L’«inutilità» del silenzio?

Sono stati in tanti coloro che venerdì 24 marzo hanno colto al volo l’occasione per riflettere sul valore del silenzio, del distacco dal mondo, della preghiera, del lavoro. Quest’occasione è stata offerta dalla 6ª Serata cinematografica, con la proiezione del film «Il grande silenzio» di Philip Gröning, ideata all’interno della 4ª edizione del CineCircolo, il cui leitmotiv è: «’Sorella’ Terra per immagini», l’edizione ispirata all’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e alla preghiera-inno Cantico delle creature di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta a tutti, l’83ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali. Ricco è stato il suo programma, pubblicato in anticipo − insieme alle recensioni e all’intervista al regista e sceneggiatore tedesco, autore di tre lungometraggi di fiction (Sommer del 1986, Die Terroristen! del 1993, L’amour, l’argent, l’amour del 2001 − su questo Sito Web, nella sezione «Prossimi Eventi», e presentato al pubblico, come d’abitudine, dalla dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo e curatrice principale dell’edizione:

  1. Ascolto dei brani dell’enciclica Laudato si’ (n. 235-237) [Audio-libro realizzato nel 2016 dall’editore Luca Sossella ed accompagnato da una guida alla lettura e all’ascolto del testo, scritta da Antonio Spadaro SJ, direttore diCiviltà Cattolica]
  2. Nelle paludi di Venezia Francesco si fermò a pregare e tutto tacque − il testo tratto dalla Leggenda maggiore di s. Bonaventura (LegM VIII 9: FF 1154), musicato e cantato da Angelo Branduardi, musicista varesotto, insieme con Teresa Salgueiro, cantante portoghese
  3. Note preliminari riguardanti il regista Philip Gröning, la trama del suo film e il tema del cinedibattito («Il distacco dal mondo e il valore del silenzio, della preghiera, del tempo e del lavoro»)
  4. Proiezione del film Il grande silenzio (Intervallo: 10′)
  5. Impressioni, osservazioni e condivisioni sul tema del cinedibattito
  6. Comunicazioni relative al Circolo ed annuncio del prossimo evento
  7. Recita della Preghiera cristiana con il creato (Laudato si’, n. 246)
  8. Foto di gruppo e «cocktail»

Nel corso della Serata si è aggiunto, con sorpresa di molti, un altro punto: quello con un brindisi augurale per quanti di noi il 19 marzo hanno festeggiato l’onomastico: Peppino Frontera, Pino Aversa e Pina Lista. In quest’occasione il nostro operatore tecnico Ghenadi Cimino ha proiettato il video Oh Happy Day (Sister Act 2), la performance di Ryan Toby e del Coro della St. Francis High School di San Francisco, che ha ulteriormente riacceso la gioia e la bellezza di stare insieme come fratelli ed amici.

Non occorreva essere mistici, e neppure credenti, per partecipare a questo appuntamento con un film-monolito, straordinario e ipnotico. Bastava saper rinunciare a una “storia” ed entrare in un ritmo solenne e insieme lieve, in uno spazio e in un tempo a parte. Un antidoto alle false priorità del nostro tempo. Un film in cui dall’apparente monotonia della quotidianità emergeva subito una semplice certezza: serenità. Un film ancora capace di comunicare, come solo il grande cinema sa fare: con una sequenza, ad esempio, di primi piani, tutti uguali e tutti diversi: quelli dei monaci certosini della Grande Chartreuse, silenziosamente arroccata sulle Alpi francesi nei pressi di Grenoble, e naturalmente tutti in silenzio, quello delle nostre ormai rarissime occasioni.

