Ad ogni venerdì dell’8ª edizione!

Venerdì 8 marzo, nella Giornata Internazionale della Donna, alle ore 19, il Circolo Culturale San Francesco inaugura l’8ª edizione del WikiCircolo, con la 1ª Serata conviviale in omaggio alle donne dal tema: «Donne impegnate a battersi contro le violenze e gli abusi fisici e psicologici», e venerdì 15 marzo quella del CineCircolo, con la proiezione del film «E ora dove andiamo?» di Nadine Labaki, la conversazione «La via femminile per la pace» e il «cocktail», la 151ª di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, con decorrenza dal 10 gennaio 2014.

Entrambe le edizioni hanno il motto «A servizio della pace e della fratellanza» e si ispirano al Messaggio «La buona politica è al servizio della pace» di Papa Francesco per la celebrazione della 52ª Giornata Mondiale della Pace, al «Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune», firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e Grande Imam di al-Azhar Aḥmad al-Ṭayyib (4.02.2019) e alla preghiera-poesia Cantico delle creature di frate Francesco d’Assisi.

In tal modo la nuova edizione ci invita ad essere «portatori della pace» e «costruttori della fratellanza», in un mondo lacerato da scontri, odi, barriere e divisioni e abbruttito da logiche di potere, egoismi e nazionalismi. La partecipazione e la presenza reale – ed anche virtuale, tramite il Sito Web e la Pagina social del Circolo – alle Serate di ogni venerdì saranno motivo di sostegno a osare tale missione e tenere aperta ad ogni fratello la propria mente e il proprio cuore. Tutti insieme possiamo essere segno e lievito di una nuova società, costruita sulla pace e sulla fraternità. I dépliant, ritirati dalla Tipografia il 4 marzo, sono a disposizione di tutti, nella segreteria del Circolo. (pa)

WikiCircolo 2019

 

 

 




Joy – Gioia

Ha sfidato il freddo, eccome, l’8ª Serata cinematografica che si è tenuta venerdì 11 gennaio 2019 nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Forte si sentiva però la voglia di trovarsi insieme e insieme chinarsi sull’argomento «Trovare il proprio ‘posto’ nel mondo: vocazione e direzione», guardando la pellicola «Joy» di David O. Russell, proiettata da Ghenadi…

La penultima Serata della 7ª edizione del CineCircolo con il motto: «Negli spazi abitati dai giovani, per immagini», la 147ª di seguito, è cominciata sulle note della calorosa e stravolgente canzone Mamma mia!, tratta dal terzo album del gruppo pop svedese ABBA (Agnetha, Benny, Björn e Anni-Frid). A seguirla, dopo le brevi note sul film e sull’argomento «clou», il videoclip «’Credo’ nella vita…» di Giorgia (Todrani), cantautrice romana, musicista e produttrice discografica, la prima artista di musica leggera al mondo ad esibirsi nel duomo di Milano e in un concerto in diretta televisiva ai Fori Imperiali di Roma.

Poi tutti a condividere le vicende della protagonista Joy, insieme alla sua famiglia al completo, ad un gruppo notevole di personaggi ben caratterizzati che bucavano lo schermo, da l’ex marito della protagonista (Edgar Ramirez), un latinoamericano troppo impegnato a cantare e a diventare il nuovo Tom Jones per andare a lavorare e mantenere la famiglia, a Trudy (Isabella Rossellini), la nuova fidanzata del padre di Joy, una signora ambigua e a tratti illogica nel suo modo di pensare, che faceva ridere e allo stesso tempo riflettere, alla madre e al padre di Joy (Virginia Madsen e Robert De Niro), dotati di uno spessore e di un’umanità incredibili nei loro numerosi difetti e mentalità ristretta, che potrebbero risultare quasi sopra le righe se non fosse per un carattere così ben strutturato da renderli in qualche modo estremamente credibili.

A metà della proiezione è arrivata la sorpresa: la pizza calda e fumante, grazie alla generosità del M° Luigi Cimino. Olga e Pina, mentre proseguiva la proiezione, la servivano graziosamente e sommessamente ai presenti, colti di stupore. È valsa la pena esserci e lasciarsi afferrare anche da questo momento di gioia e di condivisione.

La Serata si è conclusa verso le ore 22.30, al travolgente ritmo del celebre musical «Mamma mia!» con la regia e l’adattamento di Massimo Romeo Piparo, le coreografie di Roberto Croce e le canzoni degli ABBA, da «Mamma mia!» a «Dancing Queen», da «The Winner takes it all» a «Super Trouper», eseguite durante le feste natalizie del 2018 dall’Orchestra del M° Emanuele Friello sul palcoscenico del Teatro degli Arcimboldi di Milano, trasformandolo magicamente in una delle più affascinanti isole greche, con tanto di pontile sospeso su oltre novemila litri di acqua, barche ormeggiate e una locanda dai caratteristici colori bianco e blu con cascate di bouganville, per raccontare della giovane Sofia che, prima di vivere il suo sogno d’amore, fa di tutto per realizzare il suo più grande desiderio: essere accompagnata all’altare dal padre che non ha mai conosciuto.

Il regista David O. Russell ci ha regalato un’opera ricca di umanità e di spunti per ragionare sul proprio ‘posto’ nel mondo e sulle relazioni umane. La sua pellicola Joy ha impressionato, intenerito e coinvolto soprattutto le spettatrici: Antonella, Pina, Olga, Pina, Ninetta, Maria, perché ogni donna almeno una volta nella vita si è sentita impotente, sacrificata, sopraffatta, costretta a rinunciare ai propri sogni: chiunque intorno le mette i bastoni fra le ruote. Joy è così un messaggio, un simbolo, un emblema, un modo per dire: ‘Ce la puoi fare anche tu, che non sei nessuno’. Il cosiddetto ‘sogno americano’, che è in realtà il sogno di tutti, è veramente a portata di mano: l’importante è non smettere di lottare… e credere nella capacità dell’umanità di essere buona, di essere sana e di essere salva. Questo è un tempo in cui ci vuole molta forza per avere fiducia nell’altro, ma «la fiducia come la fede – disse la cantante Giorgia, in un’intervista di Silvio Vitelli per il telegiornale di Tv2000, in occasione dell’uscita del suo quinto album con dvd dal titolo ‘Oronero Live’ (18 gennaio 2018) – sono esercizi che si fanno nei momenti difficili. È anche un grande atto di volontà. La fede è anche una scelta: è scegliere di vedere le cose notando che esiste anche una parte sana e salva e su quella bisogna fare leva e forza». Ben detto, vero?

(pa)




Un’altra Serata toccante e di attualità scottante, con «The Help», e non solo

È stata una splendida Serata, quella di venerdì 30 novembre 2018, con la proiezione del film «The Help» e la cineconversazione: «Diritto alla differenza: interculturalità e immigrazione», la 5ª della 7ª edizione del CineCircolo dal motto: «Negli spazi abitati dai giovani, per immagini», presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido.

È coincisa mirabilmente con la presentazione del 25° «’Rapporto dell’immigrazione 2017-2018’. Un nuovo linguaggio per le migrazioni’» nell’Aula Sancti Petri a Catanzaro e con la vigilia dell’anniversario di un’altra Serata, ricca di suggestioni, emozioni e domande, la 106ª dal titolo «Maria, Regina di tutto il Creato», al cui timone sono stati due ospiti eccezionali che, offrendoci delle stupende pennellate antropologico-teologico-mariane, ci hanno spronato a invocare la «Regina del Creato» per la protezione dall’inquinamento e dalla devastazione della «sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba» (Cant, v. 9: FF 263): don Gesualdo De Luca − vicario episcopale, docente dell’Istituto Teologico Calabro «S. Pio X» di Catanzaro e assistente ecclesiastico regionale del Movimento Apostolico, e don Michele Cordiano − padre spirituale di Natuzza (Fortunata) Evolo e direttore nazionale dei Cenacoli di Preghiera «Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime» ispirati alla spiritualità della Mistica di Paravati. 

