Auguri di una serena Pasqua a tutti

 

Il Signore risorto continui la sua meravigliosa vittoria sul male nel mondo e, con il suo amore potente, entri anche dentro la nostra umanità, aiutandoci a cambiare tristezza e disperazione in gioia e speranza, a piegarci sugli esclusi, ‘scartati’ e ‘invisibili’, ragazzi ‘fantasma’ e «hikikomori», affamati e assettati, sofferenti e carcerati, a porre gesti di solidarietà, accoglienza, pace e rispetto del Creato. Auguri

Il Consiglio direttivo del Circolo




Connessi e altrove, ma orfani e solitari

«I giovani: connessi, ma solitari e orfani»: è il titolo della 3ª Serata conviviale con «aperitivo», che si è tenuta venerdì 16 febbraio 2018, presso il Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» al lato destro della chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. La Serata − 113ª di seguito − ha avuto inizio con il video musicale «Jesus Christ, You are my Life», le cui immagini fecero il giro del mondo in occasione del Grande Giubileo 2000, quando l’infinita moltitudine di ragazzi e ragazze, insieme a Giovanni Paolo II, danzò, gongolò ed esultò di gioia, cantando quella canzone scritta da mons. Marco Frisina, divenuta in seguito l’inno di tutti i raduni denominati «Giornate Mondiali della Gioventù», incluso quell’ultimo a Cracovia (26.07.2016).

Dopo le gentili parole di benvenuto e la vivace presentazione del programma della Serata, da parte di Teresa Cona, segretaria del Circolo, l’attenzione dei presenti è stata focalizzata sull’«aria» che respirano i “ragazzi 2.0”, quelli che nascono con i “dispositivi” elettronici “incorporati”, abilissimi utenti della comunicazione online, definiti all’inizio del Duemila nativi digitali (born digital). In seguito alla strepitosa diffusione dei nuovi media, si è passati dall‘homo sapiens, tutto carta e penna, all’homo videns e zapppiens, tutto telecomando e video “incorporati”, appunto, fino all’attuale “versione” dell’homo 2.0, tutto web e touch screen. L’homo zappiens è «una nuova generazione che […] è cresciuta usando molteplici dispositivi tecnologici, sin dalla prima infanzia: il telecomando per la tv, il mouse per computer, il minidisc, e, più recentemente, il cellulare, l’iPod e il lettore mp3. Questi dispositivi hanno permesso ai bambini di oggi [i preadolescenti] di mantenere il controllo di flussi di informazioni, discontinue e in eccesso, di entrare in comunicazione virtuale face to face o con comunità online, di comunicare e collaborare in rete in base alle loro esigenze» (W.Veen-B, Vrakking, Homo zappiens. Crescere nell’era digitale, Roma 2010, 11). Secondo Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante, che si è resa nota al grande pubblico con il suo primo romanzo La gallina volante, ci troviamo probabilmente in presenza di una nuova evoluzione della specie umana che potrebbe determinare «un vero e proprio cambiamento antropologico: si stanno acquisendo nuove abilità mentali, dal pensiero nonsequenziale al multitasking» (P. Mastroccola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Parma 2011, 80).

In questi effervescenti anni della rivoluzione digitale spuntano come funghi anche nuovi Siti e blog religiosi o video-omelie che cercano di raccontare la fede nell’immensa cattedrale virtuale che è il web. Purtroppo, nel far West dell’etere, si incontrano spesso elaborazioni discutibili e l’evangelizzazione online non sempre viene declinata in modo intelligente e professionale. Impreparazione, nonchalance e pregiudizi impediscono di cogliere le opportunità che i diversi “applicativi” possono offrire nella comunicazione della fede ai ragazzi, appassionati ed attivi utenti delle moderne tecnologie. A far passare il messaggio, non sono ormai sufficienti la “buona volontà” e l’entusiasmo apostolico. Un catechista dell’ultima generazione non può limitarsi a comunicare la “buona Novella” soltanto a parole scritte, lette o pronunciate. I “ragazzi 2.0”, “video-pc-telefonino-dipendenti”, cresciuti a brioches e web, hanno bisogno di immagini e suoni per essere “risvegliati” e catturati. In caso contrario, non vengono intercettati perché i codici e la metodologia utilizzati risultano incomprensibili e inespressivi e le relative mediazioni non diventano interessanti. «Non sarà anche questo uno dei motivi − si domanda Valerio Bocci, autore di innovativi sussidi catechistici − per cui, al culmine dell’iniziazione cristiana con la celebrazione della Cresima, si consuma “il congedo illimitato e definitivo” dalla comunità stessa?» (V. Bocci, Comunicare la fede ai ragazzi 2.0. Una proposta di catechesi comunic-ativa, Torino 2012, 9). C’è spazio per tutti, ma il problema è occuparlo intelligentemente. “Ieri”, il passato, la tradizione rappresentano un tabù per i “ragazzi 2.0”, ancorati profondamente al “qui-ora”. E’ fondamentale presentare iI messaggio di “ieri” con la sensibilità educativa e comunicativa di “oggi”, in modo più interattivo e multimediale, in cui i ragazzi diventano protagonisti, in un contesto ricco di proposte dentro la parrocchia e in collegamento con le agenzie educative (genitori, famiglia, scuola, gruppo dei pari…).

