un ideale e una missione: la legge di solidarietà, di amore e di unità di tutta l’umanità. Questa legge, oggi minacciata, marginalizzata, disprezzata e addirittura rifiutata, erede del patrimonio biblico giudaico-cristiano, ci garantisce comunque che, di fronte alla diversità di persone e culture, religioni e popoli, tutti gli uomini sono fratelli e sorelle, come costantemente ce lo ricorda anche frate Francesco d’Assisi, nel suo «Cantico delle creature». Questo è ciò che dice la Bibbia nei suoi capitoli iniziali. La nozione che l’uomo è creato a immagine di Dio rappresenta la base della dignità incondizionata e universale di ogni persona umana. Si tratta della dignità che non ci può essere mai tolta: né per la cattiva condotta, né per la disabilità, né per la differenza religiosa, etnica o di genere.

Guardando l’intenso film di Sollima – uno spaccato di realtà che getta una luce cruda su un mondo in cui oppressori ed oppressi, carnefici e vittime, si scambiano rapidamente i ruoli e vengono osservati da un punto di vista che esclude pregiudizi e stereotipi, scandagliando in profondità la psiche dei protagonisti e le problematiche di una società orfana di regole e abbandonata all’insicurezza e all’anarchia − per certi versi ci siamo sentiti posti sul banco degli imputati. Spessissime volte anche noi siamo oppressivi e persecutori. Eppure professiamo un Dio uno e trino, antidoto alla violenza e causa di riconciliazione, manifestazione in Cristo di un amore che non cerca il dominio, ma rende per sempre contraddittoria la violenza tra gli uomini. Crediamo in un Dio che è comunione, unione, amore. Pace e nonviolenza sono parte integrante e decisiva del nostro credo cristiano. Fortunatamente sono rari i cattolici che vorrebbero armarsi contro un nemico. C’è tuttavia una violenza più sottile e più diffusa, quella fatta di parole, di atteggiamenti, di modi di relazionarsi. È quella a cui fa riferimento Papa Francesco quando dice di evitare il proselitismo, l’ingerenza spirituale, la costruzione di muri di risentimento, di odio e di vendetta…

Una Serata indimenticabile, ‘non aggressiva’, ‘non violenta’, ma ‘pacifica’, mite, tenera, nel giorno in cui il Papa ha ricevuto in udienza i funzionari, gli agenti e il personale civile della Polizia di Stato, incitandoli ad avere «coraggio, mitezza e tenerezza».

Piotr Anzulewicz OFMConv




Bellezza collaterale di ogni cosa

Amore, tempo e morte: ecco il nucleo dell’8ª Serata cinematografica (la 124ª) con la proiezione del film «Collateral Beauty» [La bellezza collaterale], la cineconversazione «La speranza della vita oltre la morte» e il «cocktail», svoltasi l’11 maggio 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Non il governo, la trattativa, il voto, ma l’affetto, l’attesa, la disperazione… Insomma, l’umanità.

Ecco noi, loro − protagonisti della pellicola −, tutti che tendono le braccia verso la luce, il faro, lo splendore, la bellezza, la pienezza di vita. E aspettano, come si aspetta una rockstar, un sogno, il futuro. Tutti vogliono qualcosa o qualcuno che non hanno ancora o non hanno più, quello che hanno perso, quello che cercano ogni giorno di ottenere, quello che vorrebbero anche solo per un attimo, quello che li fa sempre sentire insoddisfatti. Tutti hanno un desiderio inappagato. Ed è nei desideri inappagati e nelle verità, a volte surreali, che noi vediamo riflessa la condizione umana. «Dalla soddisfazione e dall’appagamento non può nascere − afferma giustamente Annalena Benini nell’articolo «Loro due e tutti noi», pubblicato il 12 maggio su «Il Foglio Quotidiano» − un’opera d’arte, una poesia meravigliosa, un grande film. Dal desiderio e dalla paura, sì» (p. 1).