Ad aprire questa Serata, il videoclip «Io non sono razzista, ma…» del rapper e cantante torinese Willie Peyote (pseudonimo di Guglielmo Bruno). A presentare il programma ed invertirlo, per permettere ai presenti della «prima ora» la partecipazione alla cineconversazione, Teresa Cona, segretaria del Circolo. Ad esporre il tema della differenza, interculturalità e immigrazione, in maniera coinvolgente e sintetica, Clarissa Errigo. Il suo «exploit» ha innescato tra i presenti nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» un vivo dibattito intorno ai segni di intolleranza e di xenofobia. Mentre gli interventi si susseguivano, Ghenadi Cimino, operatore audiovisivo, proiettava sullo schermo le immagini dei ‘lebbrosi’ e di Maria, loro tenera Madre.

Di fronte alle sfide migratorie, il Circolo – si è detto – intende rimanere fedele alla sua vocazione: quella di seguire frate Francesco e amare i suoi amici decisamente «offline»: i ‘lebbrosi’, appunto, e tra essi i migranti e i rifugiati. Riconoscere, proteggere e promuovere, in modo costante, coordinato ed efficace, questo «popolo in cammino», è una responsabilità che lo accomuna a tutte le associazioni, le organizzazioni e le Chiese cristiane. Non mancano tuttavia, e si riscontrano anche nei nostri ambienti, in particolare in questi ultimi tempi dei populismi, le tentazioni di esclusivismo e di arroccamento culturale e le reazioni di difesa e di rigetto, giustificate da un non meglio specificato «dovere morale» di conservare l’identità culturale e religiosa originaria. Il Circolo, fin dall’inizio, si impegna a promuovere nei suoi programmai i dettami dell’approccio di Papa Francesco, espresso in modo semplice ed efficace con quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Insieme a lui guarda quindi con speranza alla conferenza internazionale promossa dall’ONU per l’adozione di due Global Compact sulla Migrazione Regolare (GCM): uno sui rifugiati – Global Compact on Refugees, e l’altro sui migrantiGlobal Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, che si terrà dal 10 all’11 dicembre a Marrakech, in Marocco. L’apertura verso l’altro e il diverso è una concreta possibilità di arricchimento e di dialogo ecumenico e interreligioso e una tangibile applicazione dell’universalità dei diritti umani e dell’umanesimo integrale (spirituale e materiale) che costituisce uno dei frutti più belli della civiltà giudaico-cristiana ed euro-atlantica. Il Circolo quindi vuole che la sua voce sia sempre tempestiva e profetica, e, soprattutto sia preceduta da un operato ispirato ai principi del messaggio evangelico-francescano.

A suggello della discussione è stato proiettato il videoclip «Non è un film», la canzone di Fiorella Mannoia che ha vinto la 10ª edizione del Premio Amnesty Italia per aver scelto di stare dalla parte dei diritti umani e di comunicare questa scelta tramite la sua arte. Il brano racconta, in parole semplici e incisive, la fuga di chi spera di salvarsi da persecuzione e sofferenza attraversando il Mediterraneo a bordo di un’imbarcazione precaria. È la vita vera di giovani cittadini africani che cercano umanità e protezione e trovano spesso razzismo e propaganda. I 1500 morti del 2011, annegati in mare sulla via verso l’Europa, non sono un film, ma sono veri anche loro. E sono vere le migliaia di vittime della tratta sulle strade italiane, costrette alla prostituzione e accolte come ‘carne fresca’ da clienti che chiudono gli occhi davanti alla propria complicità nel mercato delle schiave.

I presenti alla Serata concordavano sul fatto che stiamo vivendo un momento storico molto delicato, in cui una parte del Paese, non tutto per fortuna, si lascia influenzare dal terrorismo delle parole – non meno pericoloso del terrorismo delle armi – di una parte della politica che per meri fini di propaganda elettorale, non avendo altri argomenti, usa gli immigrati per diffondere l’antico germe dell’odio razziale, mettendo in pratica la tattica del «divide et impera», dimenticando o, meglio, facendo finta di dimenticare che tutto il benessere dell’Occidente poggia sulle spalle di interi Paesi del Sud del mondo, Africa in testa, saccheggiati da una politica predatoria della quale tutti i governi sono responsabili.

Con la proiezione del film «The Help» (2011) è stato poi portato in scena un racconto tutto al femminile di donne che trovano un linguaggio comune al di là delle barriere sociali e razziali. Tate Taylor, regista statunitense, ha adattato per il grande schermo il romanzo L’aiuto, scritto dall’amica d’infanzia Kathryn Stockett, da cui aveva ottenuto i diritti cinematografici del libro prima della sua pubblicazione. The Help è uscito nelle sale americane il 10 agosto 2011 ed è rimasto al primo posto tra i film più visti per settimane.

Il film, un vero e proprio gioiello, con lo spettacolare cast, tutto al femminile, capitanato da Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Emma Stone e Jessica Chastain, ha emozionato e commosso molto quanti sono rimasti fino all’«ultima ora». Ha regalato loro ritratti umani delle donne nere, coraggiose, formose e vivaci, ma anche delle donne bianche, ricche, isteriche e annoiate. Un film toccante, divertente ed emozionante, che con grande equilibrio e dignità ha raccontato un passato non del tutto passato.

La Serata ha avuto il suo dolce fine presso la tavola con una squisita torta al cioccolato di Pina, al ritmo della canzone «Siamo tutti Africa» di Cecile Vanessa Ngo Noug, cantante romana di origini camerunensi e testimonial di AMREF, la più grande organizzazione sanitaria «no profit» che opera in Africa dal 1957, sostenendo i progetti per bambini e mamme con i regali solidali. 

Piotr Anzulewicz OFMConv




Famiglia è un nodo

È stata la Serata per un sì, un sì subito, un sì di chi ha un cuore abitato dal desiderio di riappropriarsi della capacità di pensare e riscoprire – tramite il fuoco che gli incontri con dei grandi maestri e registi possono accendere – la possibilità di una strada da percorrere insieme «che, al tempo stesso, è solo tua, perché tuo è il fuoco che si è acceso dentro di te e che sei chiamato a custodire e condividere». I presenti alla 4ª Serata della 7ª edizione del CineCircolo con il motto «Negli spazi abitati dai giovani, per immagini», svoltasi venerdì 16 novembre 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido, si sono quindi sentiti accompagnati, sfidati e pro-vocati a ripensare il modo con cui guardano alla propria storia personale e familiare.