Non è mai facile educare i ragazzi. Qui non funziona il “copia e incolla”. Non bastano neanche le diffidenze e i caveat [intimazioni] nei confronti dei tecnomondi. I contatti digitali e le realtà virtuali lentamente “formattano” non solo il cervello, ma anche il cuore. I giovanissimi vivono sul web (il 93%). In rete si fanno una cultura, coltivano rapporti, incontrano anche pericoli: adulti malintenzionati, gioco d’azzardo (il 13% lo ha già fatto; il 32% lo farebbe), sesso online ed anche offline, divulgazione improvvida di dati personali, foto incluse, imbastendo un nuovo italiano 2.0, l’e-italiano digitale, in cerca di efficacia e velocità comunicativa. «Il tutto subendo e involontariamente nutrendo un digital divide generazionale − separati in casa, è il caso di dirlo − con il mondo adulto, ansioso e impreparato» (P. Floretta, Le reti di Francesco. Per una tecnologia dello spirito e una cyberspiritualità e webpastorale francescane, Padova 2015, 12).

La sfida, in tale prospettiva, alza di parecchio l’asticella. Soprattutto i genitori devono recuperare il vuoto di autorevolezza, se vogliono incidere educativamente nelle abitudini dei figli “sempre connessi” e “sempre altrove”. In un mondo che esalta il potere dei social, «rilasciando l’illusione di una facile e vasta popolarità e visibilità a colpi di selfie, video, messaggi, i ragazzi − afferma Valerio Bocci − hanno bisogno di una intelligente contro-proposta fatta di relazioni vere, di tempo condiviso a parlarsi, a computer e telefonini spenti. Tempo, ascolto, dialogo, confronto: sono gli ingredienti della terapia che ancora può contrastare la “solitudine”, una delle “malattie” in galoppante ascesa nel quotidiano dei ragazzi, illusi e delusi dalle promesse non mantenute dall’overdose delle ore passate in connessione continua con gli amici di Facebook, Instagram, Snapchat…» (A. Ricci-Z. Formella, Educare insieme nell’era digitale, Torino 2018, 4).

L’argomento della Serata ha sollevato tanti temi e ha fornito tanti «input»: le identità mascherate in Internet, l’aggressività online, il conflitto e la collaborazione nei gruppi online, l’altruismo e la solidarietà nella rete, le differenze di genere in Internet, l’educazione alla vita su web, la rete come un mercato, gli amori, le amicizie e i follower… C’è ne per molte edizioni del WikiCircolo. Il tema: «I ‘ragazzi fantasma’, soli e isolati dalla società», previsto per venerdì 26 gennaio, ci è sfuggito e la 2ª Serata conviviale è stata sospesa: gli amici del Circolo sono stati invitati a dare l’ultimo abbraccio a Peppino Frontera, improvvisamente portato via da Sorella Morte.

Torniamo comunque alla tavola rotonda di questa Serata, con due giovani laureandi in sociologia: Clarissa Errigo e Alex Scicchitano. Ci hanno sorpreso, a dir poco, commentando l’articolo: «Hikikomori, è boom anche in Italia: migliaia di giovani si recludono in casa». Hanno tra i 14 e i 25 anni, non studiano né lavorano, non hanno amici, trascorrono gran parte della giornata nella loro camera, a stento parlano con genitori e parenti, dormono durante il giorno e vivono di notte, si rifugiano tra i meandri della rete e dei social network con profili fittizi, unico contatto con la società che hanno abbandonato. «Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte” − scrive Matteo Zorzoli, autore dell’articolo.− Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, ma è sbagliato considerarlo un fenomeno limitato soltanto ai confini giapponesi». Infatti, è «un male che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema. – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi». Le ultime stime parlano di migliaia di casi italiani, un esercito di reclusi che chiede aiuto.

Depressed boy under the bed

Si tratta di un fenomeno sociale dai contorni ancora poco chiari. Spesso viene confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa dei giovani. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi), fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo NEET, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola italica. Il disagio «molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da Internet – spiega Crepaldi. – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato: una condanna per un ragazzo hikikomori». Secondo Crepaldi, la frustrazione scolastica è la prima causa o cosiddetto fattore precipitante del fenomeno di isolamento. Un brutto voto a scuola per esempio, un avvenimento innocuo agli occhi delle altre persone, ma che, contestualizzato all’interno di un quadro psicologico fragile e vulnerabile, assume un’importanza estremamente rilevante. Il ragazzo inizia a saltare giorni di scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere, abbandona le attività sportive, inverte i ritmi sonno-veglia e si dedica a monotoni appuntamenti solitari come il consumo sregolato di serie tv e videogames. È fondamentale intervenire proprio in questa prima fase del disturbo, cioè alla comparsa dei primi campanelli d’allarme. In questa fase i genitori, gli educatori e gli insegnanti rivestono un ruolo cruciale, per evitare il passaggio alla fase più critica. In aiuto ai ragazzi affetti da questa sindrome è stato creato il Sito di Hikikomori Italia con le chat regionali e il forum aperto sia a loro che ai genitori: una bacheca di richieste di aiuto e di sofferenza, ma anche di storie a lieto fine, come quella di Luca:

«Il giorno e la notte erano identici, dormivo quando avevo voglia, mangiavo quando avevo voglia. Ho perso tutti gli amici e lo schermo era uno “stargate” per un altro universo. Il tempo si dilatava quando cliccavo sulla tastiera e non volevo mai smettere. Quando dovevo lavarmi fremevo sotto la doccia per rimettermi a giocare. Ho passato così più di due anni giocando a Wow [World of Warcraft, un videogioco di strategia ndr] in totale isolamento. Non riuscivo neanche più a camminare. Tutto questo è successo senza che mia madre si accorgesse di nulla: lavorava dalle 8 alle 17 e io facevo finta di andare a scuola. Non avevo più voglia di tornarci. Troppa pressione. L’isolamento è una battaglia che alla fine diventa una cura. Cresceva dentro di me come un’onda, lentamente, fino al momento in cui tutto iniziava a darmi fastidio, non sopportavo cosa facevo, non sopportavo chi ero. Oggi ne sono fuori, vivo all’estero e ho una fidanzata bellissima. Sono o sono stato un hikikomori? Non lo so, ma quello che so è che la forza per combattere quel demone sta e risiede solo dentro di voi, nessuno vi può aiutare, nella taverna di qualche montagna virtuale dove voi stessi vi siete persi, con la sensazione di pace che vi avvolge la mente. L’unico consiglio che mi sento di darvi è: scappate da quel computer».