Il silenzio conta, eccome. Ne hanno parlato, tra l’altro, Peppino Frontera, Sebastiana Ciambrone, Nunzio Familiari e il sottoscritto. Il presbitero, ad esempio, che accompagna un malato giunto ai suoi ultimi giorni di vita, si confronta spesso con questa dimensione quasi perduta o uccisa nella nostra società, anche dagli mp3 o i social network. Chiusa la porta della stanza, soli di fronte al mistero della vita, che si trasforma attraversando quello della sofferenza, non si può fare a meno di sentirsi come calati in un’atmosfera diversa, di avvertirne quasi il palpitare. Eppure «oggi vale soltanto ciò che è contenuto nel brusio, solo ciò che in esso accade», a tal punto che, per usare le parole di Søren Kierkegaard († 1855), filosofo, teologo e scrittore danese, «gli individui amanti della solitudine e del silenzio sono classificati insieme ai delinquenti» o perlomeno guardati con molto sospetto. Al riguardo sarebbe molto utile leggere il libro di Max Picard († 1965), medico, poeta e pensatore svizzero, dal titolo Il mondo del silenzio, riproposto nella nuova traduzione italiana a cura di Jean-Luc Egger, aggiornato e perfezionato sulla prima edizione tedesca del 1948 (Servitium, 2014). E’ un’opera affascinate per lo stile piano e poetico, ma soprattutto per l’armonia che trae dagli infiniti “incontri” che descrive, come una “anti-fuga” di variazioni sul tema essenziale del “silenzio”. Non l’apologia, non fuga dalla parola, bensì riscoperta del silenzio, quale luogo originario della parola, di ogni elemento del creato e soprattutto dell’uomo nella sua essenza originaria e incontaminata.

«Viviamo in un mondo − scrive Silvano Zucal, docente nel Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento, rifacendosi a Picard − nel quale sembra ormai dominare soltanto il puro brusio verbale (Wortgeräusch), ovvero una parola ormai uccisa», come un continuo rumore di fondo nel quale si va progressivamente perdendo la capacità di stare in silenzio, di rispettare l’altrui silenzio e, in ultima analisi, di ascoltare. L’ascolto, quello dell’orecchio e quello del cuore, è secondo Zucal «una virtù sconosciuta (…), assolutamente trasgressiva perché va a incidere su una società per lo più abitata da inascoltanti a tutti i livelli (…), narcisisti e replicanti che parlano sempre e non ascoltano mai». Se si perde la dimensione del silenzio non si è più capaci di dare peso alle parole e non si riesce più ad ascoltare l’uomo, specie quando quest’ultimo è malato e non ha più la forza di imporre a nessuno il proprio discorso e le proprie ragioni. E così se, come diceva Pier Paolo Pasolini († 1975), poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, paroliere, drammaturgo e giornalista, «la morte non consiste nel non poter più comunicare, ma nel non potere più essere compresi», il malato muore davvero, relegato in un angolo nel quale, incompreso, sarà considerato solo un fardello inutile.

E’, dunque, vitale soffermarsi sul valore del silenzio, dell’ascolto, della fuga dal mondo… Bisogna subito notare la radice comune tra perdita del silenzio e perdita dell’uomo tout court: la categoria che Picard riferisce positivamente al silenzio, «senza utilità», cioè «totalmente estraneo al mondo dell’utile», è la stessa che finisce, negativamente, per essere applicata al malato morente, in coma, in stato vegetativo, o al figlio in grembo non desiderato perché magari malformato. La soluzione eutanasica o abortista è spesso proprio figlia della perdita della capacità di ascoltare gli altri e prima ancora se stessi, dello stordimento mediatico che insinua conoscenze superficiali vendute come verità e «pressate negli uomini come una materia qualsiasi in vuoti barattoli» (Picard). Eppure, misteriosamente, nel silenzio o di fronte all’uomo ferito, a chi ascolta pare di sentire una voce nuova: «Proprio dal silenzio promanano più aiuto e più prosperità che da tutto quanto è utile. Esso, l’inutile, si pone accanto a ciò che è fin troppo utile, appare improvvisamente al suo fianco e spaventa per la sua assoluta mancanza di scopo, interrompe il flusso e la corsa di ciò che è fin troppo utile». Il silenzio, quasi come un atto liturgico o un uomo inchiodato dalla malattia, «rafforza ciò che vi è d’intangibile o di inviolabile nelle cose, attenua il danno che lo sfruttamento arreca alle cose, le restituisce nella loro integrità (…) poiché proprio questo è il silenzio: sacra inutilità» o, come ha scritto don Giuseppe Dossetti († 1996), presbitero, giurista, politico e teologo, «puro dono di Dio».