Il film «A casa con i suoi» di Tomy Dey e la cineconversazione «Nuova formula relazionale: ‘singletudine’» – intorno alla tendenza mondiale dei giovani a vivere soli in casa dei genitori fino a età improbabili e intorno a questi ultimi a inventarsi una strategia per sloggiarli dalle calde e comode coperte di famiglia – hanno condotto i convenuti fino al cuore del problema: Non siamo creati per essere soli, orfani di origine, di storia e di traiettoria, «sfigati», «choosy», «bamboccioni» (l’etimo della parola «bamboccio», di cui «bamboccione», è la forma accrescitiva che reca con sé il marchio dell’infanzia e dunque della sprovvedutezza: «bambo» e «bambino» sono alla radice di «bamboccio») e «fannulloni» (la parola composta dall’imperativo di fare [«fa’»], da «nulla» e dal suffisso accrescitivo «one»), vecchie e care parole del lessico familiare, quest’ultime due, rispolverate, rilucidate come certe tabacchiere d’argento nel salotto dei nonni, rilanciate splendenti in mezzo al dibattito politico, amplificate dai social media, riprese come simbolo di “italianità” (sub)culturale e antropologica perfino dal quotidiano britannico «Times» e da quello statunitense «New York Times». Siamo creati in dono gli uni per gli altri e ci realizziamo impegnandoci ad amarli con quell’amore che viene prima di ogni risposta d’amore. Infatti, «l’uomo non può ritrovarsi pienamente, se non mediante il dono sincero di sé» (Gaudium et spes, 24). Il dono di sé è la forma più alta, più nobile e più concreta dell’amore; l’amore che porta a vedere nell’altro un altro sé e fare all’altro quello che si farebbe a sé; l’amore che ci fa scoprire fratelli gli uni degli altri; l’amore che genera fraternità e relazioni piene di significato; l’amore che sa soffrire con chi soffre e godere con chi gode; l’amore che libera risorse inaspettate nella vita personale, professionale e familiare; l’amore che ha un raggio universale: è indirizzato a tutti e abbraccia tutti; l’amore che innesca il processo di rinnovamento della società. È un amore, quindi, di fatti concreti.

«Sta qui – per citare Jacques Lacan (+ 1981), filosofo e psicoanalista francese – l’esperienza dell’azione umana»: riconoscere la propria natura, davanti alla quale siamo ultimamente responsabili, e agire conformemente ad essa. «Essere il dono sincero di sé» per gli altri non è quindi un semplice slogan, una mera amicizia, una pura filantropia. È un imperativo di vita che dà motivazione all’essere e agire oltre se stessi. Senza questo imperativo-respiro la persona si snatura e implode. Così anche la famiglia, separata dai legami con le generazioni e chiusa difensivamente su se stessa, implode e diventa luogo dove accadono i femminicidi, dove si respira l’individualismo, dove si perde la capacità di essere grembo ospitale. Fedele invece al suo nucleo pulsante, in cui c’è la diversità-alterità, genera e, incorporando anche il limite e il fallimento, trasforma le ferite in occasione di rigenerazione e di rinnovamento. Il perdono caratterizza la famiglia, anche in chiave laica, perché la vita sociale non esiste senza quella gratuità che eccede la logica del contratto e dell’occhio per occhio. La famiglia oggi è uno dei pochi luoghi dove si sperimenta la gratuità e si getta i semi di futuro. Essa non è quindi un nido o una tana dove rifugiarsi, un porto sicuro in cui fermarsi, una bolla in cui proteggersi, ma è una dimora ospitale, un grembo accogliente, un luogo di porte spalancate, non blindate. Lo dice anche la sua etimologia: «faama» è la casa che accoglie persone unite da legami di sangue, ma non solo. È qualcosa di piccolo che si apre, e ci apre, su qualcosa di grande. «È un nodo – afferma Chiara Giaccardi, sociologa e antropologa dei media – non solo fra i due partner, ma anche fra le generazioni, con chi ci ha preceduto e con chi ci seguirà». È un nodo di una rete più ampia, cui contribuisce e da cui ha sostegno. È un movimento di reciprocità. Un movimento che, purtroppo, abbiamo disimparato nel mondo dell’«io», del “tutto presente”, del “tutto subito”, dell’etichetta senza resto, dell’immanenza senza apertura, senza speranza, senza mistero.

La Serata si è svolta tra le due domeniche – l’11 novembre con la 68ª Giornata Nazionale del Ringraziamento, per i doni della creazione, dal titolo «”…secondo la propria specie…” (Gen 1,12): per la diversità, contro la disuguaglianza», ospitata dalla diocesi di Pisa, e il 18 novembre con la 2ª Giornata Mondiale dei Poveri dal logo «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7), promossa allo scopo di «avere sempre gli occhi aperti sulle ferite del mondo, le orecchie vigili per ascoltare ‘il grido dei poveri’, le ‘mani tese per aiutare’» (Papa Francesco), facendo nostro l’esempio di s. Francesco d’Assisi – e alla vigilia della festa di s. Elisabetta d’Ungheria, chiamata «regina dei poveri» o anche «Madre Teresa del 1200», bellissimo campione del francescanesimo secolare del Medioevo, patrona di coloro che seguono le orme di frate Francesco, «testimone della genuina povertà», nel Terz’Ordine Regolare (TOR) e nell’Ordine Francescano Secolare (OFS).

Il Circolo, per inserirsi nelle manifestazioni di solidarietà e di attenzione agli ultimi, i poveri, i senza tetto, gli abbandonati, gli ‘scartati’, gli immigrati, ha voluto rievocare anche la 5ª Serata della 5ª edizione del WikiCircolo che si è tenuta un anno fa, venerdì 17 novembre 2017, dal tema «Gratitudine per i doni della creazione», con gli ospiti d’eccezione: Beniamino Donnici, psichiatra e psicoterapeuta, già colonnello medico dell’Esercito, già assessore al Turismo e Beni Culturali della Regione Calabria e già parlamentare europeo, autore del libro 7 giorni. Diario dall’Isola di S. Giulio in dialogo con Madre Cànopi (Edizioni Paoline, 2016); Stefania Rhodio, coordinatrice regionale del Rinnovamento nello Spirito Santo; Mario Caccavari, perito chimico e «hobby farmer». «La loro notorietà ha richiamato moltissimi intervenuti, che hanno preso d’assalto il Salone, che per le sue troppo piccole dimensioni ha reso impossibile la partecipazione di tutti. Gli interventi dei tre protagonisti sono stati seguiti con alto interesse. La platea più volte ha applaudito le loro narrazioni, esposizioni, suggestioni…». La foto di gruppo ha cristallizzato i presenti in una atmosfera gioiosa di ringraziamento, mentre il M° Luigi Cimino, in sostituzione di Ghenadi, ci ha fatto ascoltare, in sottofondo, dai video musicali, i tre canti: «Lode al nome tuo» − il canto tratto dal CD «Grazie», «Stai con me» − il canto interpretato da Stefania Rhodio e Renato Cusimano nella trasmissione di don Francesco Cristofaro «Nella fede della Chiesa» su «Padre Pio TV», e il «Canto del mare» di mons. Marco Frisina.

Nel programma invece di questa Serata sono stati selezionati i seguenti videoclip che mettevano in risalto la ‘singletudine’ e il dono di sé: 1. «Pastore solitario» di Juan Leonardo Santillia Rojas, panflettista ecuadoriano, all’inizio; 2. «Il maestro e lo scorpione», una storiella zen con un importante messaggio: «Non cambiare la tua natura. Se qualcuno ti fa del male, prendi solo delle precauzioni, poiché gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli stai facendo, ma questo non è motivo per smettere di fare del bene e di abbandonare l’amore che è in te», al termine della cineconversazione; 3. «The Lonely Shepherd» di André Léon Marie Nicolas Rieu, violinista e compositore olandese, alla conclusione dell’evento. Vi è stata anche la recita della preghiera per la 34ª GMG di Panama, la foto di gruppo e il «cocktail»: una golosa ed elegante torta gelato, al gusto di panna e cioccolato, dono di Jolanda. Una Serata-scintilla per accendere il fuoco del desiderio di rimettere i giovani e i poveri al centro del nostro cuore, che sono già, per diritto, al centro del Cuore di Gesù.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Famiglia dentro un cellulare?