E noi quale consiglio possiamo proporre ai ragazzi sempre connessi, ma soli, solitari e isolati dalla società? Proviamo a verbalizzarlo. «Il dono più bello lo avete già ricevuto: è la vita. Adesso datevi da fare. Non perdete il tempo. Non lasciatevi travolgere dalle tecnodottrine di turno. Verificate sempre se queste tecnodottrine non siano tecnosirene. Non dimenticatevi di porre la domanda aurea: “Quanto siete cresciuti nella vostra consapevolezza esistenziale?”. Mettete impegno in tutte le cose che fate, a cominciare dallo studio. Dovete studiare e intercettare quello che sta avvenendo. Abbiate il senso della vita, vogliatevi bene e rimboccatevi le maniche perché il Signore vi ha fatti intelligenti. Frate Francesco d’Assisi, da grande maestro di “reti” e di relazioni, vi offre un simpatico episodio riguardo all’atteggiamento più utile da tenere verso i mezzi tecnologici. Lo riporta la Compilazione d’Assisi (CAss 103-104: FF 1626-1627), denominata anche Leggenda perugina (o più recentemente Fiori dei tre compagni, cioè di Leone, Rufino e Angelo), messa insieme, nel passaggio tra il sec. XIII e il XIV, con materiali di provenienza e di ispirazione diversa al fine di ricostruire una Leggenda sulla vita dell’Assisiate che fosse più “antica” di quella “nuova”. Ivi si dice che il Poverello ha aiutato il giovane novizio a discernere i vari motivi nascosti dentro il suo desiderio di possedere un breviario, all’epoca il top della tecnologia della scrittura, essendo fatto di preziosa pergamena. Francesco lo forma, aiutandolo a liberarsi dal narcisismo dell’avere e del sapere, per lasciarlo libero di seguire la sua vocazione alla semplicità, alla frugalità, alla preghiera. Il suo desiderio di autenticità, con o senza breviario.

La rete non è soltanto un mezzo o uno dei media. E’ un «ambiente di vita», di indiscusse potenzialità, in cui abitare in modo degno dell’uomo. Ed è una palestra di straordinarie possibilità per accompagnare i ragazzi, per tessere con loro i dialoghi, per presentare loro un sano dating spirituale, ma anche per segnalare loro le innumerevoli trappole disumanizzanti. Frate Francesco, se fosse tra noi oggi, non avrebbe certamente difficoltà ad elevare la rete a suo chiostro, un po’ strano, ma comunque chiostro abitato da persone, talvolta lebbrose e ferite, bisognose di un incontro e di un sentiero, anche infotecnologico, più fraterno e solidale, umano ed umanizzante. E forse potrebbe diventare patrono di questo hyperchiostro, del web, della rete….

Una Serata meravigliosa, rivelatrice, istruttiva.

Piotr Anzulewicz OFMConv




«Devi sentire il cuore che lotta!»

Tanti eventi venerdì 23 marzo 2018: a Manchester, l’amichevole disputa degli azzurri con i sudamericani, pur privi delle sue stelle più brillanti, Messi e Aguero; a Roma, la riunione presinodale di 315 ragazzi e ragazze, in rappresentanza dei coetanei di cinque continenti, per conoscersi come generazione, scoprire in cosa ritrovarsi, capire su cosa contare e da cosa prendere le distanze, definire e accogliere le differenze, guardare in avanti e intuire cosa li aspetta, chiedersi come entrare in contatto con la propria interiorità e aprire il proprio cuore alla spiritualità nel mondo ipercomunicativo e iperconnesso, trovare un equilibrio tra spazi di progresso estremo e spazi di introspezione profonda, essenziale, autentica, in vista del Sinodo dei Vescovi di ottobre; nelle chiese parrocchiali, la Via Crucis; nel mondo, la celebrazione della 7ª Giornata della Meteorologia dal logo «Meteorologicamente pronti, climaticamente intelligenti» («Weather-ready, climate-smart»), e, a Catanzaro Lido, la 5ª Serata cinematografica con la proiezione del film «The dark Horse» di James William Napier Robertson e la conversazione sul bipolarismo come il male che avvelena un’intera famiglia, la Serata ideata all’interno della 6ª edizione del CineCircolo con il motto: «I giovani con la ‘sorella’-‘madre’ Terra per immagini».