La Serata ha preso quota con il videoclip «Il giorno di dolore che uno ha»: la ballata rock scritta ed eseguita da Luciano Riccardo Ligabue, cantautore, musicista, scrittore, sceneggiatore e regista, per l’amico giornalista musicale Stefano Ronzani, nel tentativo di stargli accanto e di incoraggiarlo a non perdere la speranza nell’ultimo periodo della sua gravissima malattia. Ha proseguito con la presentazione del programma, da parte della dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo, con le sintetiche note sul regista, con la proiezione, con la discussione e con la Preghiera di Papa Francesco per i giovani. Ha concluso il suo volo con il video musicale «Dreams» dei Cranberries e di Dolores O’Riordan († 15.01.2018), cantautrice e musicista irlandese, grande estimatrice di Papa Giovanni Paolo II, che incontrò personalmente a Roma, in occasione della sua performance al concerto di Natale del 2001, e che si esibì ai concerti di Natale tenutisi nella Città del Vaticano nel 2002, nel 2005 e infine nel 2013, su invito di Papa Francesco. A stupire i presenti e soddisfare i palati più esigenti, c’è stata anche la pizza di alta qualità.

Le tre entità: «amore», «tempo» e «morte», emerse nel film ispirato al famoso romanzo Canto di Natale [A Christmas Carol, in Prose. Being a Ghost-Story of Christmas] di Charles Dickens, ci sfidano e invitano a riflettere. Hanno vari volti e differenti forme. Forse è vero che solo la bellezza collaterale delle cose − lo splendore discreto di un evento, il fascino inatteso di un gesto, la luce raggiante di un incontro che esplode in chi si riapre alla vita − sia l’unica in grado di creare un collegamento tra loro e di renderci connessi gli uni con gli altri, anche se viviamo in modo diverso e sentiamo la vita attraverso forme differenti. «La vita − canta O’Riordan − non è mai piatta» (Dreams) e non va sprecata. Non è sempre necessario farcela da soli. Esistono gli altri e possono aiutarci, nei momenti dolorosi e terribili, come in Collateral Beauty i tre amici del dirigente pubblicitario Howard Inlet (Will Smith): Whit Yardsham (Edward Norton), Simon (Michael Peña) e Claire (Kate Winslet). Fantastici.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Un battito di cuore alla sfida delle sette…

«A me gli occhi, prego», direbbe l’8ª Serata conviviale con «aperitivo» focalizzata sul tema «I giovani: facile bersaglio delle sette occulte e dei nuovi movimenti religiosi» e collocata nell’ambito della 6ª edizione del WikiCircolo dal motto «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra», che si è svolta il 4 maggio 2018 nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido.

Il tema, esposto da don Vincenzo Agosto, Alex Scicchitano e il sottoscritto, e illustrato con i due video (Illuminati. Spiegazione del loro «simbolismo» e Il lato oscuro dei social network), per ben due ore ha tenuto incollate persone che pian piano riempivano il Salone. Tra loro, i fantastici membri del Rinnovamento nello Spirito.

Serata straordinariamente intensa per chi ha regalato un battito di cuore alla sfida delle sette e dei «nuovi movimenti religiosi» o dei «culti» e, in particolare, ai giovani vulnerabili, «sconnessi», «senza legami», in pericolo, a rischio di fascinazioni occulte o già «pescati», trascinati e finiti negli ingranaggi di una finta spiritualità, plagiati dai guru, «deprogrammati» contro la loro volontà e resi schiavi delle sette, eppure sempre «appetibili», in cerca di un «dulcis in fundo», cioè di un’offerta di senso, di perché, di valori che entusiasmino, foss’anche in forma di surrogato rispetto al caffè, che altrove esiste, ma non è stato mai gustato a fondo.