Evidentemente, luoghi di silenzio esteriore o ambienti lontani dal frastuono: montagne, deserti, monasteri, hanno la loro importanza, anche se non è neppure raro vedere oggi persone che si portano lo «stereo» sulle vette dei monti, in mezzo ai boschi o nelle giornate di ritiro spirituale. Nei confronti del silenzio esteriore viviamo una sorta di amore-odio: sentiamo che ci manca, ma quando c’è, ci pesa. «Nulla ha tanto radicalmente mutato la fisionomia umana − ribadisce Picard − quanto la perdita di ogni relazione col silenzio». Il silenzio esteriore e la solitudine non sono però da confondere con la «fuga mundi», con l’isolamento, con il mutismo o con una sorta di ripiegamento su se stessi. Non sono né un corpo estraneo né una prigione, ma sono un luogo da abitare, una realtà in cui vivere, un ambiente in cui stare con tutta la propria persona. «Nel silenzio esteriore − scrive Adriano Parenti OFMCap nel suo libro A scuola di preghiera da Francesco e Chiara d’Assisi (Edizioni Messaggero, 1992) − troviamo un prezioso alleato (…) per incamminarci non verso il vuoto, ma verso un “silenzio pieno” e verso il “silenzio esteriore”». Ecco il punto. Il silenzio esteriore è solo un sostegno, una condizione, un ambiente che favorisce il dialogo con l’altro.

Per frate Francesco il silenzio e la solitudine sono il luogo dell’incontro con Dio, il luogo in cui essere presenti con tutta la propria persona e in cui liberi da altre presenze accogliere la presenza dell’«altissimo, onnipotente, bon Signore»: «…sottraendosi al chiasso del traffico e della gente, supplicava devotamente la clemenza divina, che si degnasse mostrargli quanto doveva fare» (Leggenda maggiore I 4: FF 1033); «…cercava luoghi solitari per poter lanciare completamente la sua anima in Dio» (Vita prima 71: FF 445).

Al di là del silenzio esteriore, che pure ha il suo peso, ciò che conta è entrare in un silenzio interiore, «pieno», «inclusivo», «ospitale», «abitato», dalla presenza del Signore. Il frastuono, cioè l’inquinamento da rumore, non è solo una realtà esterna alla nostra persona, ma è soprattutto una realtà interiore, quella che è dentro di noi ed è formata da sogni e fantasie, paure e rimpianti, ricordi e delusioni, gioie e speranze, desideri e progetti, persone e situazioni… Queste sono tutte realtà parlanti dentro di noi. A volte può capitare di temere il silenzio proprio per la paura del risveglio di tutto ciò che è in noi. Il grande silenzio è proprio quello di porci nella verità davanti a ciò che siamo. Non serve a niente soffocare, con il rumore, la realtà, il peccato, la fragilità. Non giova non accoglierci per ciò che siamo. A poco serve allontanare ciò che in noi ha qualcosa da dire. Il silenzio interiore non è uno spazio costruito artificiosamente. E’ piuttosto stare consapevolmente alla presenza del Signore nella verità di ciò che siamo. E’ fare spazio alla sua azione in noi, con recettività e apertura, pronti ad accogliere il suo amore. Si tratta, dunque, di abitare un silenzio che è «abitato» dalla presenza del Signore. Così esso diviene il luogo dell’incontro con lui.

Bisogna comunque ricordare che il peggiore nemico del silenzio interiore non è il rumore esteriore o interiore, ma il ripiegamento su noi stessi e la chiusura nei confronti dell’altro. Per questo frate Francesco non legava la preghiera al silenzio esteriore o alla solitudine: «Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; l’anima è l’eremita che vi abita dentro a pregare Dio e meditare. E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo» (Leggenda perugina 80: FF 1636). E’ ovvio che questo genere di “eremo” è aperto a tutti: tutti hanno possibilità di vivere alla presenza dell’altro e del totalmente Altro, non dimenticando mai che il silenzio e il servizio sono due binari che devono segnare il nostro cammino. Ciascuno di noi, secondo le diverse tappe della sua vita, deve scoprire la forma e il ritmo dei tempi di silenzio, di solitudine e di ascolto che gli sono necessari per vivere, pena il rimanere degli eterni superficiali o il divenire dei «pappagalli religiosi». E’ importante anche allontanare la fretta. La parola dell’altro non la si può inghiottire come una pillola. Un rapporto frettoloso non è mai espressione di un ascolto vero e di un amore profondo. La fretta porta al monologo e ci rende introvabili… anche dal totalmente Altro.

A tanto ci portava la Serata. E’ rimasta ancora una cosa che si potrebbe fare il prima possibile: rivedere il film per intero, magari a casa, e riprendere i suoi temi di scottante attualità…

Piotr Anzulewicz OFMConv




«Forza maggiore»: eroismo o codardia?