Una Serata importante, istruttiva e graziosa, quella cinematografica che si è svolta venerdì 12 ottobre 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Ci ha spinto a riflettere, comunicare e conversare faccia a faccia, ricorrendo al ragionamento logico e non ai cosiddetti «facilitatori di comunicazione»: chat, tweet, sms, selfie, whatsapp, skype, e-mail…

Il film «Perfetti sconosciuti» di Paolo Genovese, selezionato da Teresa Cona e Alex Scicchitano per la 7ª edizione del CineCircolo dal motto: «Negli spazi abitati dai giovani, per immagini», e proiettato da Ghenadi Cimino nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria», si è rivelato una feroce critica al mondo d’oggi, perché tutti crediamo di conoscerci, ma in realtà ci conosciamo poco o addirittura niente… La prova che siamo perfetti sconosciuti ce la danno proprio i nostri aggeggi preferiti: telefonini, smarthphone, iPad, tablet pc… quelle scatole nere dove chi siamo veramente è racchiuso lì dentro. «Perfetti sconosciuti» è questo: le famiglie che vengono disgregate, smembrate e sbriciolate da quell’oggetto sempre presente nelle nostre tasche e borse, utilizzato in modo ‘ludico’, eccitante, flirtante. «Fare certi giochi a cena non è una buona cosa… Se ci mettiamo di mezzo i cellulari, perché noi abbiamo mille facce, nel migliore dei casi solo una doppia, ma mai una faccia sola, non siamo mai né puri né veri al cento per cento. ‘Perfetti sconosciuti’ è un film sotto certi aspetti tremendo perché mette in risalto ‘senza se’ e ‘senza ma’ proprio questa realtà» (ClintZone). Certo, l’uomo non è diventato più superficiale, irrazionale e dissoluto del passato: ha solo i mezzi per poter far esplodere in modo più accentuato le proprie sfrenatezze, nella speranza che il tutto rimanga nel più totale segreto. Un tempo la vita segreta e intima era ben protetta, nell’archivio della memoria. Oggi invece viene affidata alle nostre SIM, dentro un cellulare. Che cosa succede quando quelle schedine si mettono a parlare? Ce l’ha raccontato Genovese, nella sua brillante commedia sulla famiglia, sul tradimento, sull’amore e sull’amicizia, che ha portato quattro coppie di amici a confrontarsi e a scoprire di essere perfetti sconosciuti.

Ad aprire ed orientare la cineconversazione «Nuovi orizzonti dell’essere e sfide educative – sentimenti ed affettività», dopo la proiezione, è stata Teresa Cona, segretaria del Circolo. A rendere rilevante il tema, Tatiana Cricelli, assistente sociale e criminologa. A farlo interdisciplinare, Clarissa Errigo e Valentina Gullì, esperte nel campo della sociologia e della giurisprudenza. A declinarlo nella quotidianità, il pubblico, tra cui Maria Rainone, insegnante in pensione. Un approccio a più voci e nel mutuo rispetto e stima. L’esigenza del dialogo tra le varie discipline del sapere è stata forte, anzi, è diventata una necessità improrogabile, in un’epoca di parcellizzazione delle scienze. ‘Aristotele, aiutaci tu e torna fra la gente’. Il sapere del Filosofo greco, concepito come un intero, in cui diverse discipline: fisica, etica, poetica, logica…, sono collegate fra loro, è attualissimo. Già, la logica. È di essa che difetta il mondo quando si osserva l’essere umano che lo abita. «Ci sono – puntualizza Giovanni Ventimiglia, professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Lucerna e presidente dell’Aristotele College e della Fondazione Reginaldus di Lugano – interi campi del sapere e dell’esperienza affidati all’emozione, alla pancia. La logica latita. La politica ad esempio si fa beffe ormai della logica» (cfr. «Aristotele, aiutaci tu», in «Il Foglio», sabato e domenica 23 settembre 2018, p. VIII). Eppure il pensiero dello Stagirita s’impara ancora a scuola ed è facile da rintracciare, tra le tante carabattole, nei cassetti della nostra memoria. È potente antidoto alla ‘cultura’ tutta ‘pancia’, emozione, frivolezza, slogan, chat, tweet…

Che cosa si potrebbe fare per arrestare la crisi della famiglia? Sembrerebbe una inutile fatica di Sisifo, destinata al fallimento. La tentazione sarebbe quella di rassegnarsi, arrendersi e alzare la bandiera bianca. Ma è proprio così per tutti? I giovani, la categoria che più di altri soffre per la crisi della famiglia, fortunatamente non la pensano così. Per loro la famiglia è un valore, anzi il valore, perché garantisce il naturale bisogno di legami affettivi, ma soprattutto soddisfa le più profonde aspirazioni etico-morali. Purtroppo, con la “digitalizzazione” e la “virtualità” i giovani finiscono per essere sempre più soli. Ecco, perché una delle sfide più grandi per la Chiesa è “investire” nelle relazioni, facendosi prossima ai giovani, accompagnandoli nella comprensione della loro identità da vivere nel segno della dignità e del rispetto, puntando a una ‘educazione integrale’ che oggi è resa particolarmente difficile a causa della separazione tra le dimensioni costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità. «La mentalità odierna, segnata dalla dissociazione fra il mondo della conoscenza e quello delle emozioni, tende a relegare gli affetti e le relazioni in un orizzonte privo di riferimenti significativi e dominato dall’impulso momentaneo – ha affermato don Andrea Manto, direttore del Centro per la Pastorale della Famiglia del Vicariato di Roma, al Convegno dal titolo: «La vocazione della famiglia», sui temi dell’affettività e della sessualità, organizzato presso il Pio Sodalizio dei Piceni a Roma, l’11 ottobre scorso, dal Centro per la Pastorale della Famiglia del Vicariato di Roma con la Fondazione «Ut Vitam Habeant» [‘Perché abbiano la vita’]. – (…) La dottrina della Chiesa se viene presentata come insieme di regole risulta estranea e incomprensibile, ma per essere accolta deve essere testimoniata dagli adulti».

Le esperienze affettive sono sempre più spesso svincolate da ogni legame duraturo e al di fuori di qualsiasi logica progettuale. Al tempo stesso i legami non sono a volte alimentati dalla dimensione affettiva. «Il desiderio di un amore che duri tutta la vita è molto presente nei giovani, ma oggi è ferito da una serie di fattori – ha spiegato don Manto –, in primo luogo dal fallimento matrimoniale, che lascia in loro un senso di precarietà e di sfiducia nella realizzazione di un progetto affettivo. Il ‘per sempre’, legato alla promessa d’amore, è visto quasi come un’utopia». Non bisogna dimenticare anche una certa attitudine al privilegio di se stessi e al proprio benessere, che non aiuta a fare quelle scelte che servono per creare comunione, per rimanere insieme, per superare i momenti di difficoltà, presenti in ogni percorso di vita. La sessualità ha un grande significato, ma il messaggio che giunge dai media, dalla rete e dalla cultura popolare, è banalizzante e superficiale. Nella maggioranza dei casi, purtroppo, la sessualità è vissuta nei giovani con passività, come una dimensione che non può essere controllata dalla loro volontà, come esperienza esauribile nell’«hic et nunc», come realtà dell’io individuale, pieno del suo sentire e delle sue emozioni, senza spazio per l’incontro con l’altro. I genitori sono quindi chiamati ad un arduo compito educativo: riformulare la propria comunicazione educativa, incrementare l’ascolto empatico e il dialogo sincero, offrire sostegno nei momenti di delusione e di ribellione, affrontare i conflitti in modo costruttivo. Non si tratta di assecondare gli impulsi dei propri figli, o di reprimerli, quanto piuttosto di orientarli secondo una dimensione di consapevolezza e di rispetto del corpo proprio e altrui.