Tanti eventi e, in più, la sfuriata invernale, con un consistente afflusso d’aria artica, hanno messo a dura prova i fans del Circolo. La Serata però è stata presa d’assedio da un pugno di persone più «habitué», anche soltanto per un veloce saluto, una parola di incoraggiamento, un segno di amicizia, ed alcune di loro sono rimaste fino all’epilogo. A tutti è stata offerta una variazione nel programma, diversa dal solito. Dopo la visione del video «Disturbo bipolare | Persone che convivono con una malattia» e le note preliminari sul film, la dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo, ha catalizzato l’attenzione dei presenti sulle cause, le caratteristiche, i sintomi, le terapie e le tecniche psicologiche utilizzabili nel trattamento di questa malattia, di cui era contagiato il protagonista del film. «Il soggetto − ha detto − che ha un disturbo bipolare, nella maggior parte dei casi, non ha la consapevolezza di averlo, perché le fasi ipomaniacali e maniacali sono percepite come normali. E’ un disturbo che se non riconosciuto e curato correttamente può avere gravi conseguenze: molte ore di lavoro perse, rottura di relazioni affettive, periodi di maggiore disinibizione sessuale e di litigiosità e nervosismo, maggiore rischio di suicidio e molta sofferenza soggettiva». E’ un disturbo dell’umore definibile come «una tonalità affettiva predominante che permea e colora la vita psichica, e che viene percepita come stabile, sebbene temporalmente sia caratterizzata dal susseguirsi di una vasta gamma di emozioni e sentimenti che fisiologicamente variano in relazione a diversi fattori interni ed esterni, come fosse il colore della tela su cui stendere i colori della giornata». Il disturbo bipolare, chiamato anche disturbo maniaco-depressivo o bipolarismo, o depressione bipolare, è caratterizzato dalla «perdita, più o meno marcata, di questo equilibrio, per cui si osserva da un lato un’instabilità affettiva, una labilità emotiva, una lunaticità esasperata, che si riflette nella vita personale e relazionale del soggetto, e dall’altro lato, momenti di fissazione del tono dell’umore, tra la depressione da una parte e l’eccitamento (ipo)maniacale dall’altra. Con l’umore variano i livelli di energia fisica, la sensazione di maggiore o minore efficienza mentale, la qualità e la forza dei pensieri, il sonno, l’appetito e il peso, la reattività agli eventi e alle provocazioni. In pratica, assieme all’umore, vengono coinvolte le emozioni, i pensieri, i comportamenti, il modo di prendere le decisioni e le priorità».

Un argomento interessante, nuovo, utile, anche per capire l’intensa storia del protagonista del film, l’ex campione di scacchi e, in particolare, di partite lampo, il neozelandese Genesis Wayne Potini († 2011), affetto da questo disturbo. Per sfuggire all’ospedale e reintegrarsi nella società diventa allenatore di scacchi a squadre, in un centro di recupero di ragazzini disagiati e a rischio.

Il film ha fatto incetta di premi ed è stato osannato dalla critica come «uno dei migliori film di tutti i tempi», un vero gioiello cinematografico, un intrigante racconto di redenzione e di speranza per una comunità lasciata completamente allo sbando. «Il film, dall’animo profondamente umano, è impreziosito − afferma Silvia Casini − dall’interpretazione di un cast straordinario. Protagonista è l’attore Cliff Curtis, interprete di Die Hard – Vivere o morire, che dà corpo e anima a Genesis Potini, un uomo dalla personalità instabile, ma pur sempre carismatico». Infatti, il lungometraggio racconta la sua incredibile vita, quella di una persona problematica, ma assolutamente geniale, che troverà il coraggio per guidare un’intera comunità, trasformandosi in un vero e proprio modello da seguire, capace di spronare, motivare e infondere speranza nel prossimo.

«Lo sguardo − continua Casini − è chirurgico e mette in evidenza una società che cede alla via criminale, perché delinquere è considerato un modo per restare a galla, ma The dark Horse (così è soprannominato Genesis per le sue abilità strategiche) sa perfettamente che sopravvivere senza dignità e rispetto non equivale a vivere, e benché abbia un’esistenza piuttosto complicata, crede fermamente nel potere dei sogni e della volontà, tant’è che una volta impartiti i primi insegnamenti alla giovane combriccola di svantaggiati, annuncerà loro il suo progetto. Già… perché Genesis ha un piano, non uno qualsiasi; ne ha uno bello grosso: farli arrivare al campionato nazionale di scacchi. Ovviamente, non sarà affatto facile, perché strappare i ragazzi da situazioni potenzialmente pericolose, costituirà un’impresa ardua. E così, mentre lotterà per uscire dall’isolamento psicologico dovuto alla malattia, cercherà anche di far fronte a diverse avversità, tutte insite nelle gang di quartiere. In definitiva, The dark Horse si configura come una pellicola capace di toccare il cuore con grande sensibilità, perché, grazie all’esempio di Genesis, è in grado di emergere un messaggio fondamentale per questo mondo così disastrato, ovvero il valore della forza identitaria e delle seconde opportunità».

L’espressione anglosassone Dark Horse, che dà il titolo al film, non indica un perdente, una “pecora nera” o un ‘rifugiato’ nel comodo guscio di un’infanzia priva di responsabilità. Indica invece chi percepisce la vita come una lotta di tutti i giorni, fra la comodità e il servizio agli altri. «Devi sentire il cuore che lotta!» (Papa Francesco).

Chapeau al regista e a quanti sono rimasti fino all’ultima sequenza della 118ª Serata.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Per una pedagogia del desiderio…

Una vivace Serata culturale, quella conviviale con «aperitivo», la 5ª della 6ª edizione del WikiCircolo che si è svolta il 16 marzo 2018 a Catanzaro Lido attorno a «I giovani: pedagogia del desiderio e del consumo». Tema vitale, dibattito fecondo, staff cordiale, pizza eccezionale…

La società ci vuole “formattati” in base alle sue proposte e aspettative, interessi e fini. Ci presenta una proposta di vita e di senso preconfezionata, lasciando poco spazio alla ‘novità’, creatività e discernimento. Questo riguarda certamente e in primo luogo il progetto di vita dei giovani che per definizione sono diversi, originali, ‘nuovi’. La società sembra dimenticarlo. Non riuscendo ad approfittare delle loro energie e risorse, li ‘taglia fuori’. E’ anche questa una forma di ‘cultura dello scarto’. Ciò può valere anche all’interno delle nostre comunità civili ed ecclesiali. La creatività pedagogica è l’architrave del cambiamento. Non si tratta di riempire il sacco di qualcuno, ma di far emergere ciò che è nel suo DNA: il desiderio primordiale dell’altro e del totalmente Altro. L’uomo porta in sé un misterioso desiderio di Dio. In modo molto significativo, il Catechismo della Chiesa cattolica si apre proprio con la seguente considerazione: «Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa» (n. 27).

