È coinvolgente seguirlo Postato 18 gennaio 2015 da Piotr Anzulewicz

0

image_pdfimage_print

La chiamata è il tema clou della 2ª domenica del tempo ordinario, detta anche la domenica delle prime vocazioni. Infatti, la prima lettura biblica (1 Sam 3,3b-10.19) racconta la chiamata di Samuele, profeta, e il Vangelo (Gv 1,35-42) quella di Giovanni e di Andrea, apostoli. È un tema cruciale per ogni cristiano, e non solo per i miei confratelli religiosi: Ilario, Andrea, Alessandro…

Chiamata degli apostoli (mosaico)Nella narrazione evangelica la chiamata assume un timbro personale. Andrea e Giovanni, che scrive sulla base dei ricordi più cari, sentono dire che Gesù è l’«Agnello di Dio» (Gv 1,36), il Messia, il Cristo. A parlare è il loro maestro, il grande Giovanni Battista, che – come ha fatto Eli, sacerdote del tempio di Silo, con Samuele (cfr. 1 Sam 3,9) – tramite una parola illuminante orienta i suoi discepoli verso il Cristo di Dio. Così comincia la loro ricerca, la loro esperienza, la loro sequela: sembrano predatori a caccia del tesoro per le strade della Galilea e della Giudea, ma anzitutto nei sentieri del proprio spirito, continuamente spronato ad emigrare dalle proprie mediocrità, ordinarietà, convinzioni.

Provare a sentire quella ‘chiamata’ significa «andare a vedere» (Gv 1,39), a “conoscere”, a lasciarsi sconvolgere e coinvolgere. Per questo molti resistono o fuggono, per paura – paura di cambiare, di mettersi in gioco, sentire le emozioni, soffrire, star male – e dicono: “Sì, è bello, ma non ho tempo”. Tante scuse sembrano giustificare il rifiuto di provare quell’esperienza. Dio passa e ci chiama, ma noi gli rispondiamo spesso “no”. La fede, come la vita, come l’amore e come tutto ciò che è intenso, è sconvolgente e coinvolgente. Dio è sconvolgimento e coinvolgimento. Per questo è difficile seguirlo, ma nello stesso tempo inebriante e vitale.

Gesù mette a fuoco il senso della ricerca dei due discepoli del Battista: li invita a riflettere sul loro impulso di seguirlo. La ricerca della fede può essere un momento passeggero, euforico, emotivo.Gesù scuote: vuole accanto a sé degli uomini consapevoli delle loro scelte. E la risposta dei due alla sua domanda («Che cosa cercate?»: Gv 1,38) rivela l’insicurezza della loro scelta: «Maestro, dove dimori?» (ivi). Ed egli risponde loro: «Venite a vedere» (Gv 1,39). Dopo essersi fidati, si lasciano coinvolgere. L’annotazione finale di Giovanni è significativa: «Erano circa le 4 del pomeriggio»: quell’istante così decisivo segna una svolta nella loro vita.

Fillipine in preghieraSoffermiamoci un momento sul gioco di sguardi. Gli sguardi dicono di una persona molto di più che tutte le sue parole. Essi sono lo specchio dell’anima: proiettano un raggio di luce che viene dall’intimo. Ci sono sguardi ostili che giudicano e condannano. E ci sono sguardi che guariscono e salvano, rendono liberi e fanno scoprire che siamo amati e riconosciuti: gli sguardi dell’amore, della tenerezza e della dolcezza, dello stupore e del rapimento. «La lucerna del corpo – ci dice Gesù – è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (Lc 11,34).

Sentiamo dolore quando siamo guardati per essere derisi e ripresi. Siamo delusi quando nessuno si accorge di noi. Soffriamo quando non vengono riconosciute le nostre doti, sensibilità e fatiche. Abbiamo bisogno che qualcuno ci fissi, come Gesù ha fatto con Pietro, che veda ciò che noi abbiamo dentro, che non si impaurisca di quello che vede, che non si vergogni di noi, ma sappia vedere il nostro vero volto e ci possa dire: “Tu sei di più! Io lo vedo”. Appunto, nel Vangelo si dice che Giovanni Battista «fissa lo sguardo» su Gesù (Gv 1,36) e che Gesù «fissa lo sguardo» su Pietro (1,42). Non è un vedere veloce e fugace, ma un guardare che fa rabbrividire ed emozionare, perché non guarda la pelle del viso o il colore degli occhi, ma la nostra anima e il nostro cuore. Simon Pietro, visto all’esterno, era un semplice pescatore. Gesù però gli ha visto dentro: Tu sei di più, Simon Pietro. Io credo in te. Io vedo ciò che hai dentro: la tua durezza e la tua cocciutaggine, ma anche la tua passione, il tuo fuoco, il tuo slancio. Tu puoi essere un altro. Tu non sei una pietra, ma una roccia”. L’amore è così: uno ti entra dentro e vede ciò che tu non vedi. Allora inizi a crederci anche tu e scopri che ha visto proprio bene.