Per compiere il cammino verso un amore maturo, i ragazzi hanno bisogno di adulti che siano disposti a ‘compromettersi’ nella relazione educativa, di testimoni credibili e affidabili con cui confrontarsi, di educatori che sappiano aprire le porte del futuro perché sogni, desideri, progetti possano trovare dimora. «L’educatore è in realtà un testimone della verità, della bellezza, del bene – ha affermato Pierangelo Sequeri, teologo e preside del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II –, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite». Educa chi è capace di suscitare nel soggetto una ‘progettazione responsabile dell’esistenza’, che, evitando i rischi della progettazione inautentica, connotata da acriticità, incoerenza ed unilateralità, assecondi la capacità di effettuare scelte aperte al cambiamento, orientate al futuro e volte alla piena realizzazione della persona nella sua globalità.

Oggi la Chiesa sta affrontando delle sfide inedite, nell’ambito in particolare del matrimonio, della famiglia, della sessualità e della vita. Ne sono complici, oltre ai media, ai social network, ai cellulari e agli app, anche le legislazioni in tutto il mondo che riducono gli spazi per elaborare il senso della vita. Per questo è importante concentrarci, anzitutto, sul tema della fragilità e rimetterla al centro, in tutte le tappe dell’esistenza umana, quindi non solo l’inizio e la fine, ma anche tutto ciò che c’è nei vari passaggi cruciali della vita. Pensiamo all’infanzia, alla fase della generazione della vita, alla malattia, all’anzianità. 

Nella famiglia, intesa come comunità, esistono comunque regole e linguaggi universali, in cui ritrovarsi e riconoscersi, e una ‘grammatica familiare’, a cui aggrapparsi con fiducia e sempre. Tutto avviene, «volens nolens» (volenti o nolenti) dentro la famiglia, incubatrice di future personalità coriacee e resilienti o di soggetti disorientati e fragili. La famiglia è il luogo per eccellenza in cui il ragazzo ‘virtuale’ impara questa ‘grammatica’, scopre la sua vocazione e la coltiva, si apre al bisogno della comunità, beneficia del suo discernimento, si alimenta, si verifica, si rideclina. È all’interno delle mura domestiche che si apprende il valore dell’onestà, della lealtà, della solidarietà, dell’impossibilità di avere tutto e subito, del sacrificio (cfr. G. Magro, Educarsi per educare. Come riuscire ad essere un genitore/educatore sensibile, responsabile e lungimirante… nonostante tutto, Milano 2009, 24). Il termine ‘sacrificio’, ad esempio, deriva etimologicamente dal ‘sacrum facere’, cioè rendere sacra una realtà. Questa consapevolezza deve aiutarci a far capire ai giovani sempre on-line che la famiglia e il matrimonio sono luoghi dove si può realizzare in pienezza la loro vocazione.

A questi rilievi ci ha portato il Sinodo dei Vescovi sui giovani, in corso dal 3 al 28 ottobre, ma anche la 3ª edizione della Settimana della Famiglia sul tema «Famiglia e giovani», in corso dal 6 al 14 ottobre. È importante raccontare la ricchezza che c’è nel vissuto delle famiglie e insieme creare una realtà che sia sempre più ‘formato famiglia’, luogo di affetti, norme e valori, sia nella comunità cristiana che all’interno della società. «Vorrei un Paese per giovani”: a dirlo alla cerimonia d’inaugurazione della Settimana della Famiglia sono stati gli studenti delle scuole paritarie e statali romane, durante un «flash mob» organizzato dal Forum delle Associazioni Familiari. Se si investe sulla famiglia, si investe sul futuro del Paese e della società.

Una Serata graditissima, con la preghiera di Papa Francesco per i giovani (Sinodo 2018) a conclusione, la foto di gruppo e il «cocktail»: la torta preparata da una «fan» del Circolo. In sottofondo, l’inno della GMG Denver 1993: «We are one body» («Siamo un corpo»).

Piotr Anzulewicz OFMConv




«Sessanta Jazz»

La Serata «Sessanta Jazz», che si è svolta il 29 giugno 2018 presso la sede del Circolo Culturale San Francesco a Catanzaro Lido, a detta di molti, è riuscita a sprigionare lo charme a 360 gradi. E’ stato proprio il M° Luigi Cimino, con il suo sax, ad emanarlo. Di per sé ha una fiamma dentro di sé. Essa però divampa per un ambito in cui si è “specializzata”: il jazz, quel genere musicale che si distingue per l’uso estensivo dell’improvvisazione, di «blue notes», di poliritmie e di progressioni armoniche insolite, ineguali, elastiche, “saltellanti”, “dondolanti” (ingl. swing). Bastava esserci per provarne attrazione, e non erano pochi, nel corso della performance, a lasciarsi attrarre ed incantare.

Durante il «break», due sorprese: 1. l’ascolto dell’inno «’Siamo Qui!’. Proteggi Tu il mio cammino» dell’incontro dei giovani italiani con Papa Francesco che si svolgerà a Roma l’11 e il 12 agosto, reso noto appena tre giorni fa, scritto dall’Istituto Diocesano di Musica e Liturgia di Reggio Emilia e diretto dal M° Giovanni Mareggini: un’invocazione di protezione verso tutti coloro che attraversano la vita cercando di dirigere al meglio i propri passi; 2. la proiezione delle foto archiviali con Peppino Frontera, saggio consigliere del Circolo e solerte curatore delle Serate del WikiCircolo, che se n’è andato inaspettatamente il 24 gennaio scorso, alla vigilia della 2ª Serata conviviale dedicata a «I ‘ragazzi fantasma’, soli e isolati dalla società».

Una Serata incantevole, splendidamente condotta da Teresa Cona e Clarissa Errigo, a coronamento della 6ª edizione del Wiki– e CineCircolo dal «file rouge»: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra», e conclusasi con una foto comune e la bottiglia di champagne, abbinata ad auguri, ringraziamenti e… proiezioni. (pa)




La tenerezza «sogno» di Dio per tutti

Fu come se lo spirito della tenerezza aleggiasse davvero sull’11ª ed ultima Serata della 6ª edizione del CineCircolo, che si è tenuta venerdì 22 giugno 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Essere presenti e misurarsi con questa realtà così incandescente, fervida e vivida dell’essere divino e umano, significava percepire la grandezza come una rivelazione continua, un’epifania ribadita, una nota tenuta. Di tenerezza (gr. sympathés) parlava tutto il programma della Serata. La incorporava anche il videoclip iniziale: «Gi.Fra. estate 2018», pubblicato il 13 giugno 2018 da «Gi.Fra. Italia», con la presentazione degli eventi estivi della gioventù francescana, e proiettato in reminiscenza dell’11ª ed ultima Serata conviviale della 6ª edizione del WikiCircolo dal titolo: «Il ‘volto’ dei giovani francescani» (15.06.2018), e quello conclusivo dei Free Shots: «Siamo tutti profughi», realizzato dalla regista E. Montefinese con la partecipazione di numerose associazioni (Suq, MuMa, Ponti Migranti, Left Lab Genova, Ce.Sto), all’interno del Galata di Genova, il più grande Museo del Mare del Mediterraneo, e proiettato in occasione della 18ª Giornata Mondiale del Rifugiato (20.06.2018).