Una Serata piovosa e fredda all’esterno, quella del 10 marzo, eppure splendida e travolgente all’interno, nel «Salone di S. Elisabetta d’Ungheria»: la 5ª Serata della 4ª edizione del CineCircolo, il cui leitmotiv è: «’Sorella’ Terra per immagini», l’edizione ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco, promossa dal Circolo Culturale San Francesco ed aperta gratuitamente a tutti − l’81ª di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali a tema.

La Serata si è svolta secondo il seguente programma, pubblicato previamente su questo Sito, insieme con le recensioni del film «Forza maggiore» di Ruben Östlund (http://circoloculturalesanfrancesco.org/event/forza-maggiore-5a-serata-cinematografica-dibattito-81/):

  1. Ascolto di un brano dell’enciclica «Laudato si’» (n. 25), letto dall’attore Toni Servillo [Audio-libro realizzato nel 2016 dall’editore Luca Sossella ed accompagnato da una guida alla lettura e all’ascolto del testo, scritta da Antonio Spadaro SJ, direttore di Civiltà Cattolica]
  2. Video «Dolce sentire» [Musica scritta da Riz Ortolani, per il film «Fratello sole, sorella luna» sulla vita di s. Francesco d’Assisi girato nel 1972 dal regista Franco Zeffirelli; canta Rosalia Misseri; durata: 2,38′]
  3. Note preliminari riguardanti il regista Ruben Östlund, la trama del suo film e il tema del cinedibattito
  4. Proiezione del film «Forza maggiore» (con l’intervallo di 10′)
  5. Impressioni, osservazioni e condivisioni sul tema del cinedibattito
  6. Comunicazioni relative al Circolo e annuncio del prossimo evento
  7. Recita della «Preghiera per la nostra terra» (Laudato si’, n. 246)
  8. Foto di gruppo e “Cocktail”

La pellicola ci ha fornito lo spunto per la riflessione su quanto sia labile il confine tra codardia ed eroismo in situazioni improvvise come una calamità naturale. Riflettere sull’idea della codardia, propriamente compresa, dovrebbe spingerci a confrontarci con noi stessi, con le nostre inadeguatezze, con le nostre paure. La verità è che tutti possiamo essere codardi, deboli, vulnerabili, vigliacchi, anche se essere un vigliacco non è facile. «Molto più facile essere un eroe − afferma Julian Barnes, scrittore britannico, nel suo ultimo romanzo Il rumore del tempo (Einaudi, 2016). − A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante: quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita. Mai un po’ di riposo. C’è da anticipare l’occasione successiva in cui si dovrà tergiversare, mostrarsi servili, giustificarsi, riabituarsi al gusto di nuovi stivali da leccare e all’amarezza di constatare la propria rovinosa abiezione. Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio». Infatti, il protagonista del suo romanzo è un vigliacco: Dmitrij Šostakovič, compositore russo, che non si oppose mai apertamente al regime sovietico. Il rumore del tempo lo racconta proprio attraverso tre momenti di umiliante sottomissione al potere. Ha già riscosso successi in mezzo mondo quando il compagno Stalin in persona emette la condanna: la sua non è musica, è solo caos. Da quel momento la vita del “nemico del popolo” Šostakovič è una foglia al vento, e la sua anima assediata dalla paura, il campo di battaglia fra codardia ed eroismo. Il 29 gennaio 1936 la «Pravda» commentava la recente esecuzione al Bol´šoj della Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič titolando caos anziché musica e accusando l’opera di accarezzare «il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica». Nell’età del terrore un editoriale del genere poteva interrompere la vita stessa. E per Šostakovič giunge il primo di vari di colloqui con il potere. È una trappola senza vie d’uscita, quella che gli si tende – piegarsi alla delazione o soccombere – e Šostakovič si dispone all’ineluttabile.

L’affermazione di Barnes ci appare subito paradossale. Siamo abituati a pensare a un vigliacco come al contrario di un eroe. E “vigliacco”, “codardo”, “vile” sono tra le parole più offensive che usiamo. Un’etichetta infamante che si applica sempre a qualcun altro e mai a noi. «Dovremo invece smettere di definire gli altri codardi e concentrarci su noi stessi, sulla nostra idea di dovere morale e su ciò che ci impedisce di compierlo», leggiamo tra le pagine del saggio Codardia: una breve storia di Chris Walsh, docente della Boston University e direttore del College of Arts and Sciences Writings (Cowardice: a Brief History, Princenton University Press, 2014). I coraggiosi sono eroi per definizione e a loro sono dedicati saggi e romanzi, invece de los cobardes no se ha escrito nada, come dice un proverbio spagnolo.