Giovani con la croceGesù, l’amore incarnato di Dio, quando ci guarda e ci chiama, non ci sottrae alle contraddizioni della vita, ai nostri lati oscuri, ai conflitti inevitabili o ai dubbi che ci tormentano. Egli ci immerge dentro ad ogni cosa. Ci lancia laddove c’è il dolore e la disperazione, lo sconcerto e l’abbandono, le catene e le schiavitù. Quegli uomini, i primi apostoli, dopo aver accolto la chiamata, non poterono più tirarsi indietro. Gesù fu per loro un colpo di fulmine, un’illuminazione, un innamoramento. E noi non potremo credere di aver conosciuto Gesù, finché egli non sarà per noi un colpo di fulmine, una passione, un fuoco che ci arde dentro, finché non saremo rapiti dal suo messaggio e da come lui ha vissuto, finché non percepiremo – come i suoi discepoli, poi apostoli, inviati – quanto dolce e bella sia la sua amicizia. Come loro, da quell’«ora» sceglieremo di fare esperienza di lui e di frequentarlo, sentendo il bisogno/urgenza di affascinare gli altri alla sua bellezza. Abbiamo bisogno che qualcuno ci fissi, come Gesù ha fatto con Pietro, che veda ciò che noi abbiamo dentro, che non s’impaurisca di quello che vede, che non si vergogni di noi, ma sappia vedere il nostro vero volto e ci possa dire: “Tu sei di più! Io lo vedo”. Questo è, del resto, lo scopo dell’evangelizzazione: “chiamare” gli altri e portarli a tu per tu con Gesù… Oggi abbiamo tanti mezzi, eppure evangelizzare non può essere una professione, ma una convinzione che porta ad incendiare il cuore di chi deve ancora incontrare Gesù.

Samuele, Andrea, Giovanni, Pietro: esempi diversi di chiamata, di vocazione, di missione. Ogni chiamata è differente, perché Dio non crea cloni e non fabbrica prodotti in serie. Per ciascuno usa un linguaggio e modalità proprie, perché di ciascuno ha fatto il cuore. A tutti, però, offre la stessa letizia che coincide con l’impagabile gioia di dare tutto per amore.

«Venite a vedere» (Gv 1,39). Noi, discepoli di oggi, siamo capaci di lasciare le nostre reti, i nostri appigli, le nostre sicurezze per seguirlo? Incontrando il suo sguardo, i primi discepoli capirono di essere infinitamente amati e sentirono che valeva la pena di lasciare tutto pur di continuare ad incontrare quello sguardo e sentire quella voce, unica al mondo, che veniva da “oltre”. E parlava un linguaggio divino. Di colpo capirono che colui, che li chiamava, non era più soltanto l’Uomo di Galilea, ma lo splendore della gloria del Padre, l’eletto, l’inviato. Andarono e si fermarono presso di lui, per sempre. E lui li portava in mezzo alla gente, in mezzo al dolore, in mezzo alla festa, dovunque c’era la vita, quella che spera e si entusiasma, e quella che soffre e si lascia andare.

Messa conclusiva a Manila«E’ questa la grande sfida della vita, imparare ad amare – ha detto Papa Francesco, incontrando stamattina circa 30 mila giovani filippini nel campus dell’Università Santo Tomas a Manila. – Non solo accumulare informazione, senza sapere cosa farne. E’ solo attraverso l’amore che questa informazione diventa feconda. Il vero amore è amare e farsi amare. E’ più difficile farsi amare che amare. Per questo è tanto difficile comprendere l’amore perfetto di Dio. Perché possiamo amarlo, ma è importante che ci facciamo amare da lui. Il vero amore è aprirsi all’amore che ci vuole raggiungere e che ci provoca sorpresa. Se disponi soltanto di informazioni, non hai accesso alla sorpresa, l’amore invece ti dispone alla sorpresa, perché suppone un dialogo tra due persone, tra chi ama e chi è amato. E noi diciamo che Dio è un Dio delle sorprese, perché sempre ci ha amati per primo, con una sorpresa. Dio ci sorprende. Lasciamoci sorprendere da Dio. Rifiutiamo la psicologia del computer che ci fa pensare di sapere tutto. Sul computer si trovano tutte le risposte sullo schermo, ma nessuna sorpresa».