Togliamoci però dalla testa che a finire negli ingranaggi della finta spiritualità sono solo i giovani vulnerabili e sprovveduti, gli anelli deboli della società. «Ciascuno di noi può cascarci» − scandisce Giuseppe Ferrari del Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa (GRIS) di Bologna, l’osservatorio anti-sette della Chiesa cattolica. Sfoglia l’archivio delle segnalazioni: avvocati, dirigenti, impiegati, professori, persino magistrati. Altrimenti non sarebbero oltre un milione le persone che in Italia nutrono una galassia di oltre 600 sette religiose e di ancora più numerose le psico-sette, dalla facciata un po’ eccentrica (49%), di quelle sataniste (18%) o stregonesche (18%). Sono italiani medi gli “irretiti”, i “plagiati”, i “succubi” di oggi. La dott.ssa Lorita Tinelli del Centro Studi Abusi Psicologi (CeSAP) di Bari, tra i più attivi centri d’assistenza psicologica e legale per vittime di plagio, desolata ed avvilita confida: «Perfino un collega psicologo…». E don Aldo Buonaiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII, l’unica associazione a offrire un numero verde anti-sette sempre disponibile, conferma: «Il 70% dei nostri casi riguarda persone istruite, perfino laureati, spesso facoltosi».

I santoni d’accatto e i ciarlatani dell’anima vanno sul sicuro. Preferiscono pesare le vittime tra i clienti dei fitness club, dei corsi di Shiatsu e di Qi Gong, nella classe media consumatrice di salutismo psicofisico. Ad esempio, Elena di Milano, una libera professionista, riferisce: «Mia sorella mi iscrisse a un ciclo di pranoterapia. Sembrava tutto normale, ma poi spuntò la santona, affabile. Ci parlava del “terzo occhio” e della “luce sopra di noi”. Era piacevole ascoltarla. Ci annunciò che poteva “canalizzare Gesù” dentro di noi e ammetterci a un circolo esclusivo di prescelti, pieno di persone importanti, attori, soubrette, nomi famosi… Perché no? Chissà, magari funziona. Sembrava un regalo. Cinquanta euro a incontro, non sono poi tanto. Ed era così bello sentirsi circondati di apprezzamento, avvolti d’amore. Solo che, via via, la gentilezza spariva e subentravano prima le prove di perfezionamento, gli esercizi spossanti e poi le sgridate, l’autorità, le imposizioni. Ci mettevano contro i nostri cari e ci impedivano di coltivare altre amicizie. Io uscivo dalle sedute terrorizzata e piangente, ma non riuscivo a staccarmi. Quella minacciava: “Se te ne vai, Cristo ti abbandona, perderai la vita”. Ero la reietta, l’apostata. Ci ho messo tre anni ad uscirne. E altri tre a liberarmi dal senso di fallimento».

Il discount della felicità in vetrina e l’abisso della spersonalizzazione nel retro. Secondo Massimo Introvigne, sociologo e saggista, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CeSNuR), dice che la parola “setta” è obsoleta, perché ricorda massonerie e riti fumosi: «Ora vanno fortissimo le religioni neobuddiste giapponesi, il cui motto è Genze riyaku, “beneficio immediato”. Ecco la lusinga: un benessere spirituale pronta cassa, da bere d’un fiato, come una bevanda dietetica». A suo parere non siamo una società secolarizzata. Siamo invece una società di «credenti senza appartenenza», di fedeli a caccia di parrocchie easy-fit, assetati di esperienze più che di credenze, più clienti che adepti. È un bisogno crescente di spiritualità, ma di quella semplice, aerobica ed efficiente, già disponibile nell’aldiquà e non rimandata all’aldilà, di un wellness interiore che ti fa finire dritto in braccio a quelli che la criminologia non definisce più sette religiose, ma “gruppi distruttivi”. L’offerta è vastissima ed ossessiva: lusingando arriva in tutte le case, sul web, WhatsApp, Facebook, Twitter… e le difese sono bassissime.

Una rara sospettosa chiede al GRIS: «Potete dirmi cos’è il “lavaggio energetico emozionale”? Sono una buona cattolica e non vorrei cacciarmi in un pasticcio». Chi però va a sospettare del crocefisso? Paolo, laureato da poco, voleva festeggiare il suo ritorno alla fede e iniziare la preparazione alla cresima, ma quel gruppo che aveva sede in una parrocchia era un po’ strano. «Dopo la bella accoglienza iniziarono certi discorsi sui “nemici della fede”, sulle tentazioni carnali. Me ne andai e subito cominciarono le persecuzioni: irrompevano in negozio e mi telefonavano a casa di notte: “Sei un prescelto, sei un eletto. Se abiuri, farai una brutta fine”. No, non era un corso per cresimandi…».