E poi la pellicola di G. Amelio che aveva per titolo «La tenerezza» ed evocava quel sentimento umile e insieme potente. La pellicola magnifica, segnata dalla costellazione lessicale e simbolica della tenerezza, che scandagliava i sentimenti umani attraverso dialoghi sublimi per delicatezza e intuizione. Un affettuoso ritratto umano che non cede al sentimentalismo e all’antiretorica, ma sa come far vibrare le corde drammatiche di una vicenda coinvolgente, al tempo stesso dura e tenera. Notevoli la messinscena, le immagini visivamente suggestive, la tensione umanista per la solidarietà fraterna. Valore urgente, necessario e prezioso, oggi più che mai…

Grazie per quanti hanno avuto la sensibilità «tenera», delicata e dolce, ed erano presenti alla Serata, la 130ª di seguito tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, portando anche la crostata e l’insalata russa per tutti (Teresa e Jolanda). La tenerezza attira a sé e ingloba affettuosità, amorevolezza, benevolenza e la stessa agape. Nella sua identità più profonda si collega a due esigenze fondamentali e permanenti, iscritte nel cuore umano: desiderare di amare e saper di essere amati, esistere «in relazione con» e vivere «in relazione per». «La tenerezza – afferma il teologo C. Rocchetta – suppone la capacità di partecipare, corpo e anima, alla celebrazione delle innumerevoli sinfonie del mondo: alle sue gioie e ai suoi dolori, vivendo con l’alterità relazioni cordiali (cor/cordis, cuore), di scambio, di reciprocità paritaria e di bellezza» (Teologia della tenerezza. Un ‘vangelo’ da riscoprire, Bologna 2000, 10). Vista in questa ottica, l’attitudine alla tenerezza corrisponde a un’esigenza incancellabile dell’animo e ne dice la nobiltà e la grandezza. Non è pensabile che l’uomo, in qualunque condizione di vita si trovi, matrimoniale o consacrata, di giovane o di anziano, da solo o in comunità, possa essere persona adulta senza un’attivazione effettiva di questo sentimento. È stato doloroso constatare, nel corso della 6ª edizione del Wiki- e CineCircolo, che nel nostro ambiente tante erano le persone ‘sorde’, indifferenti, prive proprio di questa qualità tipicamente umana e umanizzante; le persone che lasciavano inascoltate le proposte-inviti alle Serate, anche per un saluto veloce, una parola amichevole, un segno di benevolenza, un semplice grazie per tanta fatica e dedicazione profuse dallo Staff del Circolo (Clarissa Errigo, Valentina Gulli, Alex Scicchitano, Teresa Cona, Lugi e Ghenadi Cimino). «La persona – rimarca il Rocchetta – non può dirsi adulta se non si sforza di acquisire questo sentimento che la rende ‘compartecipe’», colma di rispetto e di meraviglia, capace di apprezzamento e di gratitudine.

Comunque, la 6ª edizione del CineCircolo è approdata così, felicemente, a una conclusione che è stata una specie di celebrazione mistica del «sogno» di Dio-di-tenerezza, nascosto nel cuore di ognuno di noi come nostalgia di bellezza, di verità, di amore infinito, di felicità amante. Il suo «sogno» è un’umanità plasmata dalla tenerezza, a immagine e somiglianza del suo «Io-Noi». Ecco, allora, la rinnovata proposta-appello per una tenerezza ‘umile’ e ‘potente’, segno di maturità e di vigoria interiore che sboccia in un cuore libero, capace di donare e ricevere l’amore, in modo da mettere fuori causa i due antagonisti estremi: il violetto freddo del legalismo, dell’asprezza, della durezza, della severità, dell’indifferenza, ma anche il rosso del sentimentalismo, dell’affettazione, della leziosaggine, della moina, della sdolcinatezza che il poeta e drammaturgo russo V. Vladímirovič Majakóvskij sottoponeva a ironia. La tenerezza vera è ben altro ed è – come affermava il premio Nobel per la letteratura F. Mauriac – «un seme d’amore».

Potrà la nostra «età secolare delle reti» (Ch. M. Taylor) essere il tempo della «vita del Dio-di-tenerezza» che in Gesù Cristo si è posto, fin dalle tentazioni del deserto, verso l’amare, l’adorare, l’essere? Il tempo di un Dio-amante, libero e liberante, che ci dona la libertà e l’amore in tutte le sue vibrazioni, oppure di un dio-di-diffidenza, di conflittualità, delle guerre, dei centri di detenzione con pestaggi, torture, estorsioni e stupri? Tale è la portata della scelta di fronte a cui si trova l’umanità. Noi del Circolo non ci stancheremo mai di collocarci nelle più alte istanze e qualità della persona umana per valorizzarle, nella prospettiva del futuro di Dio-amante, e di farci promotori di un modello di sviluppo che sappia sostituire l’attuale «cultura della conflittualità» con una «cultura della convivialità», per usare la felice espressione di Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco? L’alternativa è ben chiara. La «cultura della conflittualità» muove dal principio enunciato da Thomas Hobbes, filosofo e matematico britannico: Homo homini lupus («L’uomo è lupo all’altro uomo»). La «cultura della convivialità» invece parte dal principio della preziosità della persona, l’espressione di un dono creatore che la fa essere. Vivere, quindi, vuol dirsi riceversi in dono. È da qui che la «rivoluzione della tenerezza» inizia e si fa lievito e sale, luce e «seme d’amore».

Piotr Anzulewicz OFMConv




…vibrava l’ideale della nonviolenza

In ogni scelta non dobbiamo mai lasciarci guidare dalla logica della violenza, e neppure da quella del taglione, cioè dell’«occhio per occhio» e «dente per dente». Non ne hanno avuto dubbi i presenti alla 9ª Serata cinematografica, che si è svolta venerdì 25 maggio 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. La Serata si è aperta − è vero − con il videoclip «Giocondità», la marcia militare eseguita dalla banda della Polizia di Stato in Piazza del Duomo di Milano, ma si è conclusa con il filmato AmandoTi» realizzato dai ragazzi disabili del Centro riabilitativo «Nuova Itaca» di San Pietro in Lama (Lecce) con la collaborazione di artisti e musicisti del Salento, in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Nell’aria vibrava l’ideale della nonviolenza, della comunione, della fratellanza. Con il film «All Cops are Bastards» (Tutti i poliziotti sono bastardi) del regista Stefano Sollima, ideato all’interno della 6ª edizione del CineCircolo dal motto: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», e la cineconversazione, moderata dalla dott.ssa Teresa Cona, si è voluto mettere in risalto la legge che il cristianesimo ha impiantato in Europa come un ideale e una missione: la legge di solidarietà, di amore e di unità di tutta l’umanità. Questa legge, oggi minacciata, marginalizzata, disprezzata e addirittura rifiutata, erede del patrimonio biblico giudaico-cristiano, ci garantisce comunque che, di fronte alla diversità di persone e culture, religioni e popoli, tutti gli uomini sono fratelli e sorelle, come costantemente ce lo ricorda anche frate Francesco d’Assisi, nel suo «Cantico delle creature». Questo è ciò che dice la Bibbia nei suoi capitoli iniziali. La nozione che l’uomo è creato a immagine di Dio rappresenta la base della dignità incondizionata e universale di ogni persona umana. Si tratta della dignità che non ci può essere mai tolta: né per la cattiva condotta, né per la disabilità, né per la differenza religiosa, etnica o di genere.