A tal fine sarebbe di grande utilità − ha auspicato Benedetto XVI il 7 novembre 2012 nella sua catechesi del mercoledì durante l’Udienza generale − «promuovere una sorta di pedagogia del desiderio», una pedagogia che comprenda almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita. «Non tutte le soddisfazioni − ha detto − producono in noi lo stesso effetto: alcune lasciano una traccia positiva, sono capaci di pacificare l’animo, ci rendono più attivi e generosi. Altre invece, dopo la luce iniziale, sembrano deludere le attese che avevano suscitato e talora lasciano dietro di sé amarezza, insoddisfazione o un senso di vuoto. Educare sin dalla tenera età ad assaporare le gioie vere, in tutti gli ambiti dell’esistenzala famiglia, l’amicizia, la solidarietà con chi soffre, la rinuncia al proprio io per servire l’altro, l’amore per la conoscenza, per l’arte, per le bellezze della natura –, tutto ciò significa esercitare il gusto interiore e produrre anticorpi efficaci contro la banalizzazione e l’appiattimento oggi diffusi. Anche gli adulti hanno bisogno di riscoprire queste gioie, di desiderare realtà autentiche, purificandosi dalla mediocrità nella quale possono trovarsi invischiati. Diventerà allora più facile lasciar cadere o respingere tutto ciò che, pur apparentemente attrattivo, si rivela invece insipido, fonte di assuefazione e non di libertà. E ciò farà emergere quel desiderio di Dio di cui stiamo parlando».

E’ un’opera di plasmazione che punti a forgiare le potenzialità che siano all’interno di noi stessi. Perché possiamo crescere in questa prospettiva occorre che non cadiamo nella rigidità delle strutture, come abiti da indossare in ogni situazione, ma entriamo nella prospettiva della creatività e prendiamo in consegna noi stessi ed anche gli altri.

Secondo Clarissa Errigo, che è’intervenuta alla tavola rotonda, insieme ad Alex Scicchitano, gli elementi che compongono “quest’architrave” sono: plasmare e articolare… Una prospettiva che non vuole tanto valutare l’aspetto morale di ogni singolo punto dell’esistenza di un individuo, ma si ferma su un’educazione che guarda allo stile di vita nel complesso della sua articolazione. Nel momento in cui la persona è divisa e frazionata, la struttura di questa architrave si indebolisce. In quest’ottica si inserisce la pedagogia della compagnia, altro elemento dell’architrave, che vuol dire accettare tutta la realtà e saper dialogare nella notte o nella luce di un passaggio storico. E, infine, la pedagogia dell’accoglienza, intesa come apertura all’inconosciuto e all’estraneo.

Asse portante dell’architrave è però l’amore, esperienza che nella nostra epoca è più facilmente percepita come momento di estasi e di uscita da sé, come luogo in cui l’uomo avverte di essere attraversato da un desiderio che lo supera. Attraverso l’amore, l’uomo e la donna sperimentano in modo nuovo, l’uno grazie all’altro, la grandezza e la bellezza della vita e del reale. «Se ciò che sperimento non è una semplice illusione, se davvero voglio il bene dell’altro come via anche al mio bene, allora devo essere disposto a de-centrarmi e a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso». La risposta alla questione sul senso dell’esperienza dell’amore passa quindi attraverso la purificazione e la guarigione dei desideri finiti, richiesta dal bene stesso che si vuole all’altro. Ci si deve esercitare, allenare ed anche correggere, affinché il desiderio primordiale che è nel nostro cuore sia “scongelato”, slegato e liberato, e raggiunga la sua vera altezza. Altrimenti rimaniamo in balia dei desideri finiti, mimetici, imitativi, che nella società dei consumi variano all’infinito, ci spiazzano e ci depistano. Si prendono gioco di noi e, alla fine, il consumismo ci consuma.

Frate Francesco d’Assisi ha molto da offrirci in questo senso: è l’opposto della società dei consumi. Si svuotò di sé, all’età di 25 anni, al momento della sua conversione: fu un capolavoro la sceneggiata della sua spogliazione, di fronte alla Chiesa e al Comune di Assisi. In questo gesto altamente drammatico e pubblico egli sciolse il suo desiderio primordiale e se ne impadronì. «E di poi egli stette un poco» e «uscì dal secolo» (Testamento, v. 3), e iniziò a pronunciare parole pericolose: «Credo, voglio, faccio!». Smise di adorare se stesso, di contemplarsi, di essere narcisista, «uomo di paglia», amante del divertimento, della danza e dei canti, per porsi sotto l’assoluta signoria di Dio, che non è un Dio-Padrone, ma Dio-Padre. E questo è il secondo gesto fatto da s. Francesco, in forte contraddizione con la mentalità del mondo, della Chiesa e della famiglia di allora, trasformandosi in un uomo nuovo, inedito, inaudito. Si rivestì di Cristo, cioè indossò la sua mentalità e il suo cuore, gettò via le opere delle tenebre e divenne il «nuovo Oriente» all’interno della Chiesa -istituzione del suo tempo e per la Chiesa cattolica, in totale, espressa, ferma e quasi ostinata comunione con essa, «sempre sottomesso e soggetto ai suoi piedi» (Rb 12,5: FF 109), senza accenti critici e senza riserve disponibile all’obbedienza all’autorità papale, episcopale e presbiteriale

Ecco che cosa è di capitale importanza: il nostro amore inteso nel senso del dono di sé per l’altro, per il prossimo e per il bene comune. E’ una questione di vita o di morte.