«L’inferno − scrive il giornalista Michele Smargiassi − comincia di solito con un leggero gesto consumista: si sceglie un percorso spirituale come un paio di carine scarpe sportive». Il tuffo nel tunnel di Alessandra, ad esempio, iniziò con un volantino sul bancone di una libreria: un innocente corso di Reiki, “prima lezione gratuita”, che male c’è? Accoglienza allegra e luminosa. «Ci dipinsero l’esperienza come un paradiso». E via, aprire i cuori e i portafogli: una serata − 260 euro, un corso “residenziale intensivo” − 1200 euro, e le attività che diventavano sempre più strane e scabrose: «Si parlava quasi solo di sesso», i «lavori» sfiancanti, le notti quasi insonni. Così quando arriva il momento dell’esperienza no-limits, quella del gong, «sei in una condizione di offuscamento mentale». Anna, di Bari, finì nel tunnel per seguire il fidanzato. «Se non andavo, mi avrebbe lasciato. Il guru voleva così e io per amore avrei fatto ogni cosa, a ventidue anni». In quel gruppo era il guru a fare e disfare la vita di ciascuno. Ubbidire o essere puniti, e la punizione era la «trasgressione creativa». «Il guru stabiliva con chi il tuo ragazzo doveva tradirti. Un giorno mi disse che dovevo prestarmi per una “trasgressione creativa”. Gli dissi: “Siete matti”, e trovai la forza per mollare tutto».

Quanti però non hanno coraggio di reagire e abbassano la testa? All’e-mail di don Aldo Buonaiuto arrivano storie come quella di una signora, moglie di un medico e madre di tre figli, che sparisce dopo un misterioso seminario a Milano, lasciando solo un talismano con un serpente. «La polizia ci ha detto che non si può fare nulla perché è diritto di un maggiorenne…». Simil-cristiani, para-buddisti, pseudo-scientifici, misteriosofici… La metodologia è la stessa: un letale mix tra tecniche di marketing e arsenale da torturatori di Abu Ghraib. Franca, madre con due figlie, raccontò a «Famiglia Cristiana» della dieta rivoltante imposta da un sedicente “angelo reincarnato”: «Pasta, solo pasta, aggiungendone se non finivo il piatto, mi faceva mangiare anche quella che vomitavo».

«L’incapacità di ribellarsi − scrive ancora Smargiassi − sembra inverosimile solo a chi non ha toccato con mano l’infernale meccanismo della sudditanza psicologica, come Franco a cui hanno rubato un fratello: “Incontrò questo santone. All’inizio me ne parlava entusiasta, tutto bello, puro, etereo… Avevamo appena avuto un lutto in famiglia. Può capitare a tutti, ma se qualcuno si infila nella tua crepa, l’abisso è lì, caderci è un attimo, e non risali più. Quello diceva di essere Dio, niente di meno, e come si fa a tradire Dio? ‘Se te ne vai, il tuo karma soffrirà, evolverai per saturazione!’. Cosa volesse dire, non so, ma mio fratello ne era paralizzato. Non c’è più il reato di plagio in Italia, è vero, ma questa è riduzione in schiavitù, si potrà fare qualcosa”». Che cosa?

«Attilio di Verona ha mobilitato anche l’Interpol, ma di suo figlio ventiseienne non sa più nulla. “Due anni fa perse il lavoro. Si mise a cercare su Internet. Trovò questa comunità, sorrisi, crocefissi al collo, cieli azzurri. Non ebbi il cuore di trattenerlo. Mesi di silenzio. Mesi fa, una telefonata: lui, piangente. Mi disse: ‘Papà, dimmi le cose più brutte, ma vienimi a prendere, salvami’. Mille chilometri di distanza, li avrei fatti anche di corsa, gli dissi di prendere i documenti e scappare. Lo fece, ma lo ripresero. Mi richiamò con una voce falsa: ‘Papà, mi ero sbagliato, sto bene’. Ora al cellulare rispondono altre persone e buttano giù”. Gli trema la voce. Il far West delle anime ha avuto un altro scalpo».