Guardando l’intenso film di Sollima – uno spaccato di realtà che getta una luce cruda su un mondo in cui oppressori ed oppressi, carnefici e vittime, si scambiano rapidamente i ruoli e vengono osservati da un punto di vista che esclude pregiudizi e stereotipi, scandagliando in profondità la psiche dei protagonisti e le problematiche di una società orfana di regole e abbandonata all’insicurezza e all’anarchia − per certi versi ci siamo sentiti posti sul banco degli imputati. Spessissime volte anche noi siamo oppressivi e persecutori. Eppure professiamo un Dio uno e trino, antidoto alla violenza e causa di riconciliazione, manifestazione in Cristo di un amore che non cerca il dominio, ma rende per sempre contraddittoria la violenza tra gli uomini. Crediamo in un Dio che è comunione, unione, amore. Pace e nonviolenza sono parte integrante e decisiva del nostro credo cristiano. Fortunatamente sono rari i cattolici che vorrebbero armarsi contro un nemico. C’è tuttavia una violenza più sottile e più diffusa, quella fatta di parole, di atteggiamenti, di modi di relazionarsi. È quella a cui fa riferimento Papa Francesco quando dice di evitare il proselitismo, l’ingerenza spirituale, la costruzione di muri di risentimento, di odio e di vendetta…

Una Serata indimenticabile, ‘non aggressiva’, ‘non violenta’, ma ‘pacifica’, mite, tenera, nel giorno in cui il Papa ha ricevuto in udienza i funzionari, gli agenti e il personale civile della Polizia di Stato, incitandoli ad avere «coraggio, mitezza e tenerezza».

Piotr Anzulewicz OFMConv




Bellezza collaterale di ogni cosa

Amore, tempo e morte: ecco il nucleo dell’8ª Serata cinematografica (la 124ª) con la proiezione del film «Collateral Beauty» [La bellezza collaterale], la cineconversazione «La speranza della vita oltre la morte» e il «cocktail», svoltasi l’11 maggio 2018 presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Non il governo, la trattativa, il voto, ma l’affetto, l’attesa, la disperazione… Insomma, l’umanità.

Ecco noi, loro − protagonisti della pellicola −, tutti che tendono le braccia verso la luce, il faro, lo splendore, la bellezza, la pienezza di vita. E aspettano, come si aspetta una rockstar, un sogno, il futuro. Tutti vogliono qualcosa o qualcuno che non hanno ancora o non hanno più, quello che hanno perso, quello che cercano ogni giorno di ottenere, quello che vorrebbero anche solo per un attimo, quello che li fa sempre sentire insoddisfatti. Tutti hanno un desiderio inappagato. Ed è nei desideri inappagati e nelle verità, a volte surreali, che noi vediamo riflessa la condizione umana. «Dalla soddisfazione e dall’appagamento non può nascere − afferma giustamente Annalena Benini nell’articolo «Loro due e tutti noi», pubblicato il 12 maggio su «Il Foglio Quotidiano» − un’opera d’arte, una poesia meravigliosa, un grande film. Dal desiderio e dalla paura, sì» (p. 1).

La Serata ha preso quota con il videoclip «Il giorno di dolore che uno ha»: la ballata rock scritta ed eseguita da Luciano Riccardo Ligabue, cantautore, musicista, scrittore, sceneggiatore e regista, per l’amico giornalista musicale Stefano Ronzani, nel tentativo di stargli accanto e di incoraggiarlo a non perdere la speranza nell’ultimo periodo della sua gravissima malattia. Ha proseguito con la presentazione del programma, da parte della dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo, con le sintetiche note sul regista, con la proiezione, con la discussione e con la Preghiera di Papa Francesco per i giovani. Ha concluso il suo volo con il video musicale «Dreams» dei Cranberries e di Dolores O’Riordan († 15.01.2018), cantautrice e musicista irlandese, grande estimatrice di Papa Giovanni Paolo II, che incontrò personalmente a Roma, in occasione della sua performance al concerto di Natale del 2001, e che si esibì ai concerti di Natale tenutisi nella Città del Vaticano nel 2002, nel 2005 e infine nel 2013, su invito di Papa Francesco. A stupire i presenti e soddisfare i palati più esigenti, c’è stata anche la pizza di alta qualità.

Le tre entità: «amore», «tempo» e «morte», emerse nel film ispirato al famoso romanzo Canto di Natale [A Christmas Carol, in Prose. Being a Ghost-Story of Christmas] di Charles Dickens, ci sfidano e invitano a riflettere. Hanno vari volti e differenti forme. Forse è vero che solo la bellezza collaterale delle cose − lo splendore discreto di un evento, il fascino inatteso di un gesto, la luce raggiante di un incontro che esplode in chi si riapre alla vita − sia l’unica in grado di creare un collegamento tra loro e di renderci connessi gli uni con gli altri, anche se viviamo in modo diverso e sentiamo la vita attraverso forme differenti. «La vita − canta O’Riordan − non è mai piatta» (Dreams) e non va sprecata. Non è sempre necessario farcela da soli. Esistono gli altri e possono aiutarci, nei momenti dolorosi e terribili, come in Collateral Beauty i tre amici del dirigente pubblicitario Howard Inlet (Will Smith): Whit Yardsham (Edward Norton), Simon (Michael Peña) e Claire (Kate Winslet). Fantastici.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Amore forte e debole, “calpestato” ed occultato

Che cosa si può dire della 7ª Serata cinematografica (la 122ª), con la proiezione del film «Silence» del regista statunitense Martin Scorsese, la cineconversazione «Il cristianesimo − “saper morire per Cristo”» e il «cocktail», ideata all’interno della 6ª edizione del CineCircolo con il motto: «I giovani con ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini», che si è svolta venerdì 27 aprile 2018, presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido? Commovente ed impressionante, con un film di una vita, terso e abbacinante di immenso dolore e di alta qualità pittorica e potenza allegorica, e l’argomento di attualità con cui confrontarsi nel proprio tessuto vitale, sull’amore per Cristo, l’amore eroico, l’amore dolce e amaro, l’amore tradito, “calpestato”, nascosto, occultato. Un argomento da “sviscerare”.

La Serata è decollata dal video «La persecuzione dei cristiani»: un ampio sguardo sulle sofferenze dei cristiani e sulle violazioni della libertà religiosa in tutto il mondo, dalla Nigeria alla Corea del Nord, passando per Iraq, Siria, Pakistan, Cina, là dove la fede in Cristo può costare la vita. Si librava per ben 160 minuti con il film e si è prolungata nella conversazione, moderata dalla segretaria del Circolo, dott.ssa Teresa Cona.

E’ stata la fortuita occasione per andare alla radice di quell’amore “calpestato” e occultato che è al centro del romanzo Chinmoku di Shūsaku Endō († 1996), scrittore cattolico giapponese, da cui Scorsese ha tratto l’ispirazione. Pubblicato nel 1966 (trad. it. Silenzio, Milano 1982), il romanzo si rifà alla realtà storica dei lapsi, cioè dei preti apostati, gli scivolati, quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare le persecuzioni e hanno abiurato la loro fede.