Un sincero grazie a chi era presente a questa Serata ed è rimasto fino al momento della foto comune.

Le Serate conviviali a tema e quelle cinematografiche con il dibattito sono uniche, irripetibili, dialogiche e fraterne, preparate con passione e amore dallo Staff del Circolo. Non facciamole sfuggire, ma promuoviamole e sosteniamole fattivamente, anche con un veloce gesto di saluto o con una parola di benevolenza e di amicizia, e non solo con il pensiero.

Piotr Anzulewicz OFMConv




«…la cura dell’altro»

Due sono le ali del Circolo Culturale San Francesco: la cultura e la cura dell’altro. La seconda ci ha portato l’8 marzo, su invito della dott.ssa Lia Perrone, al Valentino Beach Club, lo stabilimento balneare che sorge sulla spiaggia di Giovino, nel quartiere marinaro di Catanzaro, grazie alla disponibilità della Cooperativa Sociale Zarapoti.

E’ stata una bellissima occasione per aprirsi − nel giorno della donna, «armonia e bellezza» (Papa Francesco) − alle persone affette dal morbo di Alzheimer e alle loro famiglie, all’interno dell’evento organizzato da «Il Porto della Memoria». All’evento erano presenti 8 membri del Circolo, tra cui il M° Luigi Cimino, membro del Consiglio direttivo, che ha allietato i presenti con la musica dal vivo, a 432 Hz, eseguendo su tastiera diversi brani musicali degli anni 60 del XX sec., le più belle canzoni napoletane e le più alte vette del cantautorato italiano.

Sia questo un buon avvio alla collaborazione con il progetto sperimentale «Il Porto della Memoria» nato su «input» del distretto sociosanitario dell’ASP del quartiere marinaro catanzarese, diretto dal dott. Maurizio Rocca e, in particolare, del Centro per Disturbi Cognitivi, guidato dal dott. Pietro Gareri! Il progetto è seguito da un’équipe multidisciplinare composta da Alberto Castagna, Lia Perrone, Donatella Zechini, Brunella Ieraci, Eva Capano, Marlena Camati, con il supporto del sociologo Franco Caccia.

«Si tratta – ha detto il dott. Rocca – di una nuova proposta che punta ad utilizzare tutti i benefici di uno spazio meraviglioso di fronte al mare, come il Valentino Beach, quale luogo di incontro-confronto e scambio. (…) Speriamo di coinvolgere sempre più persone, di ogni età, perché l’obiettivo a lungo termine è di costituire una “comunità amica” di mutuo aiuto». «C’è una grande differenza – ha sottolineato il dott. Gareri – tra curare e prendersi cura. Nel percorso che vogliamo portare avanti, un ruolo fondamentale verrà ricoperto dai “cargivers familiari” che assistono le persone con deficit cognitivi. Il ruolo della famiglia si unirà, quindi, a quello degli operatori, per assistere al meglio le persone affette da disturbi cognitivi, attraverso attività riabilitative e momenti di socializzazione e sensibilizzazione».

Si parte, dunque, a spron battuto, agendo in modo che le nostre azioni facciano la differenza: la fanno sicuramente!

(pa)




L’80ª Serata, con l’«Emmaus»: costante proiezione al futuro

«Laudato si’: i gemiti di sorella Terra “oppressa e devastata” e i gemiti degli “abbandonati e maltrattati” del mondo»: tale è stato il tema della Serata conviviale con aperitivo, svoltasi venerdì 3 marzo nel Salone «S. Elisabetta d’Ungheria» presso la chiesa «Sacro Cuore» di Catanzaro Lido. Era la 4ª Serata della 4ª edizione del WikiCircolo incentrata su «L’uomo e sua ‘sorella’ Terra» e ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco.