E cosa dire del «satanismo acido» che sta travolgendo gli adolescenti? Spesso loro stessi sono «a caccia» di satana sul web. Gli ‘adepti’ di satana, reclutati attraverso i social network e i profili di Facebook blindati, cioè non accessibili a tutti, sono in forte crescita. E’ proprio Facebook, il social per eccellenza ad essere utilizzato, più di tutti gli altri presenti in Internet, per contattare i ragazzi sensibili al fascino del “Signore delle Tenebre”. Ed è anche il ‘luogo’ dove la Polizia di Stato ogni giorno scova decine di nuovi simpatizzanti. L’età a rischio è quella compresa tra i 12 e i 22 anni. «Frasi ad effetto, musiche dark spinto, fotografie di sangue e teschi, e questi ragazzi soli davanti al pc, e spesso per la maggior parte della giornata, vengono risucchiati dal vortice dell’oscuro − spiega a Panorama.it Maria Carla Bocchino, dirigente responsabile della Divisione Analisi del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. − Vengono quasi ipnotizzati con musiche “realizzate” al computer dove si sentono lamenti strazianti e voci sofferenti ed agonizzanti». Un ruolo importante possono giocare anche i tratti definibili come ‘schizoidi’ e ‘antisociali’ dei ragazzi. Un adolescente, che aumenta il suo isolamento fisico e psichico dalla società normativa e manifesta comportamenti antisociali (vandalismo, furti, violenza…) e abusi di alcol e droga, merita senz’altro attenzione anche rispetto alla possibile adesione a una setta, ma la meriterebbe comunque, indipendentemente dalla eventuale soluzione satanica. Certo, anche la propensione per l’occulto, il gotico e la necrofilia sono segni che vanno tenuti d’occhio.

E’ estremamente importante che i genitori monitorizzino il computer e il cellulare del figlio o della figlia, prestando la massima attenzione a che cosa guarda sul web e con chi interagisce. Spessissimo queste sette sataniche acide si nascondono dietro profili di Facebook, ma anche dietro ad semplici associazioni onlus. Questi sono i casi più complessi da individuare, ma con un po’ di attenzione un adulto riesce ad intercettarli. «Se un genitore lo ha già scoperto − afferma Nadia Francalacci, collaboratrice dei servizi informativi centrali della Radio Vaticana −, deve rivolgersi alla Polizia postale che è in grado di entrare nel sito o profilo sospetto ed eventualmente oscurarlo. Con questi ragazzi non è consigliabile mai avere un atteggiamento duro e intransigente perché sono proiettati in una realtà che è difficile da gestire.

Ebbene, i giovani hanno bisogno di un chiaro orientamento e di vera spiritualità, di entusiasmarsi per un grande ideale e di sentirsi protagonisti di una società futura, più umana e più solidale. In caso contrario rischiano di diventare adulti non vivendo, ma lasciandosi vivere dietro la corrente, baloccandosi tra moto e flirts, assordandosi in discoteca o nei pub, sempre e comunque a caccia di sensazioni epidermiche che li facciano uscire da sé, oltre un sano “divertirsi”, fino a darsi allo “sballo”, agli sport estremi e, nei casi peggiori, perfino all’alienazione della droga e all’«abbraccio» delle sette… Ecco perché la moderna Caritas li inserisce nella categoria dei «poveri appettibili». E l’attuale edizione del Wiki– e CineCircolo continua a regalare a loro e a favore di tutti, ostinatamente e gratuitamente, ogni venerdì, un battito di cuore…, insieme all’«aperitivo» e al «cocktail».

Piotr Anzulewicz OFMConv




Amore forte e debole, “calpestato” ed occultato

Che cosa si può dire della 7ª Serata cinematografica (la 122ª), con la proiezione del film «Silence» del regista statunitense Martin Scorsese, la cineconversazione «Il cristianesimo − “saper morire per Cristo”» e il «cocktail», ideata all’interno della 6ª edizione del CineCircolo con il motto: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», che si è svolta venerdì 27 aprile 2018, presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido? Commovente ed impressionante, con un film di una vita, terso e abbacinante di immenso dolore e di alta qualità pittorica e potenza allegorica, e l’argomento di attualità con cui confrontarsi nel proprio tessuto vitale, sull’amore per Cristo, l’amore eroico, l’amore dolce e amaro, l’amore tradito, “calpestato”, nascosto, occultato. Un argomento da “sviscerare”.