«Nella sfida dell’amore – ha insistito il Papa – Dio si manifesta attraverso la sorpresa. Pensiamo a s. Matteo. Era un buon commerciante e impoveriva le persone perché imponeva le tasse ai propri concittadini ebrei per darle ai romani. Era pieno di soldi e imponeva queste tasse. Quando passa Gesù, lo osserva e gli dice: Vieni, seguimi! Matteo non poteva crederci. Se avete l’occasione andate a vedere il quadro dipinto da Caravaggio su questo episodio. Gesù lo chiama e gli altri intorno dicono: Questo qua?! E’ un traditore senza vergogna. Ma la sorpresa di scoprirsi amato lo vince. Il giorno in cui Matteo ha lasciato la sua casa, sua moglie mai avrebbe pensato che sarebbe rientrato senza soldi, preoccupandosi di come preparare un banchetto per colui che lo aveva amato per primo, che lo aveva sorpreso con qualcosa di molto importante, più importante del denaro che possedeva».

Crocifisso e Francesco (mosaico)«Lasciatevi sorprendere da Dio!». È il forte invito che Papa Francesco ha lanciato ai giovani. «E non temete le sorprese! Vi scuotono il terreno sotto i piedi! E rendono tutto insicuro, ma ci spingono ad avanzare nella giusta direzione. Il vero amore fa che vi spendiate nella vita, vi lascia le tasche vuote. S. Francesco morì con le mani vuote e con le tasche vuote, ma con un cuore stracolmo. Siamo d’accordo, allora? No giovani ‘museo’, ma uomini saggi. Per essere saggi usate i tre linguaggi: pensare, sentire e agire. Per essere saggi, permettete a voi stessi di farvi sorprendere dall’amore di Dio. (…) Nel Vangelo che abbiamo appena sentito c’è una frase che secondo me è la più importante di tutte. Dice il Vangelo di Gesù: Guardò quel giovane e lo amò. (…) Ma la frase più importante che dice Gesù è: Ti manca solo una cosa. (…) Cosa è? (…) Vi manca solo una cosa… Diventate mendicanti. Imparate a mendicare da coloro ai quali date. Non è facile da comprendere. Imparare a mendicare. Imparare a ricevere dall’umiltà di coloro che aiutiamo. Imparare ad essere evangelizzati dai poveri. Le persone che aiutiamo, i poveri, gli infermi, gli orfani, [i migranti e i rifugiati] hanno molto da darci. Ho imparato a mendicare da loro o mi sento autosufficiente e offro soltanto aiuto? Voi, che vivete dando sempre e credete di non aver bisogno di nulla, sapete che anche voi siete poveri? Sapete che siete in povertà e che avete bisogno di farvi evangelizzare dai poveri, dagli infermi, da coloro che aiutate? Questo è ciò che vi aiuta a maturare nel vostro impegno a voler aiutare gli altri. Imparare a tendere la mano spinti dalla propria miseria».

Settimana di preghiera per l'unità 2015È questo anche il senso del tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, scelto da Papa Francesco e sviluppato dai giovani brasiliani («Dammi da bere»: Gv 4,7): la necessità che le nostre Chiese hanno di donarsi reciprocamente le loro specificità. «I loro diversi percorsi ecclesiali e le loro diverse sottolineature – ha spiegato mons. Mansueto Bianchi, presidente della Commissione della Conferenza Episcopale Italiana per l’Ecumenismo e il Dialogo – possono diventare contenuto e occasione di dialogo reciproco, attraverso il quale ciascuna Chiesa dona all’altra la propria acqua, cioè la propria ricchezza».

«Imparare ad amare e imparare ad essere amati» dagli altri, e oggi in particolare dai migranti e dai rifugiati, dagli «scartati», dai «lebbrosi del nostro tempo».

A cura di Piotr Anzulewicz OFMConv

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.