E’ stata l’80ª Serata di seguito, tra quelle cinematografiche e quelle conviviali, tutte dense di riflessioni, interventi e condivisioni, ricolme di fraternità, convivialità e solidarietà, ma anche cariche di passaggi difficili. Sono state Serate non banali, che hanno visto l’ammirevole impegno dello Staff e la sua ferrea volontà di non arrendersi davanti agli ostacoli, prove e avversità. Preziosissimi sono stati i momenti di fattiva e coordinata collaborazione, che permettevano di tenere vivo l’ideale del Circolo: «la cultura e la cura dell’altro», e di proiettarlo in dimensioni temporali e geografiche sempre più vaste, anche tramite la rete telematica: il sito web e la pagina Facebook… Una miniera di spunti, informazioni, documenti, “voci”. Basti evocare qui gli interventi di Rocco Reina, Mariaconcetta Infuso, Enzo Colacino, Francesco Longo, Michele Cordiano (confessore di Natuzza), Pasquale Pittari OFMCap, Francesco Sacchi, Beniamino Donnici, tutti di generosa disponibilità e di indiscutibile qualità.

La prof.ssa Mariaconcetta Infuso, presidente dell’associazione di volontariato «Emmaus Catanzaro», è stata protagonista anche di questa Serata, per la seconda volta (la prima volta risale al 22 gennaio 2016). Con il suo intervento, illustrato da due straordinari video, si è magnificamente inserita nel programma della Serata (http://circoloculturalesanfrancesco.org/event/gemiti-della-terra-degli-abbandonati-maltrattati-4a-serata-conviviale/) presentato dalla dott. Teresa Cona, segretaria del Circolo, suscitando vivo interesse, commozione e ammirazione del pubblico. Un momento ricco di suggestioni e di speranza.

Le pagine della “sua” «Emmaus» − la stimata ormai particella del movimento internazionale fondato da Henri Antoine Grouès, frate cappuccino, detto Abbé Pierre († 2007), e composto oggi da circa 400 comunità e gruppi −, sono piene di iniziative con gli ultimi e per gli ultimi. L’«Emmaus» catanzarese raccoglie materiale usato per distribuirlo ai disagiati o metterlo presso i mercatini solidali; con le offerte ricavate da questi mercatini sostiene non solo il proprio centro per l’accoglienza e la tutela dei diritti dei bisognosi ed emarginati, ma anche le numerose attività locali e internazionali (ad esempio il «Progetto Acqua-Lago Nokouè», nel Benin). Attualmente ha una utenza di 700 famiglie, pari a circa 2000 persone bisognose, per le quali attua l’intermediazione presso le istituzioni, la distribuzione di beni di prima necessità, il sostegno scolastico, medico e legale. Periodicamente svolge servizio di assistenza ai degenti presso l’Ospedale «Pugliese−Ciaccio». Insieme all’«Emmaus Italia» aderisce alla Banca Etica e alla Rete Lilliput. Per fini solidali e umanitari collabora tra l’altro con il Ministero di Grazia e Giustizia, il «Volontariato Giustizia», la Fondazione Antiusura «S. Maria del Soccorso», le «Associazioni Amiche», la «Libera Catanzaro». Grazie alla caparbietà del gruppo guidato da Mariaconcetta, e al sostegno della storica comunità di Firenze, l’«Emmaus Italia» ha inaugurato il 13 giugno 2016 la sua seconda comunità al sud Italia, dopo Palermo, a Satriano Marina, e l’ha fatto con lo stile sobrio che caratterizza i suoi operatori e volontari. Qui la gente “di strada”, esclusa dalla società, trova una casa e chi è disposto a darvi ascolto. Gli “irrecuperabili”, del resto, come teneva a precisare l’Abbé Pierre, non esistono: esistono le persone malate di «anoressia esistenziale» (don Luigi Ciotti), cioè le persone sole che forse vivono la peggiore delle povertà: quella interpersonale.

Tenendo conte dell’affinità spirituale tra il Circolo e l’«Emmaus», Mariaconcetta ha rivolto ai presenti l’invito a partecipare ad eventi di maggio, atti a coinvolgere sempre più persone nell’educazione del “riciclo” di materiali che la “cultura dello scarto” distrugge con tanta nonchalance.

Nel prosieguo della Serata, a sorpresa, un «break», per un affettuoso brindisi a Lawrence Mondoka OFMConv, membro della fraternità conventuale di Catanzaro Lido e assiduo «habitué» del Circolo, che ha compiuto gli anni, e, a conclusione, dopo lo scambio di opinioni ed esperienze, la recita della «Preghiera cristiana per il creato» («Laudato si’», n. 246), il video «Cantico delle creature» musicato da Domenico Stella OFMConv († 1956) ed eseguito dai partecipanti al 32° incontro dei Giovani verso Assisi (2011), una foto comune e un momento conviviale di grande simpatia e reciproca stima.