La Serata è decollata dal video «La persecuzione dei cristiani»: un ampio sguardo sulle sofferenze dei cristiani e sulle violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo, dalla Nigeria alla Corea del Nord, passando per Iraq, Siria, Pakistan, Cina, là dove la fede in Cristo può costare la vita. Si librava per ben 160 minuti con il film e si è prolungata nella conversazione, moderata dalla segretaria del Circolo, dott.ssa Teresa Cona.

E’ stata la fortuita occasione per andare alla radice di quell’amore “calpestato” e occultato che è al centro del romanzo Chinmoku di Shūsaku Endō († 1996), scrittore cattolico giapponese, da cui Scorsese ha tratto l’ispirazione. Pubblicato nel 1966 (trad. it. Silenzio, Milano 1982), il romanzo si rifà alla realtà storica dei lapsi, cioè dei preti apostati, gli scivolati, quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare le persecuzioni e hanno abiurato la loro fede.

Il cristianesimo fu introdotto in Giappone nel 1549 con l’arrivo del gesuita spagnolo Francesco Saverio († 1552), anche se sarà il gesuita italiano Alessandro Valignano († 1606) il vero artefice della missione nel Paese del Sol Levante. Purtroppo, dopo un promettente inizio, alla fine del 1614 viene pubblicato un editto di espulsione di tutti i missionari, accusati di essere venuti in Giappone «con il desiderio di diffondere una legge malvagia, (…) al fine di mutare il governo del Paese e prender possesso della terra» (C. R. BOXER, The Christian Century in Japan, 1549-1650, Berkeley 1951, 318). In quel momento si contavano in Giappone circa 300 mila fedeli, insieme a seminari, scuole, ospedali e un crescente clero locale. La repressione fu violenta e le torture inflitte a sacerdoti e cristiani furono disumane, cruente, efferate. Fra tutte, «la tortura della fossa» si rivelò uno strumento efficace per costringere i fedeli all’abiura: sospesi e legati a testa in giù, veniva loro praticato un taglio superficiale dietro le orecchie o sulla fronte perché morissero lentamente, a meno di abiurare. In tutto questo, di fronte all’agonia di molti cristiani c’è solo il silenzio. Il silenzio di Dio, «la sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata − afferma Endō − Dio rimane silenzioso, a braccia conserte» (Silenzio, Milano 1982,  83). La vera lotta, la prima e più importante prova per i fedeli giapponesi e i missionari, è infatti accettare, sostenere e perdonare, nella più profonda solitudine, questo silenzio di Dio. «Per certi versi – dice il gesuita Sebastian Rodrigues – noi sacerdoti siamo un triste genere di uomini. Venuti al mondo per soccorrere l’umanità, nessun altro individuo è più squallidamente solo del prete che non è all’altezza del suo compito» (ivi, 36). Quando p. Rodrigues viene messo alle strette, non gli resta che calpestare il volto di Cristo. E quel volto che aveva «considerato la cosa più bella della sua vita», improvvisamente torna a parlagli, non più immaginato dietro le palpebre chiuse, ma vivo più che mai, reale, supplice: «Calpesta! Calpesta! […] Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini!». «Il prete posò il piede sul fumie [immagine in bassorilievo che raffigurava Cristo]. L’alba proruppe. E lontano il gallo cantò» (ivi, 203).