Piotr Anzulewicz OFMConv




Se n’è andato Peppino Frontera

Per due giorni, dal 25 al 26 gennaio, la marcia del Circolo si è fermata, per la tristissima notizia giunta come un fulmine a ciel sereno dal Campus Universitario «Salvatore Venuta» di Germaneto (Catanzaro) e diffusa sulla Pagina social del Circolo:

Il Consiglio direttivo del Circolo Culturale San Francesco comunica con immensa tristezza che mercoledì 24 gennaio 2018, alle ore 23.20, Sorella Morte ha accolto PEPPINO FRONTERA, marito affettuoso di Maria Luisa Mauro, padre generoso di Katia e Vitali, avvocato premuroso, consigliere saggio del Circolo, curatore solerte delle Serate del WikiCircolo, dono prezioso dell’«altissimo, onnipotente, bon Signore» (Cantico delle creature, v. 1). Lascia un vuoto incolmabile nel ‘suo’ adorato Circolo. A noi tutti la gratitudine e la responsabilità di far tesoro della sua passione per l’ideale del Circolo: «La cultura e la cura dell’altro».

Una scomparsa inaspettata, una perdita enorme, un gravissimo lutto al Circolo. C’era grande attesa per la 2ª Serata conviviale con «aperitivo» di venerdì 26 gennaio dal titolo: «I ‘ragazzi fantasma’, soli e isolati dalla società», collocata nell’ambito della 6ª edizione del WikiCircolo dal motto: «I giovani con la ‘sorella’-‘madre’ Terra». La Serata è stata sospesa e gli amici del Circolo sono stati invitati a dargli l’ultimo abbraccio. Alle ore 15.30, in gran numero, sono accorsi nella chiesa «Sacro Cuore» e si sono stretti, con grande dolore e commozione, intorno alla sua famiglia. P. Ilario Scali, parroco, ha celebrato la Messa e ha presieduto il rito delle esequie, pregando «il Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione che ci ama di amore eterno e trasforma l’ombra della morte in aurora di vita, affinché guardi coloro che gemono nella prova e li sollevi dal lutto e dal dolore alla luce e alla pace della sua presenza». Alla celebrazione, animata dal coro (Giorgio Martelli, Jolanda De Luca, Stefania Di Nardo….), hanno partecipato: p. Lawrence, fra Alessandro e il sottoscritto che ha pronunciato, piangendo nel suo cuore, l’omelia focalizzata sul congedo di Gesù (Gv 17,1-11). Ecco il testo, con qualche taglio e ritocco:

«…è venuta l’ora», anche per il caro Peppino, mio “fratello” minore, proprio per lui e non per me, come sarebbe naturale, suo “fratello maggiore”, come mi definiva… Glorifica, dunque, o Padre, il tuo Servo fedele che dal 1954 portava “impresso” nel suo cuore quel “germe”, quel “seme”, quella scintilla della vita divina che lo inseriva, attraverso il battesimo, nella comunità dei credenti in Cristo, il nostro Fratello per eccellenza, il Signore, il Senso e la Fonte di vita in pienezza. Gli è stata allora tolta quella macchia/fragilità/tendenza intima a non essere libero, a non amare o ad amare con fragilità, ed è stato reso, come noi nel nostro battessimo, capace di amare divinamente e di lasciarsi «spezzare» il corpo e «dissanguare» per la promozione degli altri. E’ entrato a far parte della Chiesa, quella del sogno di Dio: la Chiesa dei santi e dei martiri, dei peccatori perdonati e redenti, la Chiesa che cammina, piange, soffre, crede, spera, ama. Sette anni dopo è stato «abilitato» ad accostarsi alla mensa del Pane di vita: all’Eucaristia, ovunque, a Napoli, durante gli studi universitari, a Catanzaro, dove esercitava la sua professione di avvocato, e qui dove ha fondato la famiglia, in mezzo a tante tribolazioni della vita, e dove ci allietava con la sua entusiasmante conoscenza della «città tra due mari».

In questi luoghi della sua itineranza, teneva sempre accesa la fiamma di vita divina, amando e facendosi benvolere. Noi, amici del Circolo, ne siamo la prova lampante. Ne sono la prova indiscussa Maria Luisa, di cui era affettuoso marito, e Katia e Vitali di cui era padre generoso. Ne sono la prova icastica tanti amici che mi hanno inviato, su WhatsApp, Messenger e per posta elettronica, le commosse parole di stima, appena hanno appreso la notizia della sua scomparsa. Come comunità parrocchiale siamo fieri di aver avuto questo caro e prezioso Fratello e grati per il bene che egli ha profuso in mezzo a noi.

«Che dispiacere! Una persona speciale, cara e disponibile – ha scritto uno dei nostri amici. – Era impossibile non volergli bene». Infatti, nel suo fecondo e creativo servizio ha saputo coinvolgere e unire, in questi anni, mondi diversi, dai giovani agli anziani, dalla fede alla cultura.