Le porte del Circolo sono aperte ogni venerdì e invitano ad entrare chi sta fuori, chi è escluso, chi è avvertito o un semplice curioso: «Entrate! Entrate tutti per vedere ciò che sta dentro!» Il Circolo accoglie tutti, aspetta tutti, invita tutti. Le sue porte inducono anche ad uscire chi vi è entrato: «Andate fuori a portare speranza». Qui vengono posti i semi, ma essi vanno sparsi fuori, per il mondo. Tutto attorno a noi grida, «geme e soffre le doglie del parto» (Rom 8,22), a causa del peccato dell’uomo, nell’«attesa ardente» (v. 19) e nell’ansia impaziente di riscatto e di rinnovamento, con supplica di aiutarlo in quest’opera di liberazione «dalla «vanità» (v. 20) e dalla «corruzione» (v. 21). A noi viene chiesto il coinvolgimento, l’impegno, il nostro “poco”…

pa/tc




Immersi nella bellezza dell’AsproMonte

«AsproMonte»: è stato lo slogan della Serata cinematografica che si è svolta venerdì 24 febbraio presso la sede del Circolo a Catanzaro Lido, la 4ª Serata della 4ª edizione del CineCircolo, il cui leitmotiv è: «’Sorella’ Terra per immagini», ispirata all’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco e alla preghiera-inno «Cantico delle creature» di frate Francesco, la 79ª di seguito…

A presentare il suo programma (http://circoloculturalesanfrancesco.org/event/aspromonte-4a-serata-cinematografica-dibattito/) ed animarla è stata, come consuetudine, la dott.ssa Teresa Cona, segretaria del Circolo e curatrice delle Serate con dibattito, in collaborazione con l’avv. Peppino Frontera e il M° Luigi Cimino che questa volta ha indossato anche i panni dell’operatore tecnico, supplendo − insieme all’assistente Gabriele Milasi − Ghenadi Cimino, impegnato in un’altro evento culturale.

Il film «Aspromonte» di Hedy Krissane, preceduto dal video «Tu sia lodato, mio Signore» (il testo del «Cantico delle creature» adattato e musicato da Pietro Diambrini ed eseguito dai bambini della prescuola familiare di Nomadelfia, la comunità fondata nel 1948 da don Zeno Saltini), ha catapultato i presenti in una terra magica, piena di fascino e calore umano, dove le maestose montagne e i verdi boschi, fanno addirittura male agli occhi, tanto sono belli e intensi, e dove il cibo piccante e il vino fresco fanno venire l’acquolina in bocca. Al suono di ritmiche musiche, composte da Peppe Voltarelli, cantautore e attore nativo di Cosenza, si sono lasciati rapire dalle bellezze paesaggistiche, vere protagoniste della pellicola del cineasta di origini tunisine. Accompagnati dalla migliore guardia forestale e dal suo cane Farouq, hanno girato con Torquato, calabrese trapiantato al nord e diventato imprenditore, tutto l’AsproMonte alla “caccia” di Marco, il fratello presumibilmente rapito. Malgrado alcuni bloopers (papere), qualche difetto di recitazione e una storia in superficie, il film ha mostrato loro come sia bella la terra calabrese, specie là dove è rimasta incontaminata, e ha ricordato come le origini sono nel sangue e non vanno rinnegate.

Il dibattito, che è seguito alla proiezione, ha trasportato l’attenzione dei cinefili nel tempo primordiale, all’origine, alla creazione. Il paesaggio − si è detto − è soprattutto luogo dell’anima e non soltanto connubio estetico di forme e colori, odori e suoni che appagano il bisogno sensoriale, o uno strumento promozionale per valorizzare l’ambiente e mostrare aspetti inediti o poco noti del territorio, come ad esempio specialità gastronomiche, costumi, lingue e dialetti. Esso è − o può esserlo − scenario di viaggio spirituale, oltre che reale, dove è intenso il nostro rapporto con “il creato” e dove all’improvviso risuona nel “viatore” la corda troppo spesso tacitata della nostra ragione: il bisogno strettamente “religioso”, quello di Dio. Un bisogno che per l’uomo contemporaneo è diventato incosciente, censurato, soppresso, riempito da altro, alienato da bisogni diversi, immediati, a portata di mano, facili da soddisfare.