La scena finale del libro, sorprendente e di una densità teologica inestimabile, racconta il ritorno di Kichijiro, giapponese e cristiano della prima ora, ma che è stato indotto all’abiura e al tradimento, alla ricerca di un confessore. Più volte viene paragonato al Giuda dei Vangeli, perché per denaro, e paura, tradisce la fiducia di p. Rodrigues, causandone la cattura. Facile da disprezzare per via della sua debolezza e codardia, in realtà sarà proprio lui a riscattare la sorte del gesuita, non in virtù della sua forza, ma della sua paura. In un dialogo serrato tra i due, p. Rodrigues cerca di schernirsi, dicendo di non essere più padre, perché indegno dopo l’abiura. Kichijiro però incalza: «Lei può ancora ascoltarmi in confessione!» (ivi, 221), «La prego, ascolti la mia confessione». Entrambi avevano abiurato, entrambi avevano calpestato l’effige di Cristo, entrambi cercavano il perdono perché ancora credevano e amavano. «Poiché in questo Paese non c’è adesso nessun altro che possa ascoltare la tua confessione, lo farò io. […] Dirai le preghiere dopo la confessione. […] Và in pace!». In questo atto finale p. Rodrigues viene confermato nel suo sacerdozio, nonostante l’abiura. Riconosce di amare Cristo «in modo diverso da prima. Tutto quello che era accaduto fino a quel momento era stato necessario per portarlo a questo amore. “Persino ora – confida – sono l’ultimo prete in questa terra, ma Nostro Signore non ha taciuto. Anche se avesse taciuto, la mia vita fino a questo giorno avrebbe parlato di lui”» (ivi, 223). E «se i cristiani e il clero guardano a me come a una macchia nella storia della missione, non mi importa più» (ivi, 218). «La mia lotta – conclude – era con il cristianesimo, all’interno del mio stesso cuore» (ivi, 219).

Il regista Scorsese coglie del romanzo il nocciolo dei dilemmi che lo coinvolgono da sempre. Fino a che punto − torna a chiedersi − è lecito seguire Cristo, l’Amore incarnato di Dio, se così facendo noi rechiamo la sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia, che in fondo è il supremo comandamento trasmesso da Cristo ai suoi discepoli (Ama il prossimo tuo come te stesso), o la fedeltà alla sua Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? «La questione non è solo teologica − afferma onestamente Gianluca Arnone nella sua recensione − perché tocca qualsiasi credo e ideologia». In più, è molto moderna, perché in filigrana evoca i principali nodi della Chiesa di Papa Francesco, tormentata al suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinale (divorzio, eutanasia, aborto…). Questi giapponesi, che torturano e combattono i cristiani venuti dall’Europa, erano solo carnefici o piuttosto difendevano la loro identità culturale? Non è forse lo stesso problema sentito oggi in Occidente, nei rapporti tra le comunità autoctone e l’islam? Non basta continuare solo a invocare il multiculturalismo come panacea di tutti i mali. Silence è molto netto da questo punto di vista. C’è una scena emblematica in cui dei soldati giapponesi invitano i cristiani a sputare sul crocifisso e a dichiarare che la Beata Vergine Maria era una sgualdrina fino a calpestarne la sacra effige senza troppe cerimonie, ricordando loro che si tratta soltanto di immagine e non di quello che custodiscono dentro. Non comprendono però che per un cristiano quella effige non è solo un’immagine, così come l’Ostia non è soltanto un derivato del frumento. Per un cristiano Cristo è vivente, è persona, è quell’immagine, è quell’Ostia.

C’è una componente materiale nella religione cristiana che un orientale di osservanza buddista non capirà mai. Per questo una mediazione, che passi dal confinamento del cristianesimo in una sfera privata, intima, nascosta, pone seri interrogativi sulla sua consistenza. Assume allora un significato ambiguo quel silenzio perorato dal titolo: è la voce dell’abbandono di Dio, la dimensione dell’ascolto interiore, oppure il destino della cristianità in terra d’Oriente? «E’ positivo − scrive Arnone − che al cospetto di un discorso così interrogativo, scettico ed esistenziale, Scorsese mantenga un tono distaccato, algido, controllatissimo, senza le solite carrellate, le classiche zenitali e le proverbiali gimcane della mdp [cinepresa], senza cercare mai la scorciatoia, l’empatia, lo spettacolo, senza prendere per mano lo spettatore (che si ritrova così nella medesima situazione del gesuita “abbandonato” dal Signore). Silence non è un film immediato. Va meditato».