Anch’io gli sono immensamente grato per il suo continuo sostegno umano e spirituale, specie nei momenti difficili, per la sua comprensione e la sua collaborazione nel portare avanti quest’opera parrocchiale che è il Circolo, con cui addirittura si immedesimava − lui lo ha adottato e lo ha amato. Le sue Serate − ne diranno qualcosa in più l’ass.re Franco Longo, la dott.ssa Teresa Cona e il M° Luigi Cimino al termine della celebrazione − erano coinvolgenti: mettevano in luce cose belle, positive e propositive. Ascoltarlo e stargli vicino era un piacere. I suoi occhi brillavano di quell’amore che aveva nel suo cuore, come domenica scorsa, il 21 gennaio, quando gli abbiamo fatto visita al Policlinico: Luigi, Pinuccio, Leo e io, portandogli la Comunione. I suoi occhi erano pieni di gioia e di luce, perché il suo cuore era nella luce.

Non si è mai stancato di ripetermi che per ogni uomo, per quanto stanco, incompreso, misero, indegno, c’è l’amore di Dio. Questo messaggio lo portava ai partecipanti delle Serate conviviali e cinematografiche con la schiettezza, l’autenticità e la semplicità del suo eloquio, con la robustezza, la serenità e la fiducia di un lottatore che rimanda tutto alla Parola e alla Carità divina.

«E stando in mezzo a noi – scrive un altro fan del Circolo – ci ha resi tutti migliori. Alimentava pensieri ottimistici nei riguardi degli altri. Dava slancio per non arrenderci. Tutelava la dignità di tutti, anche di chi ha fatto di tutto per ignorarla con il suo comportamento. Attirava la nostra attenzione sui deboli, sui poveri, sui dimenticati. Dava voce alle sofferenze nascoste. Cercava di rendere feconda la città con il suo amore fatto di rispetto e di dedizione, di tenerezza e di operosità. Arava e seminava con intensità.

Ora siamo qui, di fronte alla bara di questo solerte Fratello che ha terminato la sua parabola terrena nel divino disegno di salvezza. È l’ora del suo congedo dalla sua comunità: civile e parrocchiale, e dal “suo” Circolo, nel giorno in cui la sua città celebra il Giorno della Memoria, non solo per “ricordare” la crudeltà che si è abbattuta su 6 milioni di ebrei e migliaia di persone considerate diverse e quindi da discriminare, ma anche per “capire”: riconoscere quanto è accaduto al di là di quel cancello, dove le forze alleate liberarono Auschwitz dai nazisti, vuol dire avere gli strumenti per difendere la nostra civiltà dalla cattiveria e dalla crudeltà dell’uomo affinché simili tragedie non possano ripetersi e la cultura dell’ostilità verso il diverso, l’immigrato e il rifugiato non abbia la meglio.

E’ l’ora del congedo. Questo, certamente, ci può aiutare a riflettere sui nostri congedi. Ce ne sono tanti e in alcuni di essi c’è anche tanta sofferenza, e ci sono tante lacrime.

Pensiamo oggi, ad esempio, a quei poveri Rohingya della Birmania (Myanmar) in barca… Arrivano in una città, dove danno loro acqua, cibo… e poi dicono: ‘Andatevene via’. E’ un congedo. Pensiamo al congedo dei cristiani e degli yazidi, che sanno di non tornare più nella loro terra, perché cacciati via dalle loro case. […]

Ci sono piccoli e grandi congedi nella vita. E ci sarà anche l’ultimo congedo che tutti noi dovremo fare, quando Sorella Morte ci chiamerà all’altra riva. Questo non sarà uno dei congedi ‘a presto’, ‘a dopo’, ‘a più tardi’, ‘arrivederci’, ma l’«addio» finale, il commiato perenne, la separazione definitiva. […] Meditando il Vangelo sul congedo di Gesù (Gv 17,1-11), ci farà bene immaginarci in quel momento. Come abbiamo ‘sprecato’ la nostra vita? Cosa lasciamo ai posteri? Chi sarà a chiudere i nostri occhi? E non dimentichiamo mai che eravamo presenti nella preghiera di Gesù, proprio lì, nel momento più drammatico della sua vita, in quell’Orto dell’ultima scelta. Egli già ci ha affidati alla tenerezza del Padre. Non temiamo, dunque, perché egli ci conosce, ci ama e, nell’Eucaristia, prolungamento della sua incarnazione, continua a pregare per noi, a riconsacrare la nostra vita, ad attirare nella stessa intimità divina, nel Santo dei santi, nel cuore di Dio Padre. E’ la sua voce che schiude i nostri occhi sulle sue opere nella nostra vita, segni del suo amore divino. E’ la sua parola che ci permette di credere e ottenere la vita che non muore, vita in pienezza per noi e per chi ci è prossimo. E’ la sua mano, trapassata dai chiodi, che ci tiene stretti per l’eternità. E lui, con il suo sangue, ha scritto i nostri nomi in cielo, per l’eternità, ed è questa la verità che si fa unica fonte di vera gioia, perché ci dona il perdono eterno.

Addio, Peppino, fratello minore. Grazie per ciò che hai fatto e hai detto, con semplicità e amore. Sii con il Risorto. La sua risurrezione – lo sappiamo – non è stata un semplice ritorno alla vita terrena; è stata invece la più grande ‘mutazione’ mai accaduta, il ‘salto’ decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine completamente diverso, che riguarda anzitutto lui stesso, ma con lui anche noi, tutta l’umanità, la storia e il cosmo.

La «risurrezione» è una parola che ora il Signore rivolge a ciascuno di noi: «Sono risorto – dice – e ora sono sempre con te. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Là, dove nessuno può accompagnarti e dove non puoi portare niente, ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce».

