Connessi e altrove, ma orfani e solitari

«I giovani: connessi, ma solitari e orfani»: è il titolo della 3ª Serata conviviale con «aperitivo», che si è tenuta venerdì 16 febbraio 2018, presso il Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. La Serata − 113ª di seguito − ha avuto inizio con il video musicale «Jesus Christ, You are my Life», le cui immagini fecero il giro del mondo in occasione del Grande Giubileo 2000, quando l’infinita moltitudine di ragazzi e ragazze, insieme a Giovanni Paolo II, danzò, gongolò ed esultò di gioia, cantando quella canzone scritta da mons. Marco Frisina, divenuta in seguito l’inno di tutti i raduni denominati «Giornate Mondiali della Gioventù», incluso quell’ultimo a Cracovia (26.07.2016).

Dopo le gentili parole di benvenuto e la vivace presentazione del programma della Serata, da parte di Teresa Cona, segretaria del Circolo, l’attenzione dei presenti è stata focalizzata sull’«aria» che respirano i “ragazzi 2.0”, quelli che nascono con i “dispositivi” elettronici “incorporati”, abilissimi utenti della comunicazione online, definiti all’inizio del Duemila nativi digitali (born digital). In seguito alla strepitosa diffusione dei nuovi media, si è passati dall‘homo sapiens, tutto carta e penna, all’homo videns e zapppiens, tutto telecomando e video “incorporati”, appunto, fino all’attuale “versione” dell’homo 2.0, tutto web e touch screen. L’homo zappiens è «una nuova generazione che […] è cresciuta usando molteplici dispositivi tecnologici, sin dalla prima infanzia: il telecomando per la tv, il mouse per computer, il minidisc, e, più recentemente, il cellulare, l’iPod e il lettore mp3. Questi dispositivi hanno permesso ai bambini di oggi [i preadolescenti] di mantenere il controllo di flussi di informazioni, discontinue e in eccesso, di entrare in comunicazione virtuale face to face o con comunità online, di comunicare e collaborare in rete in base alle loro esigenze» (W.Veen-B, Vrakking, Homo zappiens. Crescere nell’era digitale, Roma 2010, 11). Secondo Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante, che si è resa nota al grande pubblico con il suo primo romanzo La gallina volante, ci troviamo probabilmente in presenza di una nuova evoluzione della specie umana che potrebbe determinare «un vero e proprio cambiamento antropologico: si stanno acquisendo nuove abilità mentali, dal pensiero nonsequenziale al multitasking» (P. Mastroccola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Parma 2011, 80).

In questi effervescenti anni della rivoluzione digitale spuntano come funghi anche nuovi Siti e blog religiosi o video-omelie che cercano di raccontare la fede nell’immensa cattedrale virtuale che è il web. Purtroppo, nel far West dell’etere, si incontrano spesso elaborazioni discutibili e l’evangelizzazione online non sempre viene declinata in modo intelligente e professionale. Impreparazione, nonchalance e pregiudizi impediscono di cogliere le opportunità che i diversi “applicativi” possono offrire nella comunicazione della fede ai ragazzi, appassionati ed attivi utenti delle moderne tecnologie. A far passare il messaggio, non sono ormai sufficienti la “buona volontà” e l’entusiasmo apostolico. Un catechista dell’ultima generazione non può limitarsi a comunicare la “buona Novella” soltanto a parole scritte, lette o pronunciate. I “ragazzi 2.0”, “video-pc-telefonino-dipendenti”, cresciuti a brioches e web, hanno bisogno di immagini e suoni per essere “risvegliati” e catturati. In caso contrario, non vengono intercettati perché i codici e la metodologia utilizzati risultano incomprensibili e inespressivi e le relative mediazioni non diventano interessanti. «Non sarà anche questo uno dei motivi − si domanda Valerio Bocci, autore di innovativi sussidi catechistici − per cui, al culmine dell’iniziazione cristiana con la celebrazione della Cresima, si consuma “il congedo illimitato e definitivo” dalla comunità stessa?» (V. Bocci, Comunicare la fede ai ragazzi 2.0. Una proposta di catechesi comunic-ativa, Torino 2012, 9). C’è spazio per tutti, ma il problema è occuparlo intelligentemente. “Ieri”, il passato, la tradizione rappresentano un tabù per i “ragazzi 2.0”, ancorati profondamente al “qui-ora”. E’ fondamentale presentare iI messaggio di “ieri” con la sensibilità educativa e comunicativa di “oggi”, in modo più interattivo e multimediale, in cui i ragazzi diventano protagonisti, in un contesto ricco di proposte dentro la parrocchia e in collegamento con le agenzie educative (genitori, famiglia, scuola, gruppo dei pari…).