La Serata è atterrata con la consueta recita della Preghiera di Papa Francesco per i giovani (Sinodo 2018), la foto dell’équipe e il «cocktail» offerto da Pina Lista, ammiratrice e sostenitrice del Circolo. In sottofondo, il video musicale di Raffaele Falco: «Loda», proiettato da Ghenadi Cimino. «Loda… solamente loda; stai piangendo, loda; hai bisogno, loda; stai soffrendo, loda; non importa, loda; la tua lode invada il cielo». Una Serata sorprendente, con un film e un tema difficile da meditare e amare, ma facile da ammirare, stimare e coprire di complimenti…

Piotr Anzulewicz OFMConv




Serve un webpastore…

Una Serata conviviale illuminante, quella focalizzata sul tema «I giovani: webpastore come tessitore di dialoghi», che si è svolta venerdì 20 aprile 2018, nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» a Catanzaro Lido. Con il claim «capire, cambiare, osare», siamo stati invitati a guardare a Internet con entusiasmo, fiducia e audacia, a riappropriarci del ruolo di animatori/webpastori di «comunità», che «si esprimono ormai attraverso tante voci scaturite dal mondo digitale», ad offrire a tutti − anche ai non credenti, ma sopratutto ai preadolescenti e agli adolescenti − «i segni necessari per riconoscere il Signore» (Benedetto XVI). Capire l’era presente (virtuale), cambiare se stessi − ed anche un po’ la nostra terra, per quanto incolta e poco fertile − e osare ad evangelizzare il grande “continente” cibernetico, in continua ed irrefrenabile espansione, dalle elevate potenzialità comunicative, dalla progressiva apertura sociale e dalla frequentazione sempre più crescente. Il web si configura ormai come un universo culturale informativo e formativo ed è di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari e sociali. Operare pastoralmente in questo cyberspazio è non solo opportuno, ma anche necessario.

Tutti abbiamo bisogno però di un cambiamento di mente e di cuore e di una conversione pastorale… E’ una sfida per tutti, dai presbiteri agli educatori: entrare in sintonia con i media digitali ed elevarli a strumenti al servizio dei valori alti, umanistici e cristici. È urgente formare gli evangelizzatori a saper capire il linguaggio dei “nativi digitali” e andare a cercarli nei “luoghi” e nelle “piazze” che frequentano: Facebook, il cybercaffè, i blog, i chat… A loro che si debba strizzare l’occhio, tessendo i dialoghi e prendendosi cura delle loro parole, vite, storie.

Serve un webpastore, e una Chiesa, che non abbia paura di entrare nella loro notte, capace di incontrarli nella loro strada, in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve un webpastore, e una Chiesa, che «sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, con il proprio disincanto, da soli, con la delusione di un cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso». Serve un webpastore, e una Chiesa, capace di accendere il loro cuore e ricondurli a Gerusalemme. «Per questo è importante − ha detto Papa Francesco a Rio, il 27 luglio 2013, rivolgendosi ai vescovi brasiliani − promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte, senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità». Ai tempi di Internet queste parole risuonano con una forza e un’efficacia intramontabili. La sfida è arricchire la vita che appella in rete, raggiunta con domande semplici, di significati profondi, di pietre preziose, di perle. Frate Francesco non si troverebbe male nel grande mercato del web. Dialogando, egli saprebbe vendere bene la propria merce: la perla che ha trovato tra i lebbrosi e nei Vangeli.

Una Serata ricca di spunti, suggestioni, stimoli, sollecitazioni… Colma di slanci per colonizzare vecchi comportamenti e reindirizzare linguaggi ammuffiti e barocchi, debitori di una retorica e di un’autoreferenzialità ormai ignote alla scattante società contemporanea. Corredata di due video musicali e di tre video-conferenze. Arricchita dalla presenza di un ospite d’eccezione: p. Vasyl Kulynyak, di Crotone, cappellano della comunità ucraina di rito bizantino presso l’arcidiocesi di Crotone-S. Severina. Resa saporita con la sottile focaccia di farina, spianata a mano, variamente condita e cotta nel forno a legna. A presto, con slancio della speranza.

Piotr Anzulewicz OFMConv