Glorifica, o Padre, questo Fratello, che ci ha tolto nel 7° giorno dell’ottavario della 49ª settimana di preghiera per l’unità visibile dei cristiani, dal motto: «Costruire la famiglia nelle case e nelle chiese», e restituiscicelo, purificato da ogni macchia, glorificato e beato, come nostro celeste compagno, intercessore e protettore del “suo” Circolo, della famiglia, della comunità civile e parrocchiale di Catanzaro Lido.

Dopo il rito dell’ultima raccomandazione e del commiato, presso il feretro, ci sono stati tre commoventi interventi. L’avv. Giuseppe Iannello, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro, con voce vibrante ha espresso profondo cordoglio al dolore della famiglia per la scomparsa di Peppino, «stimato ed apprezzato professionista». L’ass.re Franco Longo, a nome personale, del Sindaco, della Giunta e di tutta la comunità civile, ha sottolineato il sentimento di riconoscenza e di ammirazione per l’affetto, la cortesia e la stima che ha saputo dimostrare nei suoi confronti e per l’amore che ha saputo riservare alla città. Infine, la dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo, ha ricordato telegraficamente le sue costruttive e propositive «performances» al Circolo e il suo alto profilo umano. Riportiamo qui le sue parole.

Peppino − ha detto − è stato uno dei protagonisti di punta delle Serate conviviali a tema e uno tra i primi a prepararle, dimostrando la competenza e guadagnandosene la stima. […] 91 Serate, in collaborazione con me e il M° Luigi Cimino, membro del Consiglio direttivo. Le “sue” Serate per eccellenza sono quelle dedicate all’amata Catanzaro che si sono svolte dal 19 giugno 2015 al 18 giugno 2016, dal titolo: «Catanzaro mille volti». 20 Serate in totale. Serate che hanno riscosso un’ampia eco per qualità e numero di partecipanti.

Peppino non era uno storico, ma, come lui stesso si definiva, «un innamorato di Catanzaro», la città delle tre “V” (Vitaliano, Vento, Velluto). Con il supporto, la collaborazione e il coinvolgimento di altri relatori, nella prima edizione del WikiCircolo, ha cercato di farci conoscere la storia non ufficiale della città, cose e fatti che gli storici di professione hanno trascurato, come sovente succede. Con la sua forza coinvolgente ci ha portato idealmente in giro per i vicoli che i più non conoscevano.

Calabrese doc, nella seconda edizione del WikiCircolo, estesa dal 22 gennaio 2016 fino 10 giugno 2016, parlando della sua/nostra Calabria, l’ha definita «crocevia di cultura e civiltà», terra formata nella storica convivenza fra cultura e religioni di diversa provenienza. Grande eredità del passato calabrese che ha voluto far conoscere ai più e rilanciarla contro l’egoismo e l’intolleranza verso l’altro, il diverso.

Nella terza edizione del WikiCircolo dal titolo: «Volti della misericordia», che va dal 23 settembre 2016 fino al 2 dicembre 2016, ha voluto invece parlare di sei magnifiche figure calabresi. Questa volta ha spostato, insieme ai diversi relatori, il suo/nostro interesse su uomini e donne calabresi: Nuccia Tolomeo, Raffaele Gentile, Fortunata Evolo, Antonio Lombardi, Paolo De Ambrosis da Cropani. Un lavoro di ricerca fatto con amore e dedizione solo per far risplendere ai nostri occhi le “gemme” che la Calabria ha offerto al mondo intero.

Della quarta e quinta edizione ne è stato cocuratore e coordinatore, lasciando spazio a nuove tematiche che si sono rivolte a temi di attualità scottante, sulla scia della lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco sulla cura della casa comune, dal il titolo: «L’uomo e sua sorella-madre Terra», la prima, e «L’uomo custode e protettore di sorella-madre Terra», la seconda.

Il suo lavoro in queste ultime tre edizioni che non lo hanno visto relatore unico, come le prime due, è stato più difficile poiché ha dovuto e saputo intercettare tra le sue conoscenze relatori capaci ed anche interessati alla serie di tematiche selezionate per le Serate di alto interesse culturale.

Peppino non si è mai tirato indietro di fronte ai più svariati problemi che via via si presentavano nella gestione del Circolo. Il suo carattere solare, il suo coraggio, il suo entusiasmo contagiava chiunque gli venisse in contatto. Noi del Circolo, come ci amava definire: «lo zoccolo duro», «le colonne», facevamo quadrato e superavamo insieme gli ostacoli. Certo, non sono mancati momenti di tensione, ma mai tra di noi, poiché alla base del Circolo c’è sempre stato il rispetto per l’altro, sempre.

Mi piace ricordarlo seduto in Segreteria, aspettando la Segretaria in perenne ritardo o nelle ore che precedevano ogni evento vederlo scherzare con il suo grande amico e fan, Ghenadi Cimino, il tecnico dell’audio service che lavora con noi nelle Serate, rendendole possibili… e mi mancheranno quei suoi messaggini durante le Serate per avvisarmi secondo lui quanta pizza andava comperata… Con quegli occhioni sempre sorridenti, in base alla stazza dei presenti, calcolava la “quantità” e mi faceva morire dal ridere…

Se n’è andata una colonna del Circolo… In questo momento non siamo in grado di calcolare il grave danno che arreca la sua mancanza…, ma lui amava il Circolo e lo chiamava la sua creatura, e mai si sarebbe allontanato. Continuare nel suo ricordo adesso è un obbligo in più. Un qualcosa che non lascia scampo che ci inchioda al dovere di continuare in sua memoria.

Il suo spirito, colmo di amore divino e di amicizia sociale, ci investirà e ci darà una marcia in più.

Piotr Anzulewicz OFMConv