Non c’è nulla di nuovo. «E’ una tentazione in tutti e di tutti i tempi − afferma p. Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine cistercense. − Dal peccato originale in poi, l’uomo mortifica il suo bisogno di Dio dentro l’idolatria». Eppure oggi pare esserci qualcosa di più, come se il cane Farouq faticasse a trovare le orme di Marco e come se esso stesso fosse preda di un disorientamento che non gli fa individuare l’invisibile che tuttavia c’è ed è soverchiante. «Forse − dice p. Lepori − l’invisibile è immerso in una cultura in cui opprimere il suo desiderio è diventato il fattore preponderante, il che è una sorta di negazione della vera cultura, che è sempre consistita in qualcosa mosso da un desiderio di bellezza, di verità e di benessere. Nelle società, in cui questo desiderio era coscientemente teso all’infinito, si è visto che l’espressione culturale era bella, proprio perché questa stessa cultura esprimeva tale desiderio». La cultura contemporanea invece «fa chiaramente emergere il tentativo di bloccare e di mortificare ogni desiderio del vero, del bello e del buono». Lo mortifica e lo censura, eppure esso «c’è, rimane, è invisibile». Serve un «input», una molla, una scossa che risvegli la sua «apertura all’infinito». E’ necessario, oggi più che mai, «riannodare un’amicizia tra l’uomo e il creato». Idea ambiziosa e attraente, ma come si fa? Innanzitutto è necessario partire da sé, in barba a tante narrazioni catastrofiche e catastrofiste, peana luttuosi e sensi di inferiorità. Chi lo fa, sperimenta che rispettando, custodendo ed ammirando il creato, la flora e la fauna, realizza la vita più umana e più piena. «La società in cui viviamo − continua Lepori − non è peggiore delle società d’un tempo». Certo, qualcosa è cambiato, se è vero che «questa è come fosse una società di cadaveri, di gente che non vive, che non sa cosa sia la felicità». Il problema è piuttosto che «l’uomo di oggi è meno inquieto. Ha paura dello stato dell’economia e di ciò che succede nel mondo, ma è una paura legata quasi esclusivamente al contingente. Appare invece meno inquieto del senso della vita, e questo è l’elemento più preoccupante. Quando l’uomo non è inquieto, è seduto».

Il rischio può essere quello di limitarsi a pensare secondo schemi mentali propri dell’Occidente: «E’ vero, in Africa e in Asia (…) si è immersi ancora in una cultura in cui rapporti sono prossimi al cuore. Il problema è che anche là è sempre più forte la tentazione portata dall’Occidente: un modello culturale teso solo a un progresso interno, ma non profondo», una tendenza di esportare lo stile di vita che ormai è per l’immediato e che soffoca i bisogni profondi del cuore. Un soffocamento progressivo. «Un’asfissia − ha chiosato Papa Francesco durante la Messa nella basilica romana di S. Sabina sull’Avventino (1.03.2017) − che soffoca lo spirito, restringe l’orizzonte, anestetizza il cuore». Un cuore cui si bada sempre meno. I più lo ignorano del tutto. Molti lo trattano come organo di reattività istintiva e sentimentale. Pochissimi lo mettono con le spalle al muro, rendendolo responsabile di un sentimento cosciente di sé. Può allora l’uomo ridestarsi da questa «asfissia dello spirito generata dall’egoismo, dall’indifferenza e dalla superficialità», mentre accanto a lui gli attentati sono quasi all’ordine del giorno e i preti vengono sgozzati sugli altari delle
chiese in mattine fresche dell’estate francese? Può essere questo buio, per paradosso, a svegliarlo dal torpore e spalancare un nuovo orizzonte? Lo può fare un’escursione in AsproMonte? Certamente sì. «I monti − ripeteva Carlo Alianello († 1981), scrittore e sceneggiatore − a ogni cima spalancano l’orizzonte». Di più, annullano i ritmi concitati della quotidianità, riposano la mente e scuotono il cuore, portandolo a riflettere sul senso della vita, così grande così fragile, così misera e così sublime, sfidata dal limite e tesa all’infinito, in eterna “caccia di Dio”.

La Serata, che ha fatto venire grande voglia di AsproMonte, si è conclusa con la recita della Preghiera cristiana per il creato, tratta dall’enciclica Laudato si’, e con un “cocktail”, tra dolcetti e croissant.

Piotr Anzulewicz OFMConv