Il cristianesimo fu introdotto in Giappone nel 1549 con l’arrivo del gesuita spagnolo Francesco Saverio († 1552), anche se sarà il gesuita italiano Alessandro Valignano († 1606) il vero artefice della missione nel Paese del Sol Levante. Purtroppo, dopo un promettente inizio, alla fine del 1614 viene pubblicato un editto di espulsione di tutti i missionari, accusati di essere venuti in Giappone «con il desiderio di diffondere una legge malvagia, (…) al fine di mutare il governo del Paese e prender possesso della terra» (C. R. BOXER, The Christian Century in Japan, 1549-1650, Berkeley 1951, 318). In quel momento si contavano in Giappone circa 300 mila fedeli, insieme a seminari, scuole, ospedali e un crescente clero locale. La repressione fu violenta e le torture inflitte a sacerdoti e cristiani furono disumane, cruente, efferate. Fra tutte, «la tortura della fossa» si rivelò uno strumento efficace per costringere i fedeli all’abiura: sospesi e legati a testa in giù, veniva loro praticato un taglio superficiale dietro le orecchie o sulla fronte perché morissero lentamente, a meno di abiurare. In tutto questo, di fronte all’agonia di molti cristiani c’è solo il silenzio. Il silenzio di Dio, «la sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata − afferma Endō − Dio rimane silenzioso, a braccia conserte» (Silenzio, Milano 1982,  83). La vera lotta, la prima e più importante prova per i fedeli giapponesi e i missionari, è infatti accettare, sostenere e perdonare, nella più profonda solitudine, questo silenzio di Dio. «Per certi versi – dice il gesuita Sebastian Rodrigues – noi sacerdoti siamo un triste genere di uomini. Venuti al mondo per soccorrere l’umanità, nessun altro individuo è più squallidamente solo del prete che non è all’altezza del suo compito» (ivi, 36). Quando p. Rodrigues viene messo alle strette, non gli resta che calpestare il volto di Cristo. E quel volto che aveva «considerato la cosa più bella della sua vita», improvvisamente torna a parlagli, non più immaginato dietro le palpebre chiuse, ma vivo più che mai, reale, supplice: «Calpesta! Calpesta! […] Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini!». «Il prete posò il piede sul fumie [immagine in bassorilievo che raffigurava Cristo]. L’alba proruppe. E lontano il gallo cantò» (ivi, 203).

La scena finale del libro, sorprendente e di una densità teologica inestimabile, racconta il ritorno di Kichijiro, giapponese e cristiano della prima ora, ma che è stato indotto all’abiura e al tradimento, alla ricerca di un confessore. Più volte viene paragonato al Giuda dei Vangeli, perché per denaro, e paura, tradisce la fiducia di p. Rodrigues, causandone la cattura. Facile da disprezzare per via della sua debolezza e codardia, in realtà sarà proprio lui a riscattare la sorte del gesuita, non in virtù della sua forza, ma della sua paura. In un dialogo serrato tra i due, p. Rodrigues cerca di schernirsi, dicendo di non essere più padre, perché indegno dopo l’abiura. Kichijiro però incalza: «Lei può ancora ascoltarmi in confessione!» (ivi, 221), «La prego, ascolti la mia confessione». Entrambi avevano abiurato, entrambi avevano calpestato l’effige di Cristo, entrambi cercavano il perdono perché ancora credevano e amavano. «Poiché in questo Paese non c’è adesso nessun altro che possa ascoltare la tua confessione, lo farò io. […] Dirai le preghiere dopo la confessione. […] Và in pace!». In questo atto finale p. Rodrigues viene confermato nel suo sacerdozio, nonostante l’abiura. Riconosce di amare Cristo «in modo diverso da prima. Tutto quello che era accaduto fino a quel momento era stato necessario per portarlo a questo amore. “Persino ora – confida – sono l’ultimo prete in questa terra, ma Nostro Signore non ha taciuto. Anche se avesse taciuto, la mia vita fino a questo giorno avrebbe parlato di lui”» (ivi, 223). E «se i cristiani e il clero guardano a me come a una macchia nella storia della missione, non mi importa più» (ivi, 218). «La mia lotta – conclude – era con il cristianesimo, all’interno del mio stesso cuore» (ivi, 219).

Il regista Scorsese coglie del romanzo il nocciolo dei dilemmi che lo coinvolgono da sempre. Fino a che punto − torna a chiedersi − è lecito seguire Cristo, l’Amore incarnato di Dio, se così facendo noi rechiamo la sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia, che in fondo è il supremo comandamento trasmesso da Cristo ai suoi discepoli (Ama il prossimo tuo come te stesso), o la fedeltà alla sua Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? «La questione non è solo teologica − afferma onestamente Gianluca Arnone nella sua recensione − perché tocca qualsiasi credo e ideologia». In più, è molto moderna, perché in filigrana evoca i principali nodi della Chiesa di Papa Francesco, tormentata al suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinale (divorzio, eutanasia, aborto…). Questi giapponesi, che torturano e combattono i cristiani venuti dall’Europa, erano solo carnefici o piuttosto difendevano la loro identità culturale? Non è forse lo stesso problema sentito oggi in Occidente, nei rapporti tra le comunità autoctone e l’islam? Non basta continuare solo a invocare il multiculturalismo come panacea di tutti i mali. Silence è molto netto da questo punto di vista. C’è una scena emblematica in cui dei soldati giapponesi invitano i cristiani a sputare sul crocifisso e a dichiarare che la Beata Vergine Maria era una sgualdrina fino a calpestarne la sacra effige senza troppe cerimonie, ricordando loro che si tratta soltanto di immagine e non di quello che custodiscono dentro. Non comprendono però che per un cristiano quella effige non è solo un’immagine, così come l’Ostia non è soltanto un derivato del frumento. Per un cristiano Cristo è vivente, è persona, è quell’immagine, è quell’Ostia.

C’è una componente materiale nella religione cristiana che un orientale di osservanza buddista non capirà mai. Per questo una mediazione, che passi dal confinamento del cristianesimo in una sfera privata, intima, nascosta, pone seri interrogativi sulla sua consistenza. Assume allora un significato ambiguo quel silenzio perorato dal titolo: è la voce dell’abbandono di Dio, la dimensione dell’ascolto interiore, oppure il destino della cristianità in terra d’Oriente? «E’ positivo − scrive Arnone − che al cospetto di un discorso così interrogativo, scettico ed esistenziale, Scorsese mantenga un tono distaccato, algido, controllatissimo, senza le solite carrellate, le classiche zenitali e le proverbiali gimcane della mdp [cinepresa], senza cercare mai la scorciatoia, l’empatia, lo spettacolo, senza prendere per mano lo spettatore (che si ritrova così nella medesima situazione del gesuita “abbandonato” dal Signore). Silence non è un film immediato. Va meditato».

La Serata è atterrata con la consueta recita della Preghiera di Papa Francesco per i giovani (Sinodo 2018), la foto dell’équipe e il «cocktail» offerto da Pina Lista, ammiratrice e sostenitrice del Circolo. In sottofondo, il video musicale di Raffaele Falco: «Loda», proiettato da Ghenadi Cimino. «Loda… solamente loda; stai piangendo, loda; hai bisogno, loda; stai soffrendo, loda; non importa, loda; la tua lode invada il cielo». Una Serata sorprendente, con un film e un tema difficile da meditare e amare, ma facile da ammirare, stimare e coprire di complimenti…

Piotr Anzulewicz OFMConv