Non è mai facile educare i ragazzi. Qui non funziona il “copia e incolla”. Non bastano neanche le diffidenze e i caveat [intimazioni] nei confronti dei tecnomondi. I contatti digitali e le realtà virtuali lentamente “formattano” non solo il cervello, ma anche il cuore. I giovanissimi vivono sul web (il 93%). In rete si fanno una cultura, coltivano rapporti, incontrano anche pericoli: adulti malintenzionati, gioco d’azzardo (il 13% lo ha già fatto; il 32% lo farebbe), sesso online ed anche offline, divulgazione improvvida di dati personali, foto incluse, imbastendo un nuovo italiano 2.0, l’e-italiano digitale, in cerca di efficacia e velocità comunicativa. «Il tutto subendo e involontariamente nutrendo un digital divide generazionale − separati in casa, è il caso di dirlo − con il mondo adulto, ansioso e impreparato» (P. Floretta, Le reti di Francesco. Per una tecnologia dello spirito e una cyberspiritualità e webpastorale francescane, Padova 2015, 12).

La sfida, in tale prospettiva, alza di parecchio l’asticella. Soprattutto i genitori devono recuperare il vuoto di autorevolezza, se vogliono incidere educativamente nelle abitudini dei figli “sempre connessi” e “sempre altrove”. In un mondo che esalta il potere dei social, «rilasciando l’illusione di una facile e vasta popolarità e visibilità a colpi di selfie, video, messaggi, i ragazzi − afferma Valerio Bocci − hanno bisogno di una intelligente contro-proposta fatta di relazioni vere, di tempo condiviso a parlarsi, a computer e telefonini spenti. Tempo, ascolto, dialogo, confronto: sono gli ingredienti della terapia che ancora può contrastare la “solitudine”, una delle “malattie” in galoppante ascesa nel quotidiano dei ragazzi, illusi e delusi dalle promesse non mantenute dall’overdose delle ore passate in connessione continua con gli amici di Facebook, Instagram, Snapchat…» (A. Ricci-Z. Formella, Educare insieme nell’era digitale, Torino 2018, 4).

L’argomento della Serata ha sollevato tanti temi e ha fornito tanti «input»: le identità mascherate in Internet, l’aggressività online, il conflitto e la collaborazione nei gruppi online, l’altruismo e la solidarietà nella rete, le differenze di genere in Internet, l’educazione alla vita su web, la rete come un mercato, gli amori, le amicizie e i follower… C’è ne per molte edizioni del WikiCircolo. Il tema: «I ‘ragazzi fantasma’, soli e isolati dalla società», previsto per venerdì 26 gennaio, ci è sfuggito e la 2ª Serata conviviale è stata sospesa: gli amici del Circolo sono stati invitati a dare l’ultimo abbraccio a Peppino Frontera, improvvisamente portato via da Sorella Morte.

Torniamo comunque alla tavola rotonda di questa Serata, con due giovani laureandi in sociologia: Clarissa Errigo e Alex Scicchitano. Ci hanno sorpreso, a dir poco, commentando l’articolo: «Hikikomori, è boom anche in Italia: migliaia di giovani si recludono in casa». Hanno tra i 14 e i 25 anni, non studiano né lavorano, non hanno amici, trascorrono gran parte della giornata nella loro camera, a stento parlano con genitori e parenti, dormono durante il giorno e vivono di notte, si rifugiano tra i meandri della rete e dei social network con profili fittizi, unico contatto con la società che hanno abbandonato. «Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte” − scrive Matteo Zorzoli, autore dell’articolo.− Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, ma è sbagliato considerarlo un fenomeno limitato soltanto ai confini giapponesi». Infatti, è «un male che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema. – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi». Le ultime stime parlano di migliaia di casi italiani, un esercito di reclusi che chiede aiuto.

Depressed boy under the bed

Si tratta di un fenomeno sociale dai contorni ancora poco chiari. Spesso viene confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa dei giovani. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi), fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo NEET, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola italica. Il disagio «molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da Internet – spiega Crepaldi. – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato: una condanna per un ragazzo hikikomori». Secondo Crepaldi, la frustrazione scolastica è la prima causa o cosiddetto fattore precipitante del fenomeno di isolamento. Un brutto voto a scuola per esempio, un avvenimento innocuo agli occhi delle altre persone, ma che, contestualizzato all’interno di un quadro psicologico fragile e vulnerabile, assume un’importanza estremamente rilevante. Il ragazzo inizia a saltare giorni di scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere, abbandona le attività sportive, inverte i ritmi sonno-veglia e si dedica a monotoni appuntamenti solitari come il consumo sregolato di serie tv e videogames. È fondamentale intervenire proprio in questa prima fase del disturbo, cioè alla comparsa dei primi campanelli d’allarme. In questa fase i genitori, gli educatori e gli insegnanti rivestono un ruolo cruciale, per evitare il passaggio alla fase più critica. In aiuto ai ragazzi affetti da questa sindrome è stato creato il Sito di Hikikomori Italia con le chat regionali e il forum aperto sia a loro che ai genitori: una bacheca di richieste di aiuto e di sofferenza, ma anche di storie a lieto fine, come quella di Luca:

«Il giorno e la notte erano identici, dormivo quando avevo voglia, mangiavo quando avevo voglia. Ho perso tutti gli amici e lo schermo era uno “stargate” per un altro universo. Il tempo si dilatava quando cliccavo sulla tastiera e non volevo mai smettere. Quando dovevo lavarmi fremevo sotto la doccia per rimettermi a giocare. Ho passato così più di due anni giocando a Wow [World of Warcraft, un videogioco di strategia ndr] in totale isolamento. Non riuscivo neanche più a camminare. Tutto questo è successo senza che mia madre si accorgesse di nulla: lavorava dalle 8 alle 17 e io facevo finta di andare a scuola. Non avevo più voglia di tornarci. Troppa pressione. L’isolamento è una battaglia che alla fine diventa una cura. Cresceva dentro di me come un’onda, lentamente, fino al momento in cui tutto iniziava a darmi fastidio, non sopportavo cosa facevo, non sopportavo chi ero. Oggi ne sono fuori, vivo all’estero e ho una fidanzata bellissima. Sono o sono stato un hikikomori? Non lo so, ma quello che so è che la forza per combattere quel demone sta e risiede solo dentro di voi, nessuno vi può aiutare, nella taverna di qualche montagna virtuale dove voi stessi vi siete persi, con la sensazione di pace che vi avvolge la mente. L’unico consiglio che mi sento di darvi è: scappate da quel computer».

E noi quale consiglio possiamo proporre ai ragazzi sempre connessi, ma soli, solitari e isolati dalla società? Proviamo a verbalizzarlo. «Il dono più bello lo avete già ricevuto: è la vita. Adesso datevi da fare. Non perdete il tempo. Non lasciatevi travolgere dalle tecnodottrine di turno. Verificate sempre se queste tecnodottrine non siano tecnosirene. Non dimenticatevi di porre la domanda aurea: “Quanto siete cresciuti nella vostra consapevolezza esistenziale?”. Mettete impegno in tutte le cose che fate, a cominciare dallo studio. Dovete studiare e intercettare quello che sta avvenendo. Abbiate il senso della vita, vogliatevi bene e rimboccatevi le maniche perché il Signore vi ha fatti intelligenti. Frate Francesco d’Assisi, da grande maestro di “reti” e di relazioni, vi offre un simpatico episodio riguardo all’atteggiamento più utile da tenere verso i mezzi tecnologici. Lo riporta la Compilazione d’Assisi (CAss 103-104: FF 1626-1627), denominata anche Leggenda perugina (o più recentemente Fiori dei tre compagni, cioè di Leone, Rufino e Angelo), messa insieme, nel passaggio tra il sec. XIII e il XIV, con materiali di provenienza e di ispirazione diversa al fine di ricostruire una Leggenda sulla vita dell’Assisiate che fosse più “antica” di quella “nuova”. Ivi si dice che il Poverello ha aiutato il giovane novizio a discernere i vari motivi nascosti dentro il suo desiderio di possedere un breviario, all’epoca il top della tecnologia della scrittura, essendo fatto di preziosa pergamena. Francesco lo forma, aiutandolo a liberarsi dal narcisismo dell’avere e del sapere, per lasciarlo libero di seguire la sua vocazione alla semplicità, alla frugalità, alla preghiera. Il suo desiderio di autenticità, con o senza breviario.

La rete non è soltanto un mezzo o uno dei media. E’ un «ambiente di vita», di indiscusse potenzialità, in cui abitare in modo degno dell’uomo. Ed è una palestra di straordinarie possibilità per accompagnare i ragazzi, per tessere con loro i dialoghi, per presentare loro un sano dating spirituale, ma anche per segnalare loro le innumerevoli trappole disumanizzanti. Frate Francesco, se fosse tra noi oggi, non avrebbe certamente difficoltà ad elevare la rete a suo chiostro, un po’ strano, ma comunque chiostro abitato da persone, talvolta lebbrose e ferite, bisognose di un incontro e di un sentiero, anche infotecnologico, più fraterno e solidale, umano ed umanizzante. E forse potrebbe diventare patrono di questo hyperchiostro, del web, della rete….

Una Serata meravigliosa, rivelatrice, istruttiva.

Piotr Anzulewicz